domenica 27 marzo 2011

cose di legalità (1)

 

Non amo le ore predatate. No. Batte il tocco e in realtà sono le undici. La metà del giorno che arriva un'ora prima. Ma perché? Questa storia della legalità dell'ora mi stressa. Ci sarebbero tante altre cose da legalizzare prima. Perché l'ora sempre e certe azioni mai? In soldoni è come voler essere avanti di un passo e in realtà sei sempre e comunque indietro. Questa cosa del tempo misurato a interesse della luce non mi convince per niente. Non che ieri lo scorrere mi convincesse di più, ma tant'è. Leggo libri su eterni febbraio e dicembre che non finiscono mai e comincio a credere che forse il tempo è solo quella cosa che ci si stampiglia a forma di rughe sugli zigomi. Il resto è una fandonia ad uso e consumo dello stress da competizione. Poi mi adeguo, per amor del cielo. Sono altre le rivoluzioni che intendo consumare. Non mi metto certo a vivere postdatata per il solo gusto di essere fuori dagli schemi. Ci mancherebbe. Però confesso che un pensierino ce l'ho fatto. Ogni santo anno. Con il cavolo che sposto le lancette. Poi stiamo a vedere. Detto che sono una persona coerente, finisco sempre con il regolare l'ora ancor prima di andare a dormire. Chioserebbe un caro amico "la coerenza è degli stronzi". Eccoci. 

Ho un male alla schiena che mi schianta. Conditio sine qua non io non sarei io. Cose di DNA. C'è poco da fare. Mi tocca. Non ho delle vertebre ma rami di pungitopo a forma di vertebra. Spingono, slittano, si imbruttiscono e ficcano le loro spine fra i reni. No, le gocce non mi fanno un'acca. No, oggi punture non ne voglio fare. No, dal fisiatra non ci torno. Dovrei compensare con la muscolatura. Ma non viene da ridere solo a dirlo? Ginnastica. Questa sconosciuta. Ma fatemi il favore... Ci mangio sopra una pera e chi si è visto si è visto. Poi, prometto, dal mese prossimo nuoto. Dal mese prossimo. Non ho ancora deciso quale.

26 marzo 3

Le operazioni per alleviare la sofferenza delle papille gustative incontrano delle difficoltà logistiche. Gavino si trova tanto bene sul tappeto della cucina. Sono riuscita a mettere sul fuoco la pentola per la pasta. Ora tenterò un sugo. Male che vada la mangio in bianco. Buona domenica, ognuno se la agghindi come gli pare. Io lascio fare al gatto.

lunedì 21 marzo 2011

Simone Rea: Giappone

Simone Rea: Giappone

porto travi negli occhi (05 maggio 2010)

 

ripropongo. proprio oggi. perché lo trovo di un'attualità imbarazzante.

"Oggi giochiamo al gioco della trave e della pagliuzza.

Andiamo. Si inizia mettendo per iscritto tutto quello che ci incazza da morirci*, un punto alla volta. Occorre essere precisi. Le metafore non vanno sempre bene. Qui serve calma e sangue freddo. Un punto alla volta. * valgono anche i pruriti emotivi, i furti sentimentali, le sparate a tradimento, le chiarezze oscure, i purgatori relazionali.       Facile facile che occorra un bel   foglio protocollo, perché di solito tutto quanto ci incazza da morirci, una frasina alla volta, potrebbe riempire interi rotoli di quella benedetta carta da culo che chiamano addirittura Regina, con la R maiuscola ( e c'è chi si firma con l'iniziale minuscola. cose da pazzi. dovremmo arabescarcele le inziali, altro che minuscole). Se poi è il mondo, povero diavolo, l'oggetto del giudizio universale che coviamo in grembo, non ci si accontenta mai e vai di strappi di intuizioni sofferte e geniali. Avanti! Potrebbe essere divertente. Su tutto, ho anche una sinusite violenta che mi galoppa in fronte, quindi di mio non sono in vena di sconti.

