domenica 27 febbraio 2011

poi è stata domenica

 

Io, con i miei capelli da compagno di scuola (il calciatore, quello che poi lo corteggiano tutte ma non lo vuole nessuna), il cappotto marrone e un bel tacco dodici, ieri sera ho pianto. Ho pianto per malinconia, per tenerezza, per amore. Ho pianto perché indovinata, soccorsa, schiaffeggiata, tenuta per mano. Ho pianto, nella pancia e dagli occhi. E ho riso. Ho riso forte, come se ridere venisse dalle costole, come fosse il cappello indossato alla faccia del freddo barbino. Da tanto, tanto tempo, non stavo così profondamente bene (e tanto può essere anche un giorno se i giorni ti durano un millennio o  ti scappano via come faine incazzate). Libera e liberata. Ci riesce solo la musica. E non una musica qualunque. Ma la loro. La loro musica mi vuole bene, io lo sento. Forse me ne vuole perché io ne voglio tanto a lei. Ma tanto. Perché è mutata in vita vera, perché dopo essere stata salvagente è divenuta onda, perché c'è sempre, perché mi ha presa in cambio di niente, perché mi ha condotta ai luoghi del senso passando dai nonsensi tutti, perché mi ha regalato amicizia, complicità, il mare. Cose di famiglia, insomma. Quella che ti costruisci giorno dopo giorno, senza la quale manca uno scalino in direzione te. Cose di barbe, occhiali, occhiaie, pacche sulla spalla, guance rosse, ironia, fame, parole con le doppia, acqua da bere, rincorse, sguardi che non ti lasciano, che non lasci, foss'anche ti toccasse sporgerti di più, un poco più in là.

Poi è stata domenica.

26 febbraio 001

26 febbraio 007

26 febbraio 011

26 febbraio 013

27 febbraio 007

Ci sono giorni possibili Altri mondi immaginabili Fin che siamo giovani

 

domenica 20 febbraio 2011

domenica

 

Da qualche parte. In fila per tre. Sottocoperta. Scale. Marcondirondirondello. La poesia del suono. La fotosintesi. Il caffè perché è cosa di confine. I nonni sul divano, come fossero qui, sul divano. Un fratello che manca. Disordine che somigli al rinculo del silenzio fra le due tue tempie. Colori. Calore. Di un plaid con sopra i cuori. Taralli. Memoria. Leggerezza. Come cose di piuma.

paolo hermann

febbraio varie 014

febbraio varie 015

febbraio varie 010

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febbraio varie 001

06 febbraio 018

06 febbraio 004

febbraio varie 022

una fame diversa

 

Ti ho scattato milioni di foto. Solo raramente sono accorse a Noi. Solo raramente. Sono appese in svariate stanze. Una è diventata un quadro. Un bel quadro, su tutto. C'ero io a scattarle. C'ero io a sapere cosa volevano dire. C'ero io in quei quando e in quei dove. C'ero io. Ma a rimanere sei tu. Photoshop ha tagliato via le mie iniziali da quei doni e rimane una faccia. Rimane l'occasione per raccogliere lodi e imbrodi. Rimane l'odore che lasciano le mani che le hanno toccate. Rimane che ogni volta che le guardo sorrido. Sorrido alla mia vita, ai dettagli che è, al futuro che ingoia, alla grandezza che tace. Sorrido. Sorrido al non aver mai vantato il passaggio fra le tue mani,  agli abusi delle cose d'altri, alla non-riconoscenza. Sorrido perché la discrezione è un vanto. Nessuno la conosce più. Urlano tutti. Urlano le lenzuola stropicciate, il possesso, l'amore. Urlano. Urlano le mani nude dentro alle mani sante e lo fanno in stanze stracolme di sconosciuti. Sorrido perché si cambia, perché tu sei cambiato. Al tempo delle foto non lo avresti ammesso tutto questo urlare. Lo avresti scansato. Oggi ti ci nutri. Abbiamo avuto la stessa fame. Abbiamo una fame diversa. Eppure sorrido, con la presunzione sorda per cui la verità non è qui, non è adesso. Adesso è un passaggio, un covo, una commedia. Adesso applaudo, dalla prima fila. E lancio fiori sul palco. Rose. E quando ti chini, quando le raccogli, sorridi anche tu. Perché si può mentire sempre, mentire comunque, ma mentire al silenzio di cui sono piene le nostre notti non ci viene bene. Non ci è mai venuto bene. Lo testimonia il doppio di ogni cosa, tutte quelle cose che sono state una e ci è parso dovessero bastare. Però c'è una foto, una soltanto, che nessuno ha visto mai. Ed è a lei che chiedo scusa. Per aver urlato anche io, qualche volta, nonostante nessuno fosse lì ad ingombrarmi l'aria.

