domenica 29 maggio 2011

l'aggettivo insostituibile

 

Ricordati che ogni cosa si può dire con la parola giusta: tra quattro aggettivi, non lasciarne tre, e nemmeno due: uno solo, ma che sia insostituibile. (Gina Lagorio)

Penso a un aggettivo insostituibile, all'aggettivo da regalare alle ore di ieri, a Camilla, al suo sorriso leale, incontaminato, contagioso. Un aggettivo che sia del suo anno nuovo come di ogni suo minuto, che sia abbraccio e somma, invito e Grazie. Qualcosa che valga il bene che le respira attorno, che tenga alla larga il male inevitabile, e se proprio un pochino di male vuole avvicinarsi che non le lasci segni sulle mani. Penso a Marilena e Marilena è l'aggettivo giusto. Clelia è l'aggettivo giusto. Sovverto le regole di certa accademia linguistica o oso dei nomi, nomi proprio di persona: aggettivi insostituibili. Gianmarco. Germana. Annamaria. Non felice, radiosa, preziosa. No. Nomi propri di persona: la vita indossata con grazia e ferocia, con garbo e sete; la vita goduta, sentita, protetta, descritta, tenuta a bada con la discrezione delle piccolissime cose. Penso a Camilla ed è, innegabilmente, dire le cose che per me contano e dirle con la parola giusta.

  Millini 3 

p.s. due chili di torta potrebbero fare paura. poi invece finiscono e scopri che non poteva davvero andare meglio di così.

giovedì 26 maggio 2011

a cruce salus

 

Vertebre mie adorate, ve lo garantisco: non avete bisogno di farmi presente che vi ho, che siete totalmente mie, con queste vostre maniere da Asilo Mariuccia. I capriccini, mi fate i capriccini. Vi incriccate e vi impuntate per un nonnulla. Tutte lì, impettite, a non volervi scostare dalle posizioni prese. Ma basta! Vi amerei anche di più se mi fosse consentito muovere il collo senza dover chiedere il permesso a voi tutte, una ad una. E non provateci nemmeno a coinvolgermi le anche che faccio un casino. Sia chiaro. Tanto per non farvi anche questo favore, resto di ottimo umore. Resisto! Ora voglio vedere chi la vince. Se voi o il Voltaren. Ecchediavolo! Dalla croce la salvezza, e via andare. Mi attrezzo il divano come fosse un autoscontri e mi guardo un film. E lo scelgo io. Niente Gray's Anatomy questa sera, che poi vi gongolate con tutte quelle flebo. No. Questa sera si recita a soggetto. E soggettivamente mi dedico l'opera prima di Miranda July. Punto e a capo. Domani, casomai, ne riparliamo.

 

Baci e abbracci. Modesti, che se no le vertebre si incazzano. (Va bene reagire ma su certe cose la sanno più lunga di me.)

p.s. penso al Chapas, oggi. non posso farci niente. correva l'anno 2005. era tutto meno stantio di così. financo io. penso alle calle, all'arancio che ho rubato ai muri e con cui mi sono tatuata gli occhi, all'ambra, alla segatura sui pavimenti delle chiese, all'erba viva, a zio Giovanni, ai machi, Gonzalo, il bouquet della sposa, un diario, matite colorate, i gamberi, le foglie di menta, tessuti, i taxi, le fotografie sviluppate giorno per giorno. forse è perché stamani, alzandomi, ho annusato granturco. forse è per via del temporale che non arriva. forse il cielo. forse sono solo e semplicemente io, come quando ti torni in mente ed è bello così.

mercoledì 25 maggio 2011

Bene Così

 

"Ma un uomo che non sogna è come un uomo che non suda: accumula in sé riserve di veleno" ( T. Capote)