Poi prendiamo il nostro bell'elenco e, un periodo alla volta, con ordine maniacale, sostituiamo alla voce mondo la nostra bella faccia da schiaffi. E qui si ride. Perché puntualmente, la pagliuzza che abbiamo scovato nell'occhio di quel povero cristo somiglia di molto alla trave che giace beata nel nostro. Eccoci. La posta in gioco è un pacchettino di onestà intellettuale confezionata con nastro di lino ed in carta di riso. Premio di consolazione due/tre marroni glassati. Dico che ne vale la pena. Così magari evitiamo qualche volta in più di passare tutti quanti per degli emeriti stronzi (s.m., 1. detto di persona incapace di vedere ad un palmo dal proprio naso; 2. detto di cosa che perde senso se guardata da altra prospettiva; 3. detto di "ma basta!") ed iniziamo a leccarci le nostre belle ferite nell'intimità delle nostre preziosissime, strapagate, camere da letto.

Lecca lecca, stai a vedere, i lividi han tutti lo stesso colore, quelli tuoi e quelle di quel vanaglorioso che ha preso casa fra le tue ostinazioni di essere perfettissimo.
Diceva un saggio: Son tutti finocchi col culo degli altri. Ora meditiamo."

Buona primavera a tutti!

giovedì 17 marzo 2011

puzzle (11)

 

Epoche. Di amore e silenzi. Di mani piccolissime che stringono forte e spalle larghe che tremano rabbia. Di occhi che aprono strade e sguardi che alzano muri. Di sorrisi che sbucano dal cuore e schiaffi che piovono dal nulla. Di pioggia che tiene compagnia e sole che non riesce a scaldare. Epoche. Di conferme e delusione. Di passione e formiche. Di canzoni che sono la mia schiena e voci che non le meritano.

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Sabato sera, ancora una volta, questa volta ancora più di altre, sono stata percorsa da sangue nuovo. Sangue. Parola su parola, una nota dopo l'altra. Dita, tendini, ciglia, labbra: tutto affilato al pomice dell'urgenza, quella profetica delle cose come vanno dette, come sono da farsi. Anche le risate. Anche la poesia. Tutto. Livorno come una culla, casa, spiraglio, futuro. Senza bisogno di fronzoli. La chiave infilata al cruscotto di una macchina ad orologeria, clessidra di un tempo denso, madido del poi che riscelgo. Alle spalle il peso, quello invisibile della pretesa.

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Epoche. Di libri letti a perdifiato. Uno dopo l'altro. Come fosse l'unica cosa possibile da fare, da farsi. Frasi sottolineate quasi a bucare il foglio. IO scritti a bordo pagina, quasi le parole altrui t'avessero stanata da dove spesso ti ficchi, ti nascondi.

nessuno si salva

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sotto cieli

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Delusioni cocenti e conferme straordinarie. Piccolissime cose mosse dal tuo qui a quel lì per fare aria buona attorno a troppo caos, a troppo niente addobbato a festa. Piccolissime, straordinarie cose mosse da certi lì al tuo qui per il semplice gusto di respirarla, la vita, e farlo con te dentro. Respirare la vita con qualcuno dentro. Non troppi, non tutti, ma qualcuno sì, scelto, voluto, protetto, tenuto saldamente, con la fatica che costa, con la leggerezza che porta.

Ci cade a pezzi il mondo e non ci è dato girare la testa dall'altra parte. Eppure ci si ostina. Stolti. Alla guerra dei concetti e delle posizioni. Sempre. Come non servisse fermarsi un momento e tirare semplicemente il fiato, magari piangendo la sorte meschina che è toccata in sorte a troppi di noi, nello stesso preciso momento. La commozione come un mastice che leghi a quanto conta. La tristezza che abbia un senso, che sia d'uso non abuso. Che porti consiglio, coraggio, che sia come dovrebbe essere. Che serva a ripartire. Magari nuovi. Magari un pochino meno ciechi.

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Egocentrici o narcisisti. Conta così tanto? Non sarebbe meglio integri, limpidi, esposti al di là di tutta questa nudità apparente? Non sarebbe meglio nudi nelle intenzioni, nell'intuito, nel darsi, piuttosto che denudati, con gli attributi in vista, a guardare il mondo da un fico spacciandolo per trono? Troppe domande. Vado a bermi un vino nella solitudine delle mie stanze. Buonanotte.

mercoledì 9 marzo 2011

fossi un tratto prosodico sarei...

