sabato 26 novembre 2011

weird?

 

Qual è il confine tra l'essere bizzarri e il finire idioti? Eccoci, questo il punto. Perché a furia di ostinarsi al disallineamento, a quell'essere diversi con la D maiuscola, si perde di vista la sostanza dell'essere qualcosa, qualcosa che sappia di buono, che abbia un buon odore, che sia riconoscibile come lo sono le fragole mature e un bel tramonto. Insomma, a furia di fare quelli che a me la mediocrità mi fa una pippa, io mi farcisco i giorni di vita che se no mi si annoia la vertebra, stare fermi è da babbioni, il riposo ammacca, meglio tutto e male che qualchecosa e basta, io non parlo politichese, ecco in quanto a leggere leggo poco si finisce con l'essere peggio. Di cosa? Peggio e basta. Peggio e punto. Si finisce per criticare il piedistallo e poi viverci sopra in costante bilico, sputacchiando sentenze a destra e a manca, ritenendosi impeccabili con tutte 'ste prime pietre da sganciare in mano. Si finisce con il parlare le parole degli altri, convinti che poiché, per esempio, amiamo quelle canzoni siamo quelle canzoni. Ennò. Non è propriamente così che funziona. No no. Se hai imparato a memoria tutto lo scibile umano che tratta d'amore non significa che tu abbia imparato ad amare.

post scriptum:

Vorrei incontrare più persone orgogliose dei propri anni, dei propri talenti, persone capaci di essere se stesse in modo un pochino più onesto. Vorrei incontrare più persone adulte, coscienti del fatto che essere adulti non significa essere dei vecchi rincoglioniti e che restare bambini non significa necessariamente avere costantemente sedici anni (e magari, su tutto, portati pure male).

post scriptum (2):

Non c'è molto da capire. Non ci si affanni. È solo un blog. Tocca farsene una ragione. Io, intanto, vado a fare il ragù.

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Se guardi il mondo e ci vedi solo la tua faccia Ti perdi il mondo

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martedì 22 novembre 2011

Le tre righe che scriverei: il giveaway di Zelda

 

Tutto sommato ho poco di cui lagnarmi. Dovresti saperlo, ma delle volte è il caso di fermare l’idea di me che vorrei tu avessi. Le ali te le hanno cucite a tradimento, angelo mio, ma se mi sei custode quello che conta è la chiave che porti appesa al collo. Non cederla a nessuno, se ti è permesso. L'idea di un altro viso a sbirciarmi i giorni mi getta nello sconforto. La domenica in cui mi hai nascosto le chiavi della macchina per provarmi che eri qui non ho saputo sorridere. Ora ci riesco. Occorre che tu lo sappia. Si dice che gli angeli sappiano ogni cosa. Se mi senti le parole del cuore non occorre io aggiunga molto. Un regalo però te lo voglio fare. Ti scrivo il profumo del caffè, quel grigio intenso che riempie la cucina il mattino, come quando le madri, a piedi nudi, si alzano ed è prestissimo e aprono le finestre perché l'aria entri nuova, un giorno ancora. Ti scrivo l'odore della nebbia, il bianco latte del mondo tenuto nascosto a chi per un momento non lo vuole vedere. Ti scrivo i segni e le rughe e la farina sotto alle unghie dopo avere impastato un dolce imperfetto. Ti scrivo la neve e il sale e tutto quanto si tocca con mano. Spesso si sgretola, è vero. Ma va bene così. Ti scrivo la polvere e i sassi nelle scarpe e il rumore della mascella quando il sonno spinge dalla gola su fino alle tempie; il muschio delle lenzuola pulite, il sudore che si rapprende, giallo, l'amaro del tabacco rimasto a poltrire lontano dal fuoco. Ti scrivo la vita perché è quella che si tocca con mano. E se continuo a stringerla dannatamente forte è perché tu guardi. Si dice grazie, giusto? Sì, si dice così. Post Scriptum: Spostati, ogni tanto. Mi toccasse aprire le braccia di scatto finirei per farti male. Non troppo, solo un pochino. Sono anche per te, questo ti sia chiaro.

in bocca al lupo

Non dite Non vinco mai perché per vincere occorre partecipare! Vale nella vita e vale in questo caso. Seguite la foto, sorridete e scrivete - magari fatelo entro il 27 novembre, così, per dare una mano alla buona sorte. E che il l'autunno ve la mandi buona! (Io c'ho l'angelo custode, non faccio testo.)