Saranno gli asparagi. Come cuociono guardando verso l'alto. O forse quest'aria fresca, la pelle asciutta, il sentire le spalle nude a proprio agio con la sera. Sarà l'aver messo via qualche ora faticosa, la maglietta macchiata di bestemmie, l'afa delle tre del pomeriggio, Piombino. O forse quell'sms rimasto nel cellulare che diceva di un caffè che sarebbe stato carino bersi stasera. Sarà che spesso non rispondo al telefono. O forse che poi richiamo e tutto tace. Sarà che maggio finisce, con le sue due g in fila che mi spaccano l'ugola tutte le volte. O forse l'idea di un giugno altro, ennesima occasione, buona o meno non mi interessa, almeno non ora, non qui. Saranno le palpebre o le tapparelle alzate e fuori tutto quel blu. O forse una fotografia o la birra nel bicchiere del vino o  il rosso delle fragole. Qualcosa dev'essere. Qualcosa spinge. Dal collo alle ciglia. E dice Va bene così. Va tutto ( Va anche) bene così. Buonanotte.

p.s. leggete L'ARPA D'ERBA . fatelo. vi garantisco che il verde avrà tutto un altro sapore, poi. [Grazie Mills]

sabato 21 maggio 2011

Amore e Guerra

 

Preparo un risotto a mio padre. Non viene niente male. Ci scofaniamo in due una bottiglia di Marzemino. Sullo sfondo delle nostre chiacchiere Amore e Guerra di Woody Allen. Una serata gentile. Aria tiepida, buon cibo, poche pretese. Finiamo a chiacchierare del più e del meno. Ovvio che si finisca a parlare di perdite e fallimenti. Ma in chiave ironica. Ci prendiamo un pochino per il culo. Salta fuori l'argomento rancore. Mi perdo in una manfrina lunga un quarto d'ora sul come la vita mi abbia insegnato il poco senso del rancore. Energie sprecate. Se andando a letto la sera puoi dirti di aver fatto del tuo meglio e di esserti scusato in caso d'errore, non vale la pena serbare rancore. Ti fa venire le rughe più del dovuto e non porta a niente. La vita se ne frega. Lei va avanti. Sei tu che rimani indietro. Chi non ha saputo chiedere scusa o regalare l'azione giusta al momento giusto avrà a che fare con la propria coscienza, prima o poi. E lì con cazzi sua. Mi perdo in ricordi e contraddizioni e mio padre mi ascolta. Non batte ciglio. Interviene un paio di volte (quasi con il magone) per metterci un ricordo suo, una sua pennellata di colore. Mi alzo e preparo la caffettiera. Mentre cavo le tazze dalla lavastoviglie lo sento:"Sei più saggia di me. La vita ti ha fatta più saggia di me." No, tesoro papà mio. No. Non sono più saggia di te. Non sono saggia. Sono solo stanca e mi sono stancata molto prima di te. Ed essendo molto stanca non ho energie da sprecare. Non ho più tempo da perdere. E se ho imparato il valore del tempo lo devo anche a te. Soprattutto a te. Devo a te se alzandomi, ogni santo giorno, mi viene da pensare che sprecare il tempo è un delitto. Devo a te la benedizione della bontà che rende coglioni. Devo a te la durezza con cui amo. Perché amo con durezza, ostinazione, caparbia. In modo antico, è vero. Tant'è che esco nelle strade, spesso, amando l'amore che non c'è. Devo a te il valore che mi rimbomba addosso se penso Famiglia. Devo a te il lusso del perdono, forse perché hai perdonato sempre e la vita non ti ha perdonato mai. O se non hai perdonato abbastanza lo stai ancora pagando e non è mai periodo di saldi. Tesoro papà mio, non sono saggia. Ma il rancore no, non mi somiglia. Piuttosto una scure. Via. Niente rami morti su cui appendere frutti amari. Impazzisco quando non riesco a capire. Una volta che ho capito mi corico in pace. Mi basta. La vita svolta, ho le prove. Non batto ciglio durante conversazioni che solo qualche mese fa mi avrebbero spezzato il cuore. Amo a prescindere, pare. E va bene così. Fatico nell'elaborazione dei lutti. Ed in questo ti somiglio dannatamente. Due gocce d'acqua. Forse è per questo che ti sento. Forse è per questo che mi senti. Forse è per questo che almeno noi ci siamo perdonati l'imperdonabile. O almeno ci abbiamo provato. Almeno noi. E continuiamo a provarci. Ogni santo giorno. Un risotto alla volta. Un silenzio alla volta. Un muro alla volta. Bon (come direbbe Camilla), vado a controllare il ragù. M'auguro venga bene. Una bella lasagna domani ci starebbe daddio.