 

Giuro, ero convinta come non mai che sbafo si prendesse due effe. E invece no. Ne vuole una sola. Oggi ho un problema con la grammatica. Durante la pausa caffè, stamane, leggiucchiando nel web, qua e la, mi sono imbattuta per puro caso in un assunto terribilis. Non capivo. Giravo e rigiravo la frase nella mia testolina bacata e non tornava il senso. Niente da fare. Fino a che ho capito: era scritta male. Sbagliata. Un che dondolante nel mezzo del periodo si portava via significato e delizia fonetica. Porca paletta! Ci sono rimasta male. Mi sono ritrovata tra passo e orma anche un altisonante intriNse che mi ha dato un cazzottone in pieno volte. IntriNse. Eccoci. Una enne dove non serve e il tuo spuntino delle dieci va a farsi benedire (e non darmi la colpa alla tastiera che e, enne e esse distano miglia lì sopra). La bellezza delle parole è qualcosa che salva. I flussi del pensiero si mortificano se tu li tronchi con degli strafalcioni illeggibili. E' una questione di rispetto. Che male ti hanno fatto, poveri pensieri? Perché mortificarli cercando di comunicarli già fuori forma, malaticci nel dna? Un conto è se stiamo giocando (e a me piace da morire giocare con l'italiano, prenderlo in giro, come si fa con chi ami - ti permetti l'ironia perché sai che dall'altra parte sanno chiaramente che nasce da un profondissimo rispetto). Un conto è se siamo in cattedra. Rileggi, porca miseria. Al contrario, da destra a sinistra, per rispetto a ogni singola parola. In ordine, da sinistra a destra, un periodo alla volta, per la grammatica. Magari in ordine sparso, come se ogni frase fosse una citazione. Fai una pausa di dieci minuti dopo avere scritto, libera la testa da quello che volevi dire e rileggi. Fatti questo favore e fallo pure a me: nessuno deve niente a nessuno, è pur vero, ma la solfa dei refusi comincia a sembrarmi una cotale baggianata... Amo la leggerezza, non la superficialità. Amo l'acume, da morirci, ma non posso giustificarti tutto in nome dell'acume. Ora mi mangio un bel risotto con il radicchio. Anche il risotto, a scriverlo con una t sola, perderebbe in cremosità. Ne sono certa. Del radicchio senza doppia preferisco non parlare. Mi si attorcigliano le papille gustative. Baci e abbracci. E un bel due punti in omaggio.

punteggiature

domenica 6 marzo 2011

risciacquo

 

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La mia amica Mari oggi aveva il magone cosmico e non riusciva a piangere. Io pure. Oggi funzionavamo così.  Io ci ho provato in tutti i modi. Giuro. Mi sono inflitta un film che lego a questioni sentimentali delicatissime: niente. Ho riletto cose scritte proprio quel marzo lì, quello di anni fa: niente. Il magone aumentava ma niente pianto liberatorio. Sono passata alla musica, alle fotografie, ai bigliettini conservati con disumana attenzione: Niente Niente Niente. Ho aperto il dizionario alle pagine giuste, quelle delle parole che mi stuzzicano il sentimento: Niente. Non ci è riuscita nemmeno risciacquo, parola straordinaria, e se non ci riesce risciacquo sono alla frutta fatta e finita. Allora ho svoltato in direzione baraonda. Ho cantato, a squarciagola. Questa canzone qui con particolare veemenza:

E (immancabile) questa:

(La bizzarria di queste piccolissime cose consiste nel fatto che poi, quando volevi evitarle, quando a quel punto potevi anche averne fatto a meno, le lacrime sono tutte lì, sulla tua faccia da schiaffi. Devo avere le corde vocali intelligenti. Loro capiscono quando è il caso di dare uno scossone al mood che ti sovrasta.) Così, alla fine, va tutto meglio. Il magone, l'umore, la domenica sera. Aspetto la mia pizza da asporto con più appetito, lo confesso. Nell'attesa canto ancora un pochino. Dedico le mie note salottiere a Marilena e all'occhio ballerino di Camilla. Così, perché saperle al mondo rende onore all'idea di bene che la mia mamma mi ha insegnato da bambina.

venerdì 4 marzo 2011

sproloquiare (pallido e assorto?)