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perché San Remo è San Remo (5)

 

sarai anche santo, caro Remo, ma i miracoli non li sai fare. Al Bano in finale. ancora una volta. dopo essere stato ripescato. no, Remo, tu non sei santo affatto. paziente, questo lo sei. e cecato. un tantino sordo, per forza di cose. ma santo no. santo per niente. e circondato da bischeri, diciamocelo. la sala stampa non ha brillato in genio sperperando il bonus per un nome in podio. in ogni caso, io vado a nanna. per Vecchioni sono contenta. magari ce la si fa. però anche qui, come nella vita, tocca votare contro: piuttosto che Bano che vincano i Modà con Emma. E così sia. 'notte

p.s. la marchetta Ranieri ha rimesso in bolla gli equilibri. servono scope buone a spazzar via la segatura. senza saggina la segatura balla e torna esattamente dove stava prima.

sabato 19 febbraio 2011

perché San Remo è San Remo (4)

 

però anche il sushi è il sushi. ed ero in crisi da astinenza. e ho ceduto. e niente serata con la Rai. ho tradito. e non nascondo un certo senso di colpa. c'è poco da fare. è una questione genetica: te lo iniettano nel dna al primo vagito il Festival del diavolo porco. mossa da bulimia, ho sfogliato tutto il tubo in cerca dei video di ieri. e ora confesso: il mio debole per Francesco Renga, l'ammirazione per Carmen Consoli, la cotta saffica per Nina Zilli. ecco. l'ho detto. mi si perdoni la vena polemica, ma donne come Nina, come Carmen,  mettono in chiara evidenza le crepe sui muri della Canalis e della Rodriguez.

p.s. ostia che tacchi, però, Nina.

venerdì 18 febbraio 2011

Topipittori: Educare allo sguardo è educare al pensiero

l'educazione allo sguardo, oggi più che mai necessaria e vitale, per grandi e piccoli

Topipittori: Educare allo sguardo è educare al pensiero: "Disegni di Saul Steinberg La decisione di diventare editori di libri illustrati, ormai alcuni anni fa, ci ha imposto un gran lavoro di doc..."

perché San Remo è San Remo (3)

 

"Umberto, il soggetto è La Vittoria. Umberto? Ci sei?" (R.B.)

Io voglio bene a Roberto Benigni. Gli voglio bene. Voglio bene a come indossa la Cultura, a come non riesce a trattenere l'entusiasmo, al suo italiano, al suo dire a tutti, nessuno escluso, perché chiunque, volendo, possa stare a sentire, possa comprendere. Volendo, certo. Applaudo. Non perché mi tocca applaudire o faccio la figura del cretino a non applaudire un ospite che ho voluto io. Applaudo con il cuore. Che sia o no Santo Remo della mia fava.

p.s. la Canalis tutta orgoglioNa di essere ita(G)liana: non potevano trovare modo peggiore per riportarci alla realtà. il nulla come uno schiaffo.

p.s. (2) a La Russa la faccia gliel'hanno dipinta.  gliel'ha dipinta un macchiaiolo, credo. solo che non ha finito. è uno schizzo.

p.s. (3) mio padre tifa Joe(Vanardi). son soddisfazioni.

"Se la felicità qualche volta si dimentica di voi, voi non dimenticatevi mai della felicità" (R.B.)