giovedì 19 maggio 2011

prosciutto e melone

 

"Stasera mangiamo prosciutto e melone" Ottimo! "E due raviolini di primo" Ah, ecco! Di nostro non siamo gente da piatto unico. Pare brutto non consumare il rito del pasto senza aver usufruito mediamente di tre piatti da portata a testa. Non c'è dieta che tenga. Da quel frigo sbuca l'impossibile. E una volta che l'impossibile è sbucato la buona educazione ti intima di non demordere. Se l'impossibile torna al frigorifero sei un imperdonabile ingrato. Ora, come si deve fare? Mio padre non lo ferma nemmeno il tunnel carpale. Niente. Lui ti ama così, allo strafogo. E io, che son di bocca buona, devo pur ammetterlo, lo ri-amo senza fare tante manfrine. Grazie al santissimo cielo ogni tanto millanto un'insalata che scade, che butterei via, e riesco a saltare l'invito. Sempre che non si sia premurato di verificarmi la spesa mentre salivo le scale. Ma come fa? Come fa a saperlo che non ce l'ho l'insalata che scade? Mah. Misteri della rampa di scale. Detto questo, a parte il patimento del bottone (sempre lui, il povero bottone alto del povero jeans che amo), stasera andava anche bene così. È stato un giorno pesto e due chiacchiere con sottofondo di posate ci volevano davvero. Non mi è nemmeno partito il solito embolo di fronte alle solite notizie. Questa cosa del tg24ore mentre si pasteggia non è del tutto un'idea geniale. Il più delle volte tengo comizi da camicia di forza. E mia sorella si arrabbia perché non sente. E mio padre che le dice di lasciarmi dire, che sono fatta così, m'infervoro, è il DNA ( n.d.a. Non darle contro che se no mi tocca chiamare il centro per l'igiene mentale). Ma stasera no. Si è riso, mangiando melone e studiando percorsi alternativi per raggiungere il centro di Milano senza passare dal centro. Ecco. È finito un bel giovedì da schifo e sono felice. Basta davvero poco. Ho le prove.

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martedì 17 maggio 2011

piccole vacanze che si piglia il cervello

 

Qualche gesto, delle smorfie con la bocca, ridere o parlare da solo non sono segni di squilibrio, ma piccole vacanze che si piglia il cervello. È normale. Poi ci sono quelli che il cervello sta sempre in ferie ed è più grave.

(Salvio Formisano, Nella mia vita ci piove dentro, Avagliano, 2009)

Io, con me medesima, me la canto e me la suono. Questa è la verità. Conversazioni che neanche Ibsen o Eggers o vattelapesca. Mi interrogo, mi rispondo, mi mando a fare in culo, mi do torto e delle volte ragione. Sono una auto-interlocutrice democratica. Non è che parlo con me stessa per uscirne sempre pulita. Spesso mi ritrovo mandata a quel paese. Son lì che guido, che mi lavo i denti, che scelgo un paio di calzini e d'improvviso anche me medesima ne ha le palle piene di starmi a sentire. Cose da pazzi. Alzo anche la voce, per dire. Non ho nemmeno il pudore di parlare con il pensiero. No. Articolo il suono. Intono lo sberleffo. Mi ascolto e mi stanco di ascoltarmi. Tutto da sola. Sono un'azienda che funziona, poche balle. Ho la partita IVA dello squilibrio e ci pago anche le imposte. Non accade sempre ma accade spesso. E non dissimulo nemmeno più. Una volta se mi incrociavo lo sguardo allungavo un gesto di stizza e la piantavo lì. Oggi tutt'al più sorrido e non perdo neanche il filo del discorso. Ognuno le vacanze se le fa come può. Io me ne faccio un paio al giorno e non ho nemmeno bisogno di andare al mare. Economia del tirare il fiato. Utile garantito. L'importante è la consapevolezza. E in quanto a consapevolezza ho laurea e master. Un master vero, però, mica come quello della Garnero (alias DanielaDiGomma Santanchè).

