mercoledì 26 dicembre 2012

La chanson des vieux amants

 

Guarda, stai per finire. Guarda bene e mettiti a memoria. Servirà, te lo posso garantire. Serviranno i forse, i ma, le sere, la neve di dicembre, quella particolare fotografia, un ramo di scale, le mani nel cuore, il freddo silenzio, la pancia che si distende, la pancia che si richiude. Serviranno le notti una ad una, Dublino, gli spaghetti alle vongole, le strade guardate con occhi diversi, i caffè rubati, i segreti, quelli piccoli e quelli enormi. Serviranno l'odore delle sigarette fumate sui gradini, il tappeto, i libri comprati e non letti, i libri letti e stracciati di segni, gli amici eterni e quelli perduti. Servirà l'odore del mare, il porto di Livorno, una stanza con le tende colorate poggiata sui fianchi di Roma, il mazzo di fiori comprato a Napoli e regalato all'eternità di un certo, prezioso noi. Guarda e mentre ti arrendi al tuo volgere al termine non sorridere solamente. Piuttosto spanciati, anno caro. Ti sei preso tutto. Hai dato tutto. Hai rovesciato destini e umori. Hai spalancato le tue finestre lasciando entrare ogni sorta d'aria. Hai insultato la buona sorte e poi l'hai protetta con il tutto il coraggio che potevi trovare. Hai maledetto le stagioni e setacciato gli affetti. Hai brindato alle scelte e a tutte le piccolissime svolte che hanno comportato. Ti sei ubriacato spesso e hai frenato lo stomaco perché non rigettasse anzitempo la sbronza e le sue strategie. Hai tremato e con te hanno tremato i muri, le vertebre, le certezze. Ti sei svegliato stirando la schiena come solo i gatti sanno fare. Hai affondato le unghie dove la carne era fragile e, con quale stupore, non c'è stato sangue ma diggià cicatrici. Guardati: stai per finire. Ama ogni ruga, il colore dei tuoi vestiti, il profumo di rosa con cui ti ho impiastricciato. Amati e ricordati. Ma non voltarti quando sarai partito. Parti e portati via, con la fierezza becera di chi crede e nel viaggio e nella destinazione. Parti e sii fiero di te. Io lo sono, fiera di te, caro anno mio che, guardati, nonostante tutto, stai per finire.
A bientot.

 

mercoledì 21 novembre 2012

le orme non fanno ombra

 

Chiedo perdono: alla primavera, alle foglie cadute sulle strade da percorrere, alla luce del primo mattino, alle anime salvate fra le righe di certe poesie.
Chiedo perdono: alla sera, ai meravigliosi colori di questo novembre, alle mie amiche più care, ai libri che lascio lì.
Chiedo perdono: ai miei gatti, alle ossa della schiena, a chi mi vorrebbe diversa, agli anni di mio padre.
Chiedo perdono: alla solitudine, cara compagna di tanti viaggi e di molte notti passate davanti a una scacchiera, con le pedine che erano attimi impronunciabili, attimi irripetibile di un certo silenzio profetico e generoso.
Chiedo perdono. E lo faccio sorridendo. 'Ché a scusarsi per tempo non tutto il tempo è perduto. 'Ché certe storie non andrebbero raccontate a vanvera. 'Ché le orme non fanno ombra; a fare ombra sono il passo, la direzione, il vento nelle vele. [E l'ombra protegge, in un certo qual modo. Non saprei dire come, ma lo fa.]
Scusatemi le mani e le distrazioni. Scusatemi la durezza o la troppa fantasia. Chiedo perdono per sapermi ancora intatta, nonostante tutto, nonostante me.
Chiedo perdono, ma non a tutti. Ad alcuni lascio un paio di cartoline non imbucate. Sopra c'è scritto Amen, che vuole dire Pazienza, ossia 
"Non importa, davvero. Ha davvero poca importanza."
Amen.
Pazienza.
Non importa, davvero. Ha davvero poca importanza.

