martedì 19 luglio 2011

e siccome sei molto lontano

 

c'è poco da fare, direbbe il mio dito mignolo. non c'è torto e nemmeno ragione. c'è solo un gomitolo di cose capite a metà che diventano mastice: il mastice del poi. e tutto quel poi ti resta addosso come un cappotto e la tua nudità te la dimentichi. o te ne vergogni. così è. ti abitui all'abito, quello che fa il monaco, unico modo rimasto per significarti qualcosa. era meglio quando contava la pelle. non per dire. sul serio. oggi che è cuoio la conservi vestita. un poco per pudore. un poco per mancanza d'ingegno. non solo il tuo, d'ingegno. anche quello di chi ti siede accanto. chiacchiere e taniche di caffè. insonnia emotiva, credo. quel desiderare che non si seda mai ma non porta da nessuna parte. come certi sogni, del resto. i sogni che poi ti svegli e non ricordi quasi niente (giusto il retrogusto. il sapore no.). desìderi ma di lato. fortemente ma di lato. quasi il pudore fosse l'ultima coniugazione sensata al verbo esserci. pudore. anche le ascelle, le tue, quelle sapientemente depilate, tifano spudoratezza. tifa spudoratezza il capello cortissimo e la scarpa rossa. il respiro, le unghie morsicate, il libro martoriato di linee che stai leggendo: tutto tifa spudoratezza. non manca niente. nemmeno la rima, se ascolti bene. eppure vince l'assenza di slancio, il rimandare a domani, l'attesa del gesto. parlo di due persone che si annusano e non si toccano. parlo di due persone che perdono il lessico solo a sfiorarsi e così guardano altrove. parlo dei ruoli che scoperchiano i vasi dell'impotenza e tutto resta lì, inafferrato, incompiuto. poi torni a casa, lo fai sempre. torni a casa e ti guardi allo specchio e va anche bene così. non è tutto lì. non si tratta solo di corpo. il corpo è solo un pezzettino del viaggio. ma a viaggiare solo di testa bari. questo è quanto. bari sulla direzione e sulle zavorre. il corpo è più leale di noi. forse per questo ci fa tanta paura. non sempre, ma delle volte sì. eccome.

giovedì 14 luglio 2011

... così mi distraggo un po'

 

Interno. Giorno. Farmacia. Entro, prima avventrice del giovedì mattina. Sono sudata come un lavarello, ma su questo soprassediamo un momento. Dottoressa, precisa come un giardino botanico svizzero: "Dica" <Avrei due ordini di problemi> "Dica" < (1) Mi gonfio come un pallone aerostatico dopo aver deglutito anche solo una caramella > Non proferisce parola. Si volta, smanetta sullo scaffale, si ri-volta e passa il prezzo di una scatola che parrebbe contenere fialette. "Una al mattino. Dopo la colazione. L'altro problema?" < (2) Non ho più due caviglie ma due pneumatici da neve. Dice papà che non è bello> "Le fanno anche male?" < Veda lei... > Zac. Stessa manovra e il prodotto per me, fatto apposta per me, viene scaricato dal magazzino. "Una pastiglia al mattino. Meglio se a digiuno." Il mio primo pensiero è Perfetto! Faccio colazione con la pastiglia e poi mi ingoio l'intruglio per la pancia. Per una che la colazione non la fa non c'è male! Fila tutto liscio. Mi sento già meglio. Manovre per il pagamento del dazio. Ringraziamenti del caso. Aria condizionata a tafferuglio. Sorrisi stitici. Mi volto. Tento di guadagnare l'uscita. Colpo di scena. Una voce. Il giardino botanico. "Ma per questo eccesso di sudorazione non vogliamo fare niente?". <Sa cosa scrisse Capote? Chi non sogna è come chi non suda: si riempie di scorie> Mi guarda perplessa. Dev'essere che non ha mai letto Capote.

p.s. vero. passo l'estate sfoggiando per lo più il variopinto aspetto di un parafango dopo un temporale. i miei pori non conoscono pace. saranno le arterie incazzate per la pressione troppo alta o sarà un personalissimo principio termodinamico che si ribella all'ecosistema. fatto sta che sudo. sudo sempre. ovunque. mi è impossibile sfoggiare una canotta arancione o un vestitino verde. l'arancio muta in senape tempo zero e il verde s'alona. aloni e umidità. bianco e nero e via andare. capelli corti e via andare. mi si sopporti così. puzzassi quanto esterno in liquidi sarei una discarica. grazie al cielo sono assolutamente inodore. non si può avere tutto dalla vita. tocca accontentarsi. ho le prove.

martedì 12 luglio 2011

caro amico ti scrivo

 

Caro amico ti scrivo, tanto tu leggi altrove. Ti scrivo e non si provi a capire cosa perché la logica non è davvero questa. Ti scrivo e basta ed è peggio di un saluto mancato o delle ginocchia sbucciate a elemosinare un sorriso. Scrivo e il bello è farlo tanto per fare. Così ognuno è libero di voltarsi senza ferire nessuno. Così un non-ascolto finisce per sembrare un ascolto. Cose di fantasia. Va tutto benissimo così. Amico mio, parlo da sfrattata. Fuori dai miei luoghi e lontana dai miei cuori. Ancora, come ieri, osservata e taciuta. Osservata. Taciuta. Abbracciata se non vede nessuno. Meglio un treno, vero. Meglio altrove. Come stai? Lo vorrei davvero sapere. Eppure lo sento. Sento il rallentare del sangue e il sonno che spinge. Sento il desiderio d'altro e la felicità enorme per il qui. Sento. Ma tu cosa ne sai? Meglio così. Meglio che tu non sappia. Meglio i piedi nudi dove tu non li possa vedere. Non ho davvero bisogno di saperli strani per bocca tua. Eppure il mare è meno mare senza di te. Non c'è affatto mare, per dirla con parole nuove. Amico mio, ci si macchia del proprio destino. Solo di che colore ci è dato di scegliere. Per noi funziona così. Cose di tavolozza, tele, ombre che imbrogliano la luce. Il cerotto che mi sono messa di lato al cuore non si stacca. Questa è una fortuna. Credevi di essere tu l'incapace. Ti sbagliavi. Non si stacca. Non capiterà a molti altri di metterci le mani. Non è bello fallire con le mani infilate accanto al cuore di qualcuno. Meglio fallire dall'alto o a testa in giù. O di traverso. [Fallire di traverso: non è un'immagine deliziosa?] Noi abbiamo fallito a testa alta. E non è davvero facile da sopportare. Amico mio, ti offro un vino freddissimo e insalata di granchio. Così. Per farci una pace immaginaria. Che non è vero il tuo perdono, se perdono doveva essere. Ed è una bugia il mio sorriderti, se i muri non se ne fossero accorti. Le cose bianche a sporcarle non smettono di essere bianche. Il fastidio che senti è per la candeggina. Quella ai lamponi non l'hanno ancora inventata. Avrei usato la cenere ma ne avevo pochina. Per macchie così grandi serve prepotenza. Me lo hai insegnato tu.

lunedì 11 luglio 2011

mangia prega ama

 

Valentina dice "Lo devi avere". Valentina in qualche modo mi somiglia molto. È molto più giovane eppure, in qualche modo, molto più matura di me. Scoppia paure e grandezza, misericordia e ascolto. Valentina è un dono, il dono di avere mia sorella nella vita e con lei le sue preziose amiche VERE. Me lo regala, questo film. E non si sbaglia. Dovevo averlo. Non cambia niente ma è uno spiraglio. Ed è bello sbirciare uno spiraglio. Tutto qui. Cose di spiragli. Non aggiungo altro. Provate e vedrete.

Ora, io mi mangerei Bardem, pregherei la mia vita di farcela e amerei disinteressatamente qualsiasi angolo di mondo purché mi somigliasse un tantino di più di quello in cui vivo. Non faccio proprio testo. Un anno sabbatico non me lo posso permettere. Non significa però che io non debba pensarci, sognarmelo, decorarmi il versante onirico di qualche caffè bevuto dietro a vetri che riflettono città sconosciute, di qualche paio di sandali lasciati a perdersi su sentieri a est di questo mondo qui. Non significa però che io non possa sapere come e quanto mi innamorerei della gente, finendo per scoprire che sono i sentimenti, sempre, a fare la differenza. E che la bellezza migliore è quella degli incontri, dei sorrisi, delle storie raccolte a piene mani appena cadono dalle labbra, anche se sconosciute. Un paio di buoni insegnamenti da questo film si portano a casa: le rovine sono una fortuna perché simboleggiano storia e resistenza (basta non legarsele al collo prima di buttarsi a mare); occorre imbarcarsi nella vita (non amare per dimostrare di amarsi a sufficienza, bensì amare perché è meravigliosa quella perdita di controllo, disequilibrio che dona equilibrio). Ci si porta a casa anche un non indifferente guazzabuglio d'ovaia. Ma questa è un'altra storia. À Bientôt.

domenica 10 luglio 2011

cose a grappolo

 

 

giugno 037

giugno 042 

  penty 18 giugno 003

01 luglio 006

Càpita. Che un sabato sera qualunque non ti costa niente e finisce per valere quanto l'eredità di uno zio d'America (era il 18 giugno). Càpitano le Pastiglie Leone: fotografate a Milano, spedite a København, che ti fanno rumore in borsa a Ferrara, da offrire a Sara, che dissetano Valentina. Càpita di dormire accanto a Salò e di scoprire  che la collina ha il fascino di una donna matura amata da mani gentili. Càpitano gli Arcade Fire a Milano e di volare davvero in alto. Càpita che una DEA appaia dal proprio tempo fuori dal tempo e incanti il tuo tempo, quello fatto di fughe e appropriazioni indebite. Càpita la grazia di canzoni fermate e prese a nolo da tutta la tua voglia di essere migliore di così. Càpitano i debiti, gli affanni, la macchina lasciata in autostrada, la campagna toscana e certi amici che non puoi davvero dirne troppo o frantumeresti il miracolo. Càpitano i Virginiana Miller a pochi chilometri da casa che ti iniziano un concerto straordinario con Caesar Palace. Càpita l'amore spudorato di Marco e Francesca e un giorno a dire Sì che si dipinge di follia e strabiliante naturalezza. Piedi nudi, asfalto, vino bianco, l'insalata a bordo lago, il rumore dell'erba, zanzare ippopotamo, orchidee, ore d'insonnia, lacrime, caramelle dalla Danimarca, la paura che consuma, la gioia che rimette al mondo: càpita di tutto. E sei lì a vivertelo. Ti metti un pochino in disparte forse perché è troppo, forse perché hai bisogno di tacere. Magari è solo una lunga notte che deve ancora venire. Forse una fetta ingombrante della tua torta di se. Di qualsiasi cosa si tratti, ho le guance gonfie e il cuore in carreggiata. Sbandassero pure le direzioni del caso: dovessero travolgermi terrò fermo il respiro. Fino a un passo ancora. Fino alla prossima, altra, direzione ostinata e contraria.