 

E ne sanno una più del diavolo. E scaricano. E ti sbattono in faccia mine di novità. Un disco non fa nemmeno in tempo ad uscire che loro già sono passati ai due che usciranno settimana prossima. E amano tutto. Smisuratamente. Sanno tutto. Maremma maiala, ma come si fa? E lo capisci quando dietro c'è cultura, la passione, la bulimia dettata dal non poterne fare a meno o un certo arrivismo del pensiero, quella certa prepotenza del saperne sempre e comunque di più. Ma come fai ad amare tutto? Come diavolo fai? Quanto spazio libero devi avere per ficcarci tutta quella roba? Forse è invidia la mia, non saprei dirlo, non con chiarezza. O forse no. Forse mi limito a constatare che non sono capace. Forse mi piace lasciarmi cullare dallo stupore, quello primitivo che ti incolla alle cose. O dalla memoria, da quei barlumi che ti prendono a tratti e devi correre a riascoltare, a rileggere, a riguardare, 'ché quel pezzo, quel libro, quel film, sono una scheggia della tua schiena, lo sono diventati nel tempo, con il tempo, e ci hai messo del tempo per rendertene conto. Hanno sedimentato, ecco. Non riguarda la curiosità quanto sopra. La curiosità è una manna dal cielo. Beato sia chi se ne nutre, chi la nutre. Riguarda la tuttologia. Insomma, mi fanno paura questi maniaci dell'avere tutto, del voler sapere tutto, che poi magari non sono un bel niente. Perché non una delle cose che li ha sfiorati li ha cambiati o abbracciati o tenuti a galla. Come se la bellezza fosse un complemento d'arredo, messo lì a infiocchettare il vuoto che, porello, vuoto rimane. Non riguarda nemmeno lo scambio, quanto sopra. La condivisione è un lusso cui non vorrei mai sottrarmi. Beato sia chi non è geloso della bellezza che scopre ma la butta nel mondo. La grossa parte di ciò che sono oggi lo devo a chi ha camminato davanti a me e non ha nascosto le proprie orme. Riguarda lo spreco. Mi incuriosiscono questi lasciti quotidiani che sono e restano quotidiani. Tutta forma e niente sostanza. Pochi brividi, insomma. Nessun futuro. Niente decantazione. Come se dovesse ritirarsi il mare e sul fondo non fosse rimasto niente. E il Titanic? Le carcasse di squalo? Le bottiglie con i messaggi dentro? Gli anfratti rocciosi? Le dune? Il silenzio?

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giovedì 3 marzo 2011

Martine (o Silvia, che fa uguale)

 

Tante storie tutte per me. Ed. La Sorgente, 1971 (1980).

Racconti e illustrazioni di Gilbert Delahaye e Marcel Marlier.

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L'ho trovato. L'ho ri-trovato! Ringrazio le funkymamas e il loro giveaway per avermi messo la pulce nell'orecchio (una pulce nell'orecchio di una pulce. Da non crederci). "E voi? Ricordate di una storia dai contorni dark che vi avvolgeva nel vostro lettino? Oppure il primo libro di cui avete un ricordo nitido nella vostra infanzia?" Ma certo! Credevo di averlo perduto. Poi la sensazione della tana. Ed eccolo! Era in camera di mia sorella, fra i libri che le ho lasciato tanto tempo fa, nascosto dietro ad altri volumi, dato per smarrito, silenzioso e forte.

Il libro raccoglie le storie di Martine, in italiano Silvia. [Non facciamoci troppe domande in merito o finiamo nel paludoso terreno dell'infamia da translation e non voglio rovinarmi l'umore. Perché Martine muti in Silvia mi sfugge. Vola oltre ogni mio sforzo d'immaginazione. Marta, Martina, Mara. Ma Silvia? dev'essere un male che riguarda il salto francese italiano. Penso ai titoli dei film di Truffaut e mi viene da piangerci... ].

Comunque, c'è  tutta una letteratura che la riguarda, mioddio. Ho fatto parte di un microcosmo di delizia e lo ignoravo. Queste son le cose che rendono speciali le giornate. Verissimo.