 

 



martedì 6 novembre 2012

dove si scrive la musica? (1)

 

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Si scrive per dire o per non dire affatto, per fermare l'attimo o la sua idea, per raccontare una storia o sminuzzarla, delle volte per farne parte. Si scrive perché il respiro non è un dettaglio, perché una madre non è un dettaglio, perché amare non è mai un dettaglio. Si scrive di un viaggio per condividerne le curve, del dolore per sopravvivergli, della paura per ridimensionarle la geometria. Si scrive nella testa, sulla carta, sui muri, sulla pellicola, sul policarbonato, per aria. Delle volte poi si tace. Si tace lasciando che ti scriva addosso la scrittura degli altri, la vita degli altri, i colori dei muri, i riflessi, le simmetrie delle stagioni che qualcuno covava in grembo e non aveva il coraggio di liberare.
Si scrive.
Si tace.
Si ascolta.
Si impara il buio per mettere a memoria la schiena della luce.
Si torna, si ri-parte, ci si ferma a riposare.
Si torna.
Si finisce con il tornare al proprio posto. Perché è quello che andiamo cercando: un posto che ci vesta a pennello, l'abito migliore per la carcassa che abitiamo, un anfratto con il nostro odore tenuto fermo ad aspettarci.
Si torna.
Ed è bello sapersi a casa. Ovunque essa sia.

post scriptum

È vero quanto scrisse Joyce. È vero che la voce dei gabbiani non ti lascia un solo momento. È vero che la musica, lì, è cosa altra. Occasione, amore, linguaggio, mestiere, istinto, poesia. E lo è per le strade, dentro alle sale dei pub, sotto ai lampioni, lungo il  corso del fiume. A qualsiasi ora del giorno e della notte. Al tramonto è anche meglio, ma questa è un'altra storia. È bello scegliersi un nome a sedici anni e scoprire che era il nome giusto. È bello sapersi di un luogo, farlo per anni, intere generazioni di occasioni scappate spese a sapersi di quel posto lì, sua per qualche ragione astratta che non è il caso di andare a scandagliare. È bello arrivare lì e scoprire di non essersi sbagliati. Cara Dublino, la tua Evelyn torna prima o poi. Stanne certa.

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sabato 13 ottobre 2012

Cornici

 

(Solo agli sguardi è concesso disperdersi nell'aria)


Sento. Danzo. Cado. Gli occhi rappresi in un gioco di sangue fermo dove non dovrebbe. Piove. Danzo. Sento. Il sonno è manna da questo cielo a tradimento. Sogno. Danzo. È un angolo, non il centro del mondo. È lì che i balli migliori vengono a galla, candidi e senza racconto, muti e maniaci. Fermo l'orologio, il battito, l'odore. Tutto fermo, fermato, in continuo movimento. Come i fianchi. Come le mani. Guardo.

Senti. Danza. Cadi. Gli occhi smussati dal buio, quello in cui chiudersi è voce che esce dal ventre. Piove. Danza. Senti. Scosta i corpi e la dimensione. Scosta il mondo. È un angolo, è il centro del mondo. È lì che vieni a galla e io ti vedo. Ti vedo. Mi vedi? Guarda.

Ascoltando una canzone, immaginandone la cornice.

 

domenica 7 ottobre 2012

'nuit (5)

 

Cosa vuoi da me, autunno? Cosa? Cosa pretendi dalle mie ossa fradice di pazienza? Come osi muoverti tanto sinuosamente fra le mie pieghe? Ti amo come si amano le sfumature, come si ama la saggezza procurata al vento dalle geometrie che ha attraversato. Ti amo, mio colore necessario, mia stagione di mezzo. Tu, arancione e lascivo, tiepido e bisognoso di scialli, ammiccante tempo del destino un attimo prima che il destino si compia. Sei la mia casa, le assi, i sapori. Sei uno e tutti i suoi multipli. Indossi gli occhi quasi fossero tappeti, perché vi si posino i passi degli amanti, delle sere d'attesa, le ninna-nanna dei piaceri ritrovati. Vuoi me, autunno? Ne sei certo? Mi porto appresso conchiglie e qualche buon odore, una sacca di memoria e un paio di stivali di cuoio, rossi. Mi porto a te, tempo di un tempo che non si lascia fermare. Tu raccontamelo. Ho bisogno di qualche parola, adesso, per aspettare in pace domani.