Non perdete tempo! Arredatevelo! Anche due chiacchiere fatte bene con quell'angolo di voi che spesso il mondo zittisce possono svelarsi una deliziosa abat-jour. L'importante è che la cosa non vi sfugga di mano. Niente Ikea, per favore. Niente carrelli di cose inutili. Tenetevi lontani dalle candele profumate e dalle piantine. E se in omaggio offrono camice,  quelle con le maniche lunghe lunghe, che fanno il fiocco sulla schiena, non fatevi ingannare. Non vestono per niente bene. Quelle vintage sono anche peggio. Qualche lampada, una bella poltrona e via andare. Non c'è bisogno di riscrivere la Bibbia, di decantarla camminando lungo i marciapiedi. Cose di giusto mezzo. Poi fate voi.

p.s. Ascolto S.C.O.T.C.H. , il neo-nato di Daniele Silvestri. Ora, al di là dei peccati brutti che consumerei con il suddetto, è un gran buon disco. Ne avrò di che raccontarmi, fra me e me...

giovedì 12 maggio 2011

una corsa con strane regole

 

Il mio amico Bob (Rob Brezsny) dice che toccherebbe darsi la regolata del Dodo. Cito testualmente: "In Alice nel paese delle meraviglie a un certo punto un uccello parlante di nome Dodo organizza una corsa con strane regole. Ognuno corre dove vuole e decide quando cominciare e quando finire. Naturalmente alla fine della gara è impossibile capire chi è arrivato primo, così il Dodo si dichiara vincitore. Ti invito a partecipare ad attività simili nelle prossime settimane, Leone. È un buon momento per raccogliere vittorie divertenti e facili successi non solo per te stesso ma anche per tutti gli altri." Io a Bob voglio bene ma delle volte mi fa scappare la voglia di offrirgli un aperitivo. Per dire. Va bene tutto, ma questa storia del vincere facile io non la butterei proprio sul ridere. Sovverrete con me che è un blando, per quanto educatissimo, tentativo di parafrasare l' ormai cronica tendenza degli astri ad impedire qualsivoglia opera di edificazione sul terreno che riguarda i nati del Leone. Caro Leone, visto che ancora non sei in lista per spaccare il culo ai passeri con un bel botto di vita edificante, cerca di procurarti qualche contentino, magari senza litigartelo con chi è più in forma di te. Non sono cose belle da sentirsi dire. Non se sei in pieno post-letargo, non batti chiodi e nemmeno bulloni, ti sommuovi il pensiero ogni santissimo giorno al suono di motti propiziatori che faresti meglio a non ripetere in pubblico, c'hai le malinconie a tradimento, litighi con l'anagrafe, lo specchio e anche con le stringhe delle scarpe. Insomma, finisce che ti senti condannato. Forza, Leone, che non conta se eravate in due, conta che sei arrivato secondo. Non ultimo, secondo. Crea il caos attorno a te e quando avrà raggiunto l'apice chiamati fuori e gongola. Ma dai! Ma son cose? Però è simpatico, Bob, c'è poco da fare. Simpatico come il dentifricio che ti rimane sulla faccia, tu non te ne accorgi e chi ti incontra ride ma non ti avvisa. Almeno è dentifricio. Profuma. Puoi sempre pensarlo come un tocco di fantasia. [Comunque, per non saper né leggere né scrivere, io ci provo. M'auguro solo non mi finisca in rissa, la corsa. Che io non mi chiamo Alice e questo non è decisamente il Paese delle Meraviglie]

AAA CERCASI disperatamente Cappellaio Matto che somigli (e non solo vagamente) al cappellaio di Barton, magari prima del trucco. Poi sono solo dettagli. Però contano anche loro.

 

domenica 8 maggio 2011

la prima cosa bella

 

La prima cosa bella che ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane, sei tu.