 

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giovedì 17 febbraio 2011

perché San Remo è San Remo (2)

 

Oggi quando torni non mi troverai / sarò nel mio cappotto a camminare un po'

Roberto Vecchioni che alza gli occhi al cielo e digrigna i denti: cose di cuore. La canzone scritta da Niccolò Fabi ed egregiamente interpretata da Serena Abrami: già le prime due righe di testo dicono chiaramente che lì si vola in altri cieli. Cieli che poco hanno a che fare con Al Bano e Pezzali e famigghia. Niente a che vedere con tutti quei sù sù sù e quei giù giù giù del tanto caro mi fu Barbarossa, con certi mari digrignati dalla Ferreri, mari che, potendo, ritrarrebbero un momentino le onde. Classe zero, la ragazza. Due donne fra i giovani in quindici minuti e le danno la biada sul serio in quanto ad eleganza e grinta. Raphael Gualazzi e la sensazione che l'italiano è una lingua bella, santiddio. Insomma, con il Joe(vanardi) che resta il mio preferito e il Davide Bernasconi che almeno caccia lì del bel folk e un pochino di pane al pane e vino al vino, a vincere sono i ragazzi. E la saggezza, quella che si salva. Dico Vecchioni e l'espressione di Battiato (non riesce a nasconderla nemmeno sotto agli occhiali da sole, il maledetto).  Fuori l'urlatore e la povera Patty. Ecco, con il senno di poi mi dico dispiaciuta. Lei, anche solo per rispetto, l'avrei tenuta in gara (abbandonata la mise da Jane Eire, si difende egregiamente in quanto ad immagine: barcolla ma non molla e la cosa mi piace) . Meglio il suo amore di seconda mano del secondo tempo del Max, per dire. De gustibus, come si dice, e questi sono i miei, discutibilissimi e fieri.

p.s. lo spettacolino da baracca dei burattini offerto dai due buffoni di corte ha dato la dimensione di quanto stamo messi male. ma male male male... I culi alle due gnocche li invidio, è vero. Ma non per quello che servono su quel palco.

p.s. 2 conduzione disastrosa. regia pietosa. autori in comodato d'uso. avere le mani grandi, pare, non ti salva dal naufragio.

 

mercoledì 16 febbraio 2011

perché San Remo è San Remo

 

Ma chi l'avrebbe detto? La Rita Levi a San Remo. Tale e quale, la Patty. Cofana compresa. Non usano la lacca ma il mastice. Ne ho certezza. Con rispetto parlando, ovvio. Adoro la Patty. Ma quando aveva la voce la adoravo di più. Del resto che dire... Lo stile dei La Crus non c'azzecca una cippa lessa con il sottobosco del festival. Tutto così stantio, paraculo, stiracchiato. Un tocco di fiato la loro canzone. Bella. Fuori la Anna tutta-orecchie Tatangelo e la Anna avrò-sempre-quei vent'anni Oxa. Fuori per ora, si intende. Fanno miracoli, si sa, con la pesca magica dei call center. Battiato si è fatto uno scherzo da solo infliggendosi questa tortura. Si vedeva. Ma il pezzo pare reggere. Vedremo. Come dire che c'è sempre di peggio. Il peggio di Barbarossa, per esempio. Che io gli voluto bene, al Luca, santiddio. Ero giovane, è vero. Ma anche lui lo era di più e meglio di così. Il peggio del Pezzali, che se non la smette di sniffarsi l'aulin le occhiaie se le deve soppalcare. Ineccepibile la performance Al Bano. Domani posso evitare gli addominali. Ho riso così forte che la tartaruga mi è miracolosamente tornata diritta. Della Ferreri non oso dire. Pare di sparare sulla Croce Rossa. Il santiddio ci salvi Vecchioni, che almeno scrive cose ripetibili. Emma-Modà sono il cavallo di troia del ballo delle debuttanti: nascondono in seno il valzerino necessario e quel poco di Caselli mood che non guasta. Si sono spolverati il podio, stasera. Insomma, a parte il Davide Bernasconi che ci poteva anche stare (ha scritto e cantato di meglio ma va bene così), ho peccato di faziosità, lo ammetto: Giovanardi tutta la vita. E via andare.

(mi si perdoni l'italiano arruffato. ma tre ore con la Rai non mi fanno bene.)

p.s. il premier perculato in seno al Natale della tv d'Italia. siamo davvero alla frutta. i topi lasciano a gambe levate la barca che affonda...