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venerdì 5 ottobre 2012

'jour

 

 

parla alle ombre
muove le sue mani tremule
ed è sempre un po' in ritardo
per l'alba

Nel momento in cui la luce spacca con la fronte il costato al cielo. Nell'aria scivola profumo di vaniglia. La tua faccia è un pasto e se ne nutre il mattino. Ti domandi come. Ti domandi dove. Sei dove sei e non sei che tu. Niente altro. E ti conti le dita, per vedere se la notte se ne è presa qualcuna. Ti conti i passi, le ciglia, i pensieri. Tutto a posto. Non manca niente. Non sei che tu, tutti i tuoi pezzetti insieme. Le ore iniziano a muoversi, abbandonano il torpore accanto al marciapiede. Il vino di ieri sorride da un segno sulla fronte. La lana che indossi anzitempo è un solitario, una personale dichiarazione d'amore all'autunno che ti sale dalle caviglie. Buongiorno, caro corpo, care cose, cari motivi. Buongiorno. Delle volte è come ridere ri-trovarsi vivi ancora una volta. Delle volte pare di sognarlo.

venerdì 28 settembre 2012

Larissa

 


Venerdì 28 settembre
. No, non sarebbe un buon titolo per una canzone. Larissa sì. Larissa potrebbe essere un buon titolo per una canzone o un buon nome per la protagonista di un romanzo.
Immagino Larissa scalza e primitiva, innamorata dell'amore, donna capace di fede e di fiducia. La immagino arrossire per gli occhi incredibili di un uomo che parla con le mani, che conosce i seni e il loro significato di centro del mondo. La immagino pallida, con i suoi colori chiari infilati in mezzo al mondo senza che il mondo li comprenda fino in fondo. La intuisco fragile di una forza che le brucia il ventre, ancorata alla realtà di cose solide e mortali, inchiodata al lusso di sogni veri come la sete. Ha gli occhi verdi, occhi colmi di odori: mare e caffè, carbone e amidi, muschio e sudore. Ha dita grossolane e polsi sottili. Sotto la pelle nasconde le ossa di ciascuna delle sue madri, una madre alla volta fra le costole,  tutte le sue madri insieme dove si articolano la vita, il movimento. Qualcuno la guarda passare e la ferma restando zitto. Qualcuno le culla le ore senza sapere dove porteranno. Qualcuno le spia lo stomaco come fosse un naso in mezzo al suo viso. La immagino scegliere la strada migliore per rendere grazie al respiro. La immagino cadere e rialzarsi senza che le ginocchia si sbuccino, trattenere i lividi perché la raccontino, curare le cicatrici come si fa con le cose care. La immagino correre incontro all'azzardo e mischiarsi ai se, capace di non perdere lungo i passi l'ancora che la fissa a un qualche futuro. La immagino. Magari un giorno la canterò. O la scriverò. Ma si tratta di baci. E non tutti i baci ti avvisano prima di esser baci sul serio.

giovedì 6 settembre 2012

banchettare del viaggio

 

Nuvole come nenie. Cose che cullano. Lampi che esplodono, stracciano i fogli e i passi e i minuti e poi curano, curano tutto, con la furia del collasso, con la competenza del faro. È l'alba e subito la notte; di mezzo faccende, pause, stagioni, odori, punteggiature, soffi. Non fare conti alla rovescia è una decisione che bisogna prendere. Fino a che non ti accade di aver contato per scostare l'uscio a un addio continuerai a contare alla rovescia. Io conto in avanti. Io conto con l'imperativo del più. L'ho deciso tempo fa, in una sera di marzo ( o era dicembre?), straniera in casa mia, nuda nonostante quei quattro stracci, vera come mai prima. Penso poco a quanto mi separa da. Penso a cosa ho aggiunto a. Provo a festeggiare la partenza e a banchettare del viaggio. La destinazione è un lusso, spesso. Delle volte no, ma stasera funziono così.

Post Scriptum:

be yourself, don't matter what they say

 

 



 

lunedì 6 agosto 2012

un profilo perfetto

 