Cara mamma, oggi c'è sole e un vento leggero. Sei una rosa bianca. Papà ha detto così. Ed è una cosa bellissima. Se guardo bene le mie mani sei anche loro. E anche questo è bellissimo. Sei lo sguardo che sorride per i cerchi che fa il caffè quando lo mescoli nella tazza grande. Sei cantare una canzone camminando per casa a piedi nudi. Sei il mare. Sei. Cara mamma, si inventano le feste perché è bello averne una per ogni cosa. Io dico che la tua festa è ogni sabato, perché odora di pane caldo e prosciutto cotto; ogni domenica, perché si tratta di fiori, sempre. Sei anche il Vetril, come brillano i vetri dopo averli puliti, il giallo del risotto con lo zafferano, l'ombra che le piante di fico disegnano sul prato dietro casa, la polenta con il brasato. Sei il rossetto trasparente, un paio di jeans degli anni settanta (a zampa per davvero), le camicie con il collo stirato bene, la pizza fatta in casa, la calligrafia di una bambina per scrivere frasi da donna. Sei un bacio posato per caso, sulla fronte. Sei il lavoro all'uncinetto e i colori del cotone. Sei tanto da imparare e le piccole cose, preziosissime, che non servono a nessuno. Sei la curiosità e un brivido di disagio, quello stare in mezzo alla gente come se non fosse mai il tuo posto, e poi ogni posto finisce per somigliarti, per volerti bene, per essere tuo in quel modo inspiegabile. Cara mamma, sei tua madre e il suo corpo veloce, la sua storia fatta di sassi e la sabbia nelle tasche per non prendere il volo. Sei due donne in un paiolo ed è rame rosso, forte, intelligente. Siete. Siete gli uomini che avete reso liberi ed imprigionato, quel coraggio colmo di fierezza che non trapela mai in boria, che salva dagli angoli bui, che tiene a bada il niente con ordine e prepotenza, pre-potenza, potenza prima, quella che serve a resistere. Cara mamma, sei proprio la più bella. E non arrossire se te lo dico. Funziona così. Ad essere mamma si finisce per essere un superlativo, c'è poco da fare: la vita funziona così.

mamma

A tutte le mamme. Di prima, di poi, di forse. A tutte le mamme: un tripudio di bene!

fireworks

 

parla tu che parlo io. parlo io. parlo. delle volte parlo pure troppo. non sempre. solo delle volte. muto in logorroica della conversazione, dell'aneddoto, del riempire lo spazio fra me e il mondo con una valanga di parole. stasera non erano a caso. stasera sono venute bene. di pancia e con il cuore in mano. e si è riso. e quel poco che si è taciuto lo si è fatto con garbo, con il sorriso, prendendosi un secondo la mano perché andava bene così. ottima musica, buoni amici (buonissimi, oserei), un buon odore di Casa, di quello stare bene che non capita spesso e quindi lo riconosci e finisci per godertelo come si fa con la focaccia salata dopo un bagno in mare. la storia della barca non la possono capire tutti. alcuni sì. siamo tutti su una barca e navighiamo il nostro fiume. se sia di acqua o di merda non è il caso di specificarlo. non è questo il punto. il punto sono i remi o il motore. ecco, io me la navigo su una barchetta a remi. spesso ne perdo uno e finisce che giro su me stessa o, male che vada, con grande sforzo, un colpo a destra uno a sinistra, resto ferma. quando davano via i motori io non ero in fila. non mi faccio domande sul dove e il come io abbia occupato il lasso spazio temporale del mio turno. il segreto è saperlo e tararsi sulla potenza del colpo di reni. perché non sono le braccia a fare la differenza ma la consapevolezza. indispensabile è non perdere il perno su cui poggiano i remi (o l'unico remo che sei riuscito a non perdere). il perno. un punto fermo. dove poggia lo sforzo per farsi azione. eccoci. qualcuno questa storia l'ha capita. così come è abbastanza chiaro che non puoi venderti Corriere della sera se sei Seconda mano. A A A offresi. A A A cercasi. il vantaggio, l'unico, è che sei merce rodata, non c'è da perdere tempo in manfrine da qui al tagliando. o vai bene o non vai bene. poche balle. le scarpe, casomai, le cambiamo. giusto le scarpe. il resto è quello che è. A A A offresi giro di giostra emozionale con sacchettino di praline di vita. A A A cercasi credenza non tarlata che se chiudi le antine loro, le antine, fanno il loro mestiere, si aprono e si chiudono (se monti cerniere Ikea ti beccano al volo. le tue antine fanno rumore, sono crepuscolari, si fermano a mezz'aria. al primo calcio vengono giù. chi compra di seconda mano certe cose le guarda, c'è poco da fare. va bene spendere meno ma farsi fregare non se ne parla più). se non sei un comodino inutile che ti infili negli annunci arredi zona notte. ti scoprono. e poi fai davvero brutta figura. sei un divano sfoderabile? perfetto. a qualcuno andrai bene così. prima o poi. magari più poi che prima. l'importante è non togliere l'annuncio. lascialo lì. sai mai...