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Questo libro sa di zafferano, cannella, mele, erba e cioccolato. Ha trattenuto gli odori di allora, quelli che rendevano la mia casa un nido. In un punto preciso si possono annusare chiaramente le frittelle di mele. Se chiudo gli occhi sento la voce di mamma che chiama dalla cucina. Dev'essere per questo che ho piegato un angolino ad una pagina ad un certo punto. Frittelle a merenda. Doveva essere domenica. Dovevamo essere molto belle.

Ecco. Adesso sono proprio felice. Come solo sanno esserlo i bambini.

 

mercoledì 2 marzo 2011

CAVOLI CHE GIVEAWAY (Le funkymamas ne sanno)

 

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C'è tempo: potete partecipare fino a domenica 6 marzo. Accorrete. Avrete fatto un balzo nel mondo che ci si augurava avremmo avuto da grandi.

 

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martedì 1 marzo 2011

"cioè non so se sai" (cit.)

 

Mi son detta che coricarmi un'oretta dopo pranzo, un pranzo frugale e consumato alle due e mezza del pomeriggio, me lo potevo anche meritare. Mattinata bella densa, occhiaia come di dovere (figlia di notte insonne), sbadiglio manierista ad intervalli regolari (li misuro come fanno le partorienti con le contrazioni, sai mai che mi esce l'alieno dal corpo e mi trova impreparata - perché delle volte sbadiglio che pare sbadigliamo in due, io e un alieno, ma di quelli enormi, primitivi, cose da cult della fantascienza). Insomma, mi butto sul letto (il divano non è cosa il pomeriggio - mi si imbestialisce il gatto), cerco una posizione decente, qualcosa che mi giustifichi al mondo, i cuscini dietro la schiena, sdraiata a metà (ti senti meno in colpa a dormirtela in pieno giorno se non disfi il letto, se perdi i sensi seduta - non saprei dirne la ragione ma è così). Orbene, neanche il tempo di calare la palpebra e il sonno come uno schiaffo. Anzi, no, come una sassata. Mi sono risvegliata a fatica, dopo altro che un'ora, quasi sulle spalle portassi il mondo intero. L'alieno non aiuta di certo. Pesare deve pesare parecchio e non lo sbadiglio mai via a sufficienza. Indi, non ho dormito come un sasso ma come una sassata. Ecco. E ho fatto bene. Una piccola parentesi di senno del niente ogni tanto ci vuole. Graffa. Bella solida. Una parentesi che spartisca le acque fra tutto il fatto di prima e tutto il da fare di poi. Chiamatemi Mosè, il Mosè delle graffe. Non mi offendo, io. E non si offende nemmeno Mosè, credo (con tutto quello che gli è toccato in sorte nei paginoni di certi libri, farà mica il permaloso per due parentesi graffe...). Detto questo, io sassata, io Mosè, privata di ogni energia e schiacciata sotto il peso del perché diamine mi sono alzata, son qui a riflettere su quel qualcosa che "cioè non so sai che" (citando Camilla) su cui devo assolutamente concentrarmi da qui in avanti. Si parlava di doti, si parlava dello spreco cosmico di noi stesse cui assistiamo giorno dopo giorno, di quel rimandarci a settembre che ci abusiamo dai tempi del liceo, dell'osare davvero fino in fondo, del dare una bella mano di vernice fresca alle qualità che ci rendono Io, Io e basta. Lei è più brava di me, in questo. Lei corre. Respira così forte che a volte, lo sento, respira anche per me. Io sono più pigra, un pochino più rintanata. Tocca stanarsi. E dare delle forme, darsi una forma, scegliersi la sfumatura di colore che renda l'idea. Il progetto mi piace. Giusto per regalarsi un pochino meno e piacersi un pochino di più. Che poi magari non cambia niente. Ma non è mica detto. Anticipazione: un titolo ce l'ho. Per il resto, se arriva la primavera posso arrivare anch'io. "Cara primavera, non so se sai che...".

06 febbraio 016                                 [Il regalo di Natale di Camilla. Handmade & Love]

p.s. c'ho l'header da rifare. e non è propriamente questione di marmitte o controsoffitti. aiuto.