domenica 20 febbraio 2011

una fame diversa

 

Ti ho scattato milioni di foto. Solo raramente sono accorse a Noi. Solo raramente. Sono appese in svariate stanze. Una è diventata un quadro. Un bel quadro, su tutto. C'ero io a scattarle. C'ero io a sapere cosa volevano dire. C'ero io in quei quando e in quei dove. C'ero io. Ma a rimanere sei tu. Photoshop ha tagliato via le mie iniziali da quei doni e rimane una faccia. Rimane l'occasione per raccogliere lodi e imbrodi. Rimane l'odore che lasciano le mani che le hanno toccate. Rimane che ogni volta che le guardo sorrido. Sorrido alla mia vita, ai dettagli che è, al futuro che ingoia, alla grandezza che tace. Sorrido. Sorrido al non aver mai vantato il passaggio fra le tue mani,  agli abusi delle cose d'altri, alla non-riconoscenza. Sorrido perché la discrezione è un vanto. Nessuno la conosce più. Urlano tutti. Urlano le lenzuola stropicciate, il possesso, l'amore. Urlano. Urlano le mani nude dentro alle mani sante e lo fanno in stanze stracolme di sconosciuti. Sorrido perché si cambia, perché tu sei cambiato. Al tempo delle foto non lo avresti ammesso tutto questo urlare. Lo avresti scansato. Oggi ti ci nutri. Abbiamo avuto la stessa fame. Abbiamo una fame diversa. Eppure sorrido, con la presunzione sorda per cui la verità non è qui, non è adesso. Adesso è un passaggio, un covo, una commedia. Adesso applaudo, dalla prima fila. E lancio fiori sul palco. Rose. E quando ti chini, quando le raccogli, sorridi anche tu. Perché si può mentire sempre, mentire comunque, ma mentire al silenzio di cui sono piene le nostre notti non ci viene bene. Non ci è mai venuto bene. Lo testimonia il doppio di ogni cosa, tutte quelle cose che sono state una e ci è parso dovessero bastare. Però c'è una foto, una soltanto, che nessuno ha visto mai. Ed è a lei che chiedo scusa. Per aver urlato anche io, qualche volta, nonostante nessuno fosse lì ad ingombrarmi l'aria.

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