Fireworks over Chicago - The Junkyards

buonanotte. a Fabrizio e Gaia, ai fuochi d'artificio, a Dan e Chichi, a bigMolt, a chi era alla mia destra e chi alla mia sinistra, alla vodka con la lemonsoda, a Patty e Gnagni, alla grammatica, alle buone occasione. buonanotte.

 

venerdì 6 maggio 2011

Wristcutters: A Love Story

 

Guardatelo!

Cicatrici. Dentro e fuori. E se ti sei ammazzato tagliandoti i polsi, son cicatrici che fanno storia. Rabbrividire? No, non c'è da rabbrividire. Piuttosto c'è da mettere un momentino via qualsiasi aspettativa e lasciarsi guidare lungo il binario su cui scorre la macchina da presa. E a permetterglielo, questo piccolissimo film, a starlo a sentire, ti racconta una storia che ha un capo e una coda anche se dal corpo diresti proprio il contrario. In questa storia i protagonisti sono legati tutti da una stessa sorte: sono tutti morti, si sono tutti suicidati, e vivono la loro morte (vita?) in un aldilà che è un aldiquà. Le loro vite (morti?) si intrecciano e scorrono, si siedono e respirano. Si abbracciano, anche. Le loro giornate sono fatte di luoghi, ricerche, pranzi, abitudini, viaggi, labbra, diari, birra, sigarette, miracoli, quei miracoli che accadono solo se non te ne frega niente, se non ci stai troppo a pensare. Le loro storie: storie di persone morte (vive?) che sanno esattamente dove stavano andando e dove ci sarebbe da tornare; storie d'amicizia, quella vera, quella di pancia, quella che poi magari ti cambia la vita (morte?). [e poi c'è Tom Waits. per dire.]

Wristcutters - Una storia d'amore 2

Wristcutters - Una storia d'amore 3

Wristcutters - Una storia d'amore 4

Wristcutters - Una storia d'amore 5 Wristcutters: A Love Story

Un film di Goran Dukic con Patrick Fugit, Shea Whigham, Shannyn Sossamon, Tom Waits, Will Arnett, Leslie Bibb, John Hawkes, Mark Boone Junior, Sarah Roemer. USA, 2006

 

 

 

 

lunedì 2 maggio 2011

Non sempre ma delle volte sì

 

La vita è bellissima. Non sempre ma delle volte sì. Ho le prove:

un'altra identità [atti(mi) unici]

infinite possibilità [attimi d'attese]

nicolas dodi[attimi fermati]

 guy garniers [attimi ritagliati]

la_donna_della_domenica

 

 

Donna_della_domenica_PCD119 [attimi suonati]

 

[attimi parlati]

Camilla [attimi di puro cuore]

la passione [attimi blu]

23 24 aprile 2011 013 più [attimi pasquali]

sproloquiare (pallido e assorto?) _ 2

 