 

martedì 15 febbraio 2011

Liberazioni

 

Ho un dolore tremendo allo sterno. Da ore. La cosa mi ha autorizzata a rallentare di molto il mio pomeriggio e a godermi il rumore della pioggia che batte sul tetto accovacciata sul mio adorato divano. Ho finito un libro, il prezioso primo libro di una nuova preziosa amica. Ho sfogliato vecchie riviste e ritagliato parole, colori, fotografie. Ho trascritto una ricetta davvero interessante sulla mia agenda del tutto e del niente (che poco ha a che vedere con la mia agenda da lavoro, seria e davvero poco sorridente), un quaderno enorme che odora di colla e tempo, ritagli di tempo, tempo dedicato al niente che spolvera di tutto certe ore in solitudine. Ho un film che mi gira in testa da giorni. E' un film amico, un solitario che la vita mi ha messo al dito, un compagno di viaggio. Una frase in particolare "gran parte delle brutture di questo mondo credo dipenda dal fatto che della gente che è diversa permette che altra gente la consideri uguale". Ecco. Ci riguarda così da vicino, di recente. Noi e il Bel Paese in cui viviamo, in cui avere un'opinione che non sia a vantaggio del potere è essere di parte, sempre dalla parte sbagliata. Per procurarsi vantaggio dal sistema bisogna essere come il sistema. Ci vogliono tutti uguali, piegati a novanta gradi, a farci aria con i significati e i significanti tutti, quasi le parole fossero moschini da ammazzare al muro così non rompono più le palle. Mai una volta, almeno non di recente, che il potere sia dalla nostra parte, di qualsiasi parte si tratti. Il potere è dalla sua, di parte. E ci resta. C'è da dire però che quest'anno, forse forse, avremo due Liberazioni da festeggiare, tutte e due ad aprile, una il 6 e una il 25. Staremo a vedere. Due anni fa il 6 aprile crollava una città intera e ancora è lì, crollata, vuota, simbolo di qualcosa che lentamente ci soffoca, ci toglie aria, diritti, rispetto. Forse non è un caso. Ma se anche lo fosse importa poco. Se avremo una Liberazione, questo 6 aprile, avremo liberato anche il diritto ad una memoria pulita. Dev'essere il male che sento: divento seria, malmostosa, ho solo voglia di pulizia. Dev'essere che ne ho le palle piene e ci sono giorni in cui senti che non capita solo a te, senti proprio forte che siete in tanti. Hai voglia di dirlo da che parte stai e non te ne vergogni. Contro. Hai voglia di dirlo che sei contro. E magari hai anche paura (perché non vedi alternative concrete, forti, non tira aria buona). Ma l'aver paura non può esimerti dal sapere cosa è giusto e cosa non lo è. Questione di educazione, quella civica, quella che hai mischiata ai globuli rossi nel sangue. Poi ti viene voglia di cercare dei disegni. Li ricordi con esattezza. E li trovi. E ti ci perdi. Come fosse lecito salvarsi per dieci minuti, lasciare andare lo schifo e credere nella bellezza. A me fa bene. Di qualsiasi cosa un analista qualunque potrebbe pensare si tratti. Eccoli. E buonasera!

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Valerio Berruti

[Cercate I wish I was special in Lavori. Guardate e leggete. Fatelo. Vi sarete fatti un gran regalo.]

 

lunedì 14 febbraio 2011

Scrivere è come baciare, solo senza labbra (D.G.)