Li gratti via, i minuti. Li gratti via dalla pelle dei giorni e te li rigiri fra le mani. Pochi, rossi, profumati. Minuti per te, per te e per chi ha scelto di lasciarsi amare dal tuo bislacco dialetto di gesti. Lo puoi fare, nonostante il freddo di un'afa che toglie il respiro, il vento forte delle bugie che minano il tuo lavoro, la sleale risacca dei poi che rode il cuore di tutti i tuoi se. Se li lanci in aria è una pioggia sottile di risate, sguardi, brividi, seni di terra avida di futuro, note, sigle, appunti presi in punta di piedi, in punta di mano, stenografia dell'attimo, rughe di lato allo sguardo, sulla lingua, fra i capelli.
Hai scandito le frasi, le ossa, l'assenza. Hai girovagato fra i sassi cercando, fingendo di non cercare niente. Hai bussato e non erano porte. Hai corrotto quando sarebbe bastato chiedere. Hai limato, sputato, ingoiato. Hai dimenticato ogni cosa perché tutto fosse ricordato. Hai danzato indossando i tuoi abiti peggiori. Hai voluto credere ai miracoli sapendoli cuccioli di un prestigiatore. Hai bevuto la sera, sorso dopo sorso, di notte in notte, e la chiamavi pace, non facevi altro che chiamarla pace...
Dove sei, ora? Come devo chiamarti? Preferisco averla persa, la risposta necessaria.
E con voi cosa c'entro, io? Vi guardo: un profilo perfetto. Due corpi fusi in un abbraccio che è amore raro. Un padre e una figlia che grattano via i minuti dalla pelle dei giorni. Il padre che immaginavo per i miei figli, la figlia che non ho avuto. Vi guardo e tremo e me ne vado, sussurrandoti all'orecchio di goderti questi attimi di tutto, che te lo meriti, te li meriti. Vi guardo e m'innamoro, perdutamente. Di te, di voi. Servirà a niente, può essere. Ma è amore, punto e basta. E sento la voglia di piangere via tanto niente che mi toglie il respiro, tutto il niente che è niente di fronte al vostro profilo nella penombra della sera. E la vostra risata. E due baci sulle guance che sono un arrivederci, sono quasi come una promessa.
E fra pochi giorni sono altri anni ancora. E sono io che scado e mi recupero e devo per forza scegliere con il senno del poi.
BigMolt mi guarda, mi abbraccia con le mani aperte: mio papà sente, non dice e sente e trema insieme a me e tace, questa volta tace. Tace perché a dire farebbe peccato, il peccato di chi ha sempre capito tutto, lo ha sempre capito prima, e per pudore ha lasciato che fosse quanto doveva essere.
Sono giorni strani, questi. E chi vorrei mi chiedesse non chiede. Ho sempre aspettato, io. Aspetterò ancora. Le amiche vere, la poesia, chi scelsi, chi è in debito con me. Aspetto. Aspetto il conto, quello che resta da pagare. Prima poi ci si alzerà e si andrà a fare due passi. Il lungolago è bello. La vita anche, delle volte.


 

domenica 8 luglio 2012

fare il morto a galla

 

Gli argomenti di conversazione fanno la differenza. C'è poco da fare. C'è una forma di tenerezza che spinge a domandarsi cose piccole ed inutili per colmare la distanza e va benissimo così. Certe domande ti fanno sentire a casa, una casa virtuale in cui c'è sempre qualcuno che si prende cura del tuo sonno e del tuo scricchiolare. Eppure il lato felino del tuo io desidera vaneggiare. Vaneggiare del bello, sul vento, attorno alla poesia. Il lato felino del tuo io risponde alla tenerezza e ci si gongola mentre, sbavando, brama sfumature e canzoni canticchiate sottovoce alla maniera dei film. Trattasi di delirio, quello sano e spudorato del neurone che non molla, che esige sia carezze sia calci nel culo, tutto e di più.
Della domenica ho sempre amato il poter rimandare qualsiasi cosa a domani senza alcun senso di colpa, il potersi dedicare al sano sport del dolce far niente e dedicarcisi agonisticamente, come il podio fosse solo tuo e quindi vinci in ogni caso. Medaglia d'oro del non fare un beneamato c***o e del non farlo inanellando una miriade di piccole, scollegatissime cose. Non puoi permettertelo di lunedì. Di lunedì non puoi accendere la lavatrice, farti un caffè invece dell'aperitivo, leggere un libro dalla metà per poi tornare indietro, scrivere una lettera d'amore senza destinatario, mettere in ordine cromatico le penne, lavare le fragole, annusare il melone, sbracarti sul divano mentre tuo padre ti prepara il pranzo e non sentirti in colpa. Non si può. Il lunedì ti si rivolta contro. L'assurdo piacere del mescolio di attività utili e facete viene bellamente raso al suolo dalla sensazione della scadenza, dalle dinamiche violentissime del dovere