Non è la fatica è lo spreco che mi fa imbestialire ( cit.) . Lo spreco. E io ho sprecato tanto, troppo. Ho sprecato sentimento ed energia per gente malsana, uomini piccoli, amiche fameliche, faccendieri del Noi. Gente che poi te la ritrovi ovunque, che si è impossessata dei tuoi luoghi, che fruga fra le tue piaghe, nelle pieghe dei tuoi abiti fatti su misura. Gente che ride, a ripensarci. Io no. Io non rido. Non più. Non rido perché voglio ricordarli, quel sentimento e quell'energia. E voglio provare a non averli sprecati invano. Si fa fatica, ma non importa. Ne ho già fatta a quintali. Un chilo in più non cambia niente. Ancora un pochino di fatica per non permettere a certe borie di macchiarmi la pelle. Ho i miei nei e mi bastano. Ho il mio linguaggio, mio perché ho provato a farmelo da sola. E se ho dei debiti di riconoscenza (sempre sacro sia il culto dell'amorevole condivisione) non ho mai lesinato in gratitudine. Ho le mie ferite, quelle che bene o male si portano dietro tutti, e quelle sono fatica, storia, e per questo le amo, non mi fanno imbestialire. Non sono la brutta copia di nessuno e non permetterò più che si provi a farmi credere il contrario. Sono imperfetta e tutta una lacuna ma non frugo nei bagagli altrui per portarmi a casa (vana) gloria. C'è stato chi diceva di dovermi difendere, di dover difendere, in qualsiasi modo, l'unicità che rappresentavo. Peccato che poi siamo tutti unici alla stessa maniera e si fa sempre in tempo a difendere altro. C'è stato chi ha taciuto quando era il caso di parlare e non ha saputo starsene in silenzio quando il silenzio avrebbe detto l'unica verità decente. Tutto quel mio che diventa nostro e quel loro che rimane loro mi ha un tantinello frantumato i maroni. Perché tutto quel mio è andato sprecato e se ne poteva fare a meno. M'accuso, sia ben chiaro. Non accuso nessuno. M'accuso perché a mettermi in saldo son sempre stata io e,si sa, l'arte dell'acquisto a basso costo non attrae solo i signori dello shopping. Attrae di tutto. Partendo dai ladri, arrivando ai buffoni: di tutto. Delle volte solo per una forma malsana di buona educazione. Delle volte per demenza giovanile. Delle volte per gola. Messa lì in saldo senza nemmeno contare il 20% d'IVA che bene o male ti toccherebbe accantonare. Basta! Inutile girarci intorno: sarebbe bello ridere di Noi, di tutto il tempo rubato al nostro tempo a venire. Noi. Sarebbe bello. Mi impegnerò affinché risulti un pochino più semplice. Sprecando meno. Rivalutando il costo almeno dell'IVA.

p.s. Prima di ognuno c'è stato qualcuno che ha fatto di più e magari meglio di così. Ma è il dettaglio, a contare. La contingenza. L'onestà intellettuale. E se anche non hai spaccato il culo ai passeri con l'idea che rivoluzionerà il mondo, non per questo non devi difendere quello che sei e come hai deciso di esserlo. Tu. Difenderti. Guardandoti bene da chi dice di volerti difendere e poi era tanto per dire.

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de retorica

 

Eccoci. Ucciso terrorista. Quindi? Magari l'avessero serrato i suoi conterranei e poi appeso per i piedi. Una bella Rivoluzione. E invece no. Qui non c'è nessuno che ringrazia, forse nemmanco la memoria. [Qualcuno di sicuro brinda, ma non credo nel nome della libertà. E i bicchieri pare se li siano fatti fare a forma di barile. Ma sono pettegolezzi. Non ho le prove.] Prenderlo vivo e farlo cantare? Prenderlo vivo e costringerlo a dire pubblicamente Sono una grandiosa testa di cazzo e per esserlo mi hanno pagato tizio, caio e sempronio?  Macchè! E avanti così, che mentre si investono gli stramigliardi in armi e stermini, ci ficcano in mano il bon bon dell'uccisione e tutti a pensare che forse in fondo in fondo era giusto così. Già. Giusto così. Oleodotti a parte. Nel nome didDio a parte. Orfani e vedove a parte. Ricostruzioni a parte. Dollaroni a parte. Strapoteri a parte. UominiBomba a parte. La maremma maiala a parte. Non mi piace. No. Avanti, consegniamo l'ennesimo martire da glorificare ai millemila invasati che non aspettano altro. Invasati che ne ammazzano altri. Bella storia questa (falsa?) storia. Bella davvero. Ed è anche lunedì. E adesso ci toccherà inventarci un altro bruto da odiare per sentirci l'occidente calzare a pennello, con il suo manto di democrazia e bontà. Non che il tizio in questione fosse uno stinco di santo. No. Il tizio in questione si portava sulle spalle la miccia di vagonate di cacca ideologica e bombe sversate a tradimento, morti e contro morti, delirio e violenza. Un vero stronzo, insomma. Sono i modi che mi lasciano perplessa. I modi. Ma pare che il vecchio detto C'è modo e modo riguardi solo la retorica. Ah, la Retorica. Quanti culi sta salvando da un ventennio a qui. Il nuovo beato di questi ultimi giorni qualcosina in merito ce la potrebbe raccontare... Ma io di queste cose probabilmente non ci capisco un'acca. Tutto è sempre più complicato di quel che è. Sempre. Tutto e sempre. Anche il lunedì, a ben guardare.

domenica 1 maggio 2011

l'ingranaggio

 

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Il diritto a. Il diritto. Diritto. In senso figurato, aggettivo - onesto/giusto. In senso figurato, avverbio - in modo diritto. Sostantivo maschile - complesso di norme che regolano i rapporti sociali con carattere di obbligatorietà; scienza che ha per oggetto di studio tali norme. Sostantivo maschile - facoltà, tutelata dalla legge, di esigere da altri qualcosa; compenso dovuto a privati o enti, in corrispettivo di determinate prestazioni. Sostantivo maschile - facoltà o pretesa in genere, giustificata spesso da norme morali, consuetudini. Aggettivo - che procede secondo una linea retta che non piega da nessuna parte. Il diritto al lavoro. Qualcosa che proceda lungo una linea retta, che non piega da nessuna parte, sotto lo sguardo attento della norma, giuridica e morale, da cui tornare a casa salvi la sera, da cui sentirsi migliorati, presi in carico, salvaguardati. Qualcosa che sia tanto umano da fare spavento. Così umano da somigliare alla corsa del sangue nelle vene. Come a dire dignità, talento, coraggio. Il coraggio di rischiare non quello di lasciarsi ammazzare. Qualcosa che non sia abuso ma uso, delle forze, delle energie, delle risorse. Qualcosa che sia iniziativa e prestazione, non giogo o svilimento. I significati di Diritto contengono tutto. Basta guardare bene. Il significato di lavoro è accezione di civiltà. Dovrebbe esserlo. Basterebbe guardare bene. Fra le righe di certa storia, di certo personale affanno, di quel fare parte di un tutto che così spesso muta in circolo vizioso. Qualcosa che dia un senso, concreto e tangibile, alle aspirazioni e al compimento del dovere. Il dovere di essere buoni cittadini, buoni genitori, figli autonomi, persone oneste, vive. Il dovere alla realizzazione, compiuta attraverso mezzi leciti, che elevi socialmente e spiritualmente. Non servi del denaro. Non servi della gleba. Ma persone che hanno un diritto, il diritto di esserci,  di essere parte integrante, degna, libera. Qualcosa che non storpi il senso della piramide, 'ché la colma crolla se le basi non sono solide. La colla dovrebbe essere il rispetto, per le singole capacità, per le dignità prestate alla realizzazione, per il tempo prestato alla fatica e risparmiato al niente. Ma probabilmente io non ci capisco un'acca. È tutto molto più complicato di così. Già. Ufficio complicazione cose semplici. Questo pare essere la modernità. E via andare. Come seduti su quell'ingranaggio, noi che si dovrebbe esserlo, l'ingranaggio. Buon primo maggio. Punto e a capo.