glattauer 1

glattauer 2 

Accade. Perché accade davvero. Potrebbe farlo, quanto meno. E forse proprio perché accade davvero, hai creduto potesse accadere, e non lo racconti, non lo hai raccontato, non ne hai avuto modo, ecco che resti imbrigliato nella rete delle pagine. Emmi e Leo: storia di una corrispondenza a mezzo mail che conduce. Sottopelle, dentro agli armadi, lontano dai dove, di mezzo ai giorni: una corrispondenza che conduce, qualcosa che è ben altro dal silenzio. Non letteratura alta, non poesia e graffi: semplicemente cose di vita, cose che ti somigliano talmente da finirci di traverso, sdraiata sopra, a berne i dettagli, a coglierne le attinenze. Una spiegazione precisa non la riesco a trovare. Non una scrittura fine o magica, non metafore, non immaginazione a tradimento. Semplicemente una storia. Mi sono innamorata di questa storia, l'ho bevuta a sorsi grossi, 192 pagine più 191. Una piccola pausa giusto per misurarmi la febbre. Per capirci: Emmi e Leo si incontrano per caso in una casella di posta. Questo incontro fortuito muta in un assiduo cercarsi, l'assiduo cercarsi in odore, l'odore in onde. E alle onde viene voglia di resistere al tempo. Tutto molto semplice. Le incomprensioni, le spiegazioni, il desiderio di sapersi, i caratteri, l'alfabeto, la carne, le virgole: tutto così semplice da far sorridere. Forse è proprio questo quello che poi manca a quanto potrebbe accadere: la semplicità. Non fra le pagine. Non fra queste pagine. Fra le mie: è mancata la semplicità. Ma ci ho tirato il fiato: non ero pazza. Non lo sono. E già poterlo ammettere è un gran bel regalo.

sabato 12 febbraio 2011

Sarah Melling: Pencils and Paper: Illustration Friday: Reverse

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Sarah Melling: Pencils and Paper: Illustration Friday: Reverse: "Blame it on my graphic design background, but when I see the word 'reverse', I immediately think of type or graphics 'reversed out' of a ba..."

martedì 8 febbraio 2011

tu / ut

 

"Tu sei tu. Perché per me tu sei tu". Tu: pronome. E se nel dirlo già ti davano la schiena, era pronome del niente, più o meno.

Capita che alle cinque del mattino un amico ti scriva due righe perché la sera prima non è riuscito a salutarti come si deve. Si mette lì e ti scrive. Tu: pronome. "E' stato bello vederti". Pronome di un profumo, delle cose quando sono vere per forza di cose.

"Ti voglio bene". Io voglio bene a te. Te lo senti dire e ti guardi le mani, poco dopo. Le guardi e sono pulite. Sorridi, per quel bene denso e le tue mani pulite. Non sporcarsele è servito. Sollevare, sostenere, accompagnare: è servito osare le mani in un groviglio di stima e attese. Stringono il volante e sono mani pulite. Ti conforta pensare che continueranno ad esserlo.

"Mi manchi". Io sento la tua mancanza. Poi magari uno lo sa, lo ha chiaro e bene a memoria che lì ci si manca per davvero. Ma sentirlo, leggerlo, averne una prova tangibile, messa nero su bianco, beh, prende il Tommaso che c'è in te e gli da un bel calcio in culo. (Ecco Tommaso, adesso ficcaci il naso e poi vai a dormire sereno!).

"No, perché tu invece quella volta cosa hai fatto? Eh?". Tu. Accusativo. Capita a tutti. Rivendicare il diritto all'errore in nome dell'errore già belle che compiuto. Ordunque, se continuiamo così finiamo arrampicati a un fico da cui mai più riusciremo a scendere. Ragioniamoci.

06 febbraio 007 06 febbraio 008

06 febbraio 014

A tu per tu con il tu che sei. Questo sei. Questo ti tocca. Bene o male che vada, è lì che torni. A tu per tu con il tu che sei. Accusativo, propositivo, paraculo, perculato, saggio, sciocco, solo, amato. A volte non ci si pensa, neanche fossimo il nostro stesso qui pro quo, un qui qualunque al posto del quo che invece ci sarebbe stato a pennello. Diciamolo, diciamocelo allo specchio: "do ut des, io do affinché tu dia. E se non ti levi alla svelta quella faccia da schiaffi ti lascio uscire di casa senza trucco e parrucco e poi vediamo chi ride". Funziona. E se non dovesse funzionare, almeno saprete di averci provato.

Zelda & Rickymoka: il giveaway di febbraio

 

Oh deliziosa delizia ed incanto! direbbe un certo Alex. Dico io: ce la sentiamo di perdere l'occasione di andare un poco più vicino a qualcosa che somiglia in maniera imbarazzante al bello che ci affanniamo a difendere, con le unghie  e con i denti, fin da quando siamo bambini? Quel senso di castità emotiva e slancio sentimentale che ridona luce alle pieghe sfatte dei nostri giorni che ci invecchiano sul collo? Vogliamo giocarcela questa occasione? Vogliamo che se la succhino via il tempo, la noia, lo squallore dei nostri ministri, dei nostri conti correnti? Avanti! Buttiamoci! Ci sono mani da stringere che aspettano mani come le nostre, fatte esattamente così: con le loro piegoline, certi segni del tempo, la pelle sgombra da citazioni, ebbra di realtà. Avanti! Dico che, vincitori o meno, ne sarà valsa la pena.

Da oggi al 15 febbraio per partecipare: seguite la foto!

ricky     Le Meraviglie degli ultratrentenni

Zelda was a writer

RickyMoka

 

giovedì 3 febbraio 2011

ammodino

 

Un giorno un amico mi disse "Scrivi Pulce, scrivi!". Io, che gli volevo molto bene, gli ho dato ascolto e ho scritto un pochino di più. Ho scritto, sì. E scrivo. Anche quando non ho niente da dire qualcosa da scrivere lo trovo. Delle Volte si buttano giù due righe solo per farsi compagnia. Nessuno obbliga nessuno a leggere, del resto. Non si nuoce alla salute di nessuno sproloquiando sulle anse del proprio piccolissimo mondo per tirare il fiato. Decisamente no. Altra cosa è lasciare qualcuno a un semaforo rosso, sfrecciando via come ti pungesse il culo. Perché quel dare gas all'improvviso ha tutto il senso che miliardi di parole non avranno mai. E chi si è preso in faccia lo sbuffo del tubo di scappamento non se ne dimenticherà più. Non lui, non la sua trachea. Per dire dei gesti, di come restano. Alla faccia dei cuoricini, dei sorrisi fatti con i due punti e le parentesi, delle citazioni, delle autocitazioni. E' pur vero che certe frasi sono gesti. C'è poco da fare. Sono schiaffi, carezze, cerotti, punture. Certe frasi hanno lo stesso odore di quel certo caffè, l'identica temperatura di quel palmo di mano. Girala che la rigiri, usiamo i mezzi che abbiamo per entrare in contatto con l'altro. Un piatto di pasta, voltarsi di spalle, un foglio di carta, la buccia del salame, una pagina web, un film, un bicchiere di carta. Una volta si portavano le bomboniere ai parenti. Oggi si pubblica un video e si suggella la vita di coppia, si ufficializzano delle intenzioni, si pisciano gli angoli a segnare il territorio. Una volta ci si leccava ammodino, si usciva, ci si accoppiava e l'indomani tutti amici come e più di prima. Oggi ci si scrive per mesi, ci si corteggia a suon di cose alte, ci si annusa nelle posture, ci si confida (nella fase sconosciuti ci si denuda di confidenze), ci si parla, ci si incontra tutti gonfi di aspettative, ci si loda, ci si imbroda, non ci si accoppia e l'indomani tutti amici, ma non più come prima. Una volta tutte le questioni sulla sincerità, l'esporsi, i cazzi e i mazzi, contavano davvero poco al fine dell'incontrarsi in mezzo al mondo. Eri quel che eri, portavi il tuo culo fuori da casa e con quello ti arrabattavi fra le furie o il niente. Oggi invece è tutto un dover esser, un dover corrispondere o meno, un non dover somigliare o il doverlo fare. Questa storia dei falsi d'autore ci ha spostato il baricentro. Questa storia del noi che siamo loro che sono altro ci ha messo di lato le priorità. E finiamo per non capirci più una mazza, finiamo per confondere le rape con il radicchio. Arriveremmo a giurare che si trattava di una cozza quando, vivaddio, era solo e semplicemente un fiore di zucca panato. Sarò scema, ma credo valga molto di più un giro di museo cantando di tutte le frecce lanciate con l'arco delle intuizioni. Le intuizioni la fame la fanno venire, il pane e il salame la saziano. Per dire. Ma qualcuno lo sa, lo ha imparato o lo sapeva da prima, e non ha intenzione di dimenticarlo. Sempre sia lodato.

p.s. mi scuso per la forma lessicale, molto colloquiale a dire il vero, ma oggi mi piaceva così.

 

 

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