giovedì 29 settembre 2011

Oggi

 

Oggi, 29 settembre. (cit.)

Oggi Michelangelo Antonioni compirebbe 99 anni. Manca dal 2007. Qui lo si pensa con infinito amore.
Loretta Goggi, invece, ne compie 61. Auguri Loretta e il santiddio ti abbia in gloria per quella
Maledetta primavera che ci hai cantato a segnarci tutte le mezze stagioni che ci capitano/ci capiteranno fra le mani, proprio quelle che non ci sono più, loro.
Silvio di anni ne compie 75 (42 secondo la questura) e un paio di auguri li avrei a portata di mano ma mi parrebbero sprecati.
Io, di mio, non compio proprio niente se non un quasi settembre in più. Bene. Qui tocca fare un bilancino e programmarsi qualche fioretto. Non di quelli pasquali o natalizi. No. Qualche bel fioretto esistenziale. Qualcosa del tipo 1. volere un pochino di bene al tappetto rollante 2. aggiornare LeMieMadri con più puntualità 3. non lasciarsi scoraggiare dalla fatica 4. volere bene al lavoro che faccio nonostante di recente paia che lui viva su Marte e io su Venere. Cose così, insomma. Cose di energia e sorrisi (per dirlo alla
Zelda), cose di ottimismo, tenere duro, cambiare strada, non perdere di vista l'orizzonte nonostante il peso che ti sfonda il capoccione a ora di sera. Se abbassi lo sguardo hai perso. Se abbassi lo sguardo vince l'asfalto. Bene, ora bisogna solo provarci. E vediamo dove si va a finire.

post scriptum:

Leggete La Luce Prima. Fatelo come vi avessero raccontato che sarebbe stato impossibile leggerlo fino in fondo. Così. Con un pochino di respiro di scorta fra le costole. Con un pochino di freddezza perché la lama non arrivi alle ossa. Con un pochino di generosità, perché le storie vere ne hanno bisogno.

Prestate i vostri libri solo a chi ve li restituirà. È amore anche questo.

Toccate con mano.

Impazzite.


Tornate con gioia dove qualcuno vi stava aspettando.


giovedì 22 settembre 2011

Virtualmente

 

Non era una bugia, non era solamente tutta la verità. (Andrew Young)

Oggi ho i piedi freddi, amo particolarmente l'azzurro e cerco la penombra. Ho coscienziosamente lavorato, ho scritto qualche riga per il disco di un amico prezioso e muoio dalla voglia di rimettere le mani su Infinite Jest. Mangerò riso in bianco con le patate e non ci sarà niente di meglio. Un bicchiere di vino rosso e via andare: gatti, plaid, odore di carta e note. Poi magari il sonno, se solo si degnasse di riposarmi...

Virtualmente, consumerò Cedrata Tassoni ad un tavolino con due o tre amici al massimo. Scriverò una lettera d'amore a qualcuno che non la leggerà mai. Proverò ad immaginare l'odore nella cucina di Serafina proprio questa sera, tra le nove e le nove e mezza: le manderò un bacio in incognito e Simone riderà della sua smorfia di imbarazzo. Citofonerò al campanello di Federica e urlerò che vendo tappeti fatti con la carta di giornale. Luca riderà e il caffè che berremo sarà buonissimo, magari con la panna sopra. Farò due passi al porto in perfetta solitudine e in quel preciso momento risentirò una canzone che parla di ombrelloni anche se nessuno la starà cantando. Incontrerò Carlo e gli dirò di salutare Nadia, che le compri una rosa domani, da parte mia. Imbucherò una cartolina e la spedirò a Napoli.  Comprerò una cornice bianca per Camilla ed Annamaria (loro sanno cosa ci penso dentro). Invierò un messaggio a Jas da sotto casa sua e quando Luigi si affaccerà, sorriderà al gelato e alla bottiglia di Branca Menta da ghiacciare. Regalerò un film ad Angelo perché gli ammazzi la tristezza del cuore. Farò una treccia a Rita e nella treccia nasconderò un segreto. Imparerò a memoria due pagine di poesie e il loro colore di scacchi. Mi scalderò la faccia con le mani, le mie. Sono lieta di loro, delle mie mani: mi tengono a memoria la vita.

L'estate è finita. Andiamo in pace.

 

giovedì 15 settembre 2011

l'anno vecchio è finito ormai, ma.

 

il mondo gira al contrario. abbiamo le prove. prove piccoline (i trenta gradi all'ombra di un settembre sfigurato) e prove enormi (i bambini che iniziano la scuola senza una sedia su cui poggiare i culi). le maiuscole oggi possiamo lasciarle a loro, a tutti quelli che pensano che sia normale così. io no. io non lo penso. penso sia poco lontano dall'abominevole quanto ci succede nei giorni. normale un paio di balle. non è normale nemmeno montarsi  i fili da soli e vendersi marionette. non lo è. la cecità non è normale. non è normale l'infrastruttura sentimentale. non lo è il grasso che cola o la maleducazione. no.
è normale avere voglia di aria pulita, esporsi e  scendere un gradino in direzione l'altro, ascoltare con il cuore e non solo con la faccia, mettercela, la faccia. è normale avere paura ma poi girarle un pochino le spalle. è normale un brivido, il non capire proprio tutto, il provare a capirci qualcosa. è normale la passione se e solo se non diventa un calderone di desiderio posticcio. è normale fuggire e poi magari voltarsi per imparare il tragitto.
e proprio mentre scrivo queste righe ecco un sms :
"da vicino nessuno è normale..."
ecco il perno. da vicino. non è normale mettere sempre e comunque una distanza. è normale impararla, la distanza, e poi magari lasciare che muti in spazio, uno spazio buono sia alla ragione che al rischio.
vaneggio. dev'essere il rosso che Simona mi ha infilato su qualche ciocca di capello. o quel poco di bianco che comunque s'intravede (a guardare bene). o l'odore che ha l'ombra fra me e me. o il calpestio dei miei passi quando battono in ritirata senza che la strada se ne accorga. poi magari avevi proprio voglia di correre, ma delle volte va bene anche così.

 

 

martedì 13 settembre 2011

Un caldo umanissimo

Interno notte. Dissolvenza sulla parete arancio. Una lampada ancora accesa. Le pagine del libro l'unico rumore. Il fumo ha qualcosa di umanissimo nel suo perdersi e tornare in cerchi. Gli attimi hanno questo di straordinario: resistono alla corrosione del vento. Sono quello che sono, a prescindere. E non lo sono più senza alcuna fatica. Se ti spacchi la schiena a volerli preservare dal loro destino di memoria finisce che ci lasci solo la schiena. Occorre indovinarli per sempre da un odore, da uno scorcio di colore, dal rumore che ti hanno fatto le ciglia. Non imprigionarli, ma indovinarli. A riuscirci, non sono mai catene. A riuscirci, non c'è altro che valga di più. Non prevedono il dopo, non lo contengono. Forse lo spingono un poco più in là o delle volte lo avvicinano. Ma il dopo è altri attimi. Ognuno con il proprio destino di memoria. Poi ci sono i regali, quelle straordinarie melodie che ti si appoggiano al timpano e lo domano. Estemporanei, fieri, dolcissimi regali dalla penombra al cuore. Il cuore. Se ti funziona, il cuore, se senza non sei buono a nulla, alla fine decide lui. Che tu taccia o meno, che tu ceda la maschera o meno. Decide lui. E mi piace permetterglielo.

venerdì 9 settembre 2011

ufficio complicazione cose semplici

 

Meniamo il cane per l'aia. Ci prendiamo in giro. Funzioniamo così. Why? Pecché? E dillo che non te ne frega niente di passare quelle due benedette ore in mia compagnia. Che problema c'è? Io son finita come sono finita (e non mi dilungo sul come sono finita perché non è questo il punto - sorriso) proprio perché, in caso, lo dico. Non ne ho punto voglia. Eccoci. Perché ricamare il bidone? Funzioniamo come il nostro Paese. A minchiate. E sarebbe anche bello il nostro Paese, non lo avessero ridotto un colabrodo a furia di colpi di reni e bugie. Siamo i meccanismi sociali che subiamo. Ci siamo rassegnati alla menzogna, all'abitino da paraculo, al lusso dei poveri che non vogliono darlo a vedere di essere poveri. Funzioniamo così anche due a due. Funzioniamo così. E più l'età ci sovrasta più pecchiamo di boria, come ci fosse sempre la possibilità di recuperarlo tutto questo tempo perduto. Mah. Poi, ringraziando il cielo, c'è sempre la nicchia, quell'angolino di mondo infranto e solidissimo in cui la verità, quella con la V maiuscola, non dobbiamo temerla. Non dobbiamo temere di dirla. Non dobbiamo temere che ce la nascondano. Una nicchia. Un buchino. Ma c'è. Un angolo acuto di articolazioni che si scricchiolano addosso anche lontane chilometri, articolazioni che ritrovano il proprio verso, ogni santo giorno, in nome le une delle altre. 

Post Scriptum:

La mia amica Giovanna mi ha sussurrato che sarebbe stato meglio io leggessi Wallace. Io l'ho letto. Un libro piccolino. Per iniziare. Finirà che li leggo tutti i libri che quell'uomo ha scritto. Imprescindibile, mi pare. Così, a naso. Dilaniato e stracolmo di ironia, lucidissimo e grondante sogno. S'è ammazzato. Cosa ve lo dico a fare?

questa é l'acqua 

lunedì 5 settembre 2011

da quando sei partito / c'è una grossa novità

 

Il troppo troppo spesso muta in niente. Delle volte lo fa con discrezione. Spesso senza grazia alcuna. A saperlo prima non ci si stupisce nemmeno più. Poi ci sono quei troppo che semplicemente stavano cercando la loro dimensione. Sgomitando, ficcando disordine ovunque, sbraitando trovano in qualche modo lo spazio necessario e ci si accomodano. Delle volte è uno spazio piccolino, come un nido. E va bene così. Ci sono cose che cambiano mentre tu guardavi altrove. Guardavi con noncuranza l'orizzonte mentre si consumava la rielaborazione dei perché. Passava gente, succedevano cose, ma tu eri talmente felice di quei colori lì che non ti sei accorto di niente. Sentivi un gran bisbigliare, è pur vero. Ma davi la colpa alle onde. Antica, come attitudine, quest'attitudine a credere che quelle due o tre certezze non te le può smuovere neanche un terremoto. Antica e un tantino fuori moda. Fosse vintage la venderebbero in qualche mercatino. Ma è antica. E le cose antiche costano.

I giorni meno nobili del calendario sono quelli che per assurdo amo di più. La domenica, con il suo essere non-tempo. Il lunedì, con il suo essere tutto un tempo in piena faccia, come uno schiaffone. Li amo perché hanno  i miei ritmi, quelli del legittimo silenzio e del dovere.  E si paga. Questo è poco ma è sicuro. Come gli interessi del massimo scoperto in banca. Cascasse il mondo hai da pagà. Paghi l'incapacità cronica di restare in contato diretto con il mondo con una qualche forma di costanza. Paghi la distrazione, anche se potresti giurare su tua madre che c'è sempre stato un valido motivo. Paghi quel porco diavolo di un dovere che ti succhia il sangue e a raccontarlo annoi. Hai da pagà. Ma è il tuo bello, a voler guardare bene. Forse. Non potrei garantirlo. L'osso ha il suo fascino, no? La ciccia sarebbe solo ciccia se l'osso non le garantisse una direzione. Sospiro. Finisce che non ci credo molto nemmeno io... Massì, prendiamoci come veniamo e vadaviailculo. Prima o poi i conti tornano sempre. È la dura legge del gol.

Post Scriptum:

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