P.S.

I taccuini di Roberta Rizzi, cose belle per davvero. Dè.

domenica 13 novembre 2011

qualcosa (5) ancora qui non va

 

È più facile radere al suolo che costruire. Sarà anche una banalità, ma è vero. Ri-costruire, poi, è impresa titanica, ma questa è un'altra storia. Delle volte anche radere al suolo richiede sforzi disumani. Insomma, sempre di fatica stiamo parlando. E, alla lunga, ti sale in gola una gran voglia di facile, di leggerezza, come quando c'è afa e la sete ti sevizia le papille gustative. Ti prende proprio lo spasmo da "adesso mi siedo qui e ci pensate voi". Così. Una sorta di abbandono. Solo raramente arriva qualcuno con la caraffa d'acqua fresca, tocca farsene una ragione. Resti lì un momentino, ciondoli il crapone per qualche mezz'ora e poi ti tocca alzarti, camminare e trovarti un baracchino con le bibite. Se per errore ti hanno porto un bicchierino facile facile ti verrà chiesto di pagare una multa. Capito? T'han dato l'acqua, l'avevano presa a nero, c'è scappata la sanzione per mancata emissione dello scontrino fiscale, il barista non se l'è accollata e visto che l'acqua l'hai bevuta tu ti tocca pagare. Mah. Insomma, anche le cose semplice finisce che non lo sono affatto. O almeno non lo sono quasi mai.

In ogni caso, i buoni pensieri salvano. Provate a pigiare la fotina qui sotto e vedrete se non è vero!

p'tit 
Me ne vado a letto, con David (Foster Wallace) e l'etimologia del verbo FIRMARE scritta a mano sulla t-shirt da notte. Mi pare un buon modo per augurarmi e augurare buoni sogni.
A bientôt.

p.s.

[cigni _ notte _ piove _ domani?]

 

domenica 6 novembre 2011

il percome

 

È una cosa difficile da afferrare, il percome delle cose.
(David Foster Wallace)

I tuoi grandi occhi marroni pieni d'acqua. Occhi enormi e furfanti, capaci di nascondere tutto il resto. La tua faccia, quel volto geometrico e scarno, che si arrotonda attorno alle labbra, che nel punto esatto del mento perde i contorni e muta in paradosso. La tua bocca tenera e bugiarda, con le sue labbra gentili e porose, impermeabili all'odore del mondo. Le tue mani, fredde e perfette, sottili e immuni al callo delle stagioni. Le unghie masticate, fino all'osso, delle tue dita impossibili da tenere al sicuro, dita pigre e puntuali, come la sera. Il colore grigio del tuo mutare in altro da ciò che da sempre ti ostini a voler essere. Ti ostini. E con te si ostina il costato, fino a sporgere; la pancia, fino a somigliarti; le gambe magre, regine di scatti. Ti si ostina la fronte, scoperta, che guarda dritto avanti dove per forza dev'esserci qualcosa ancora da trovare. Qualcosa ancora da trovare. Perché non hai mai smesso di cercare, non smetti, nonostante i binari morti, l'entropia delle tasche vuote, la poesia lasciata a marcire fra le lenzuola che non cambi mai. Delle volte ti penso più forte di altre volte. E ho sempre intonato una corsa, quando mi capitava. Oggi intono una carezza. E arriverà dove deve arrivare. Zitta. Che già la pioggia porta via: non serve che porti via anche io.

È già domenica. Ancora una volta. Ed è un percome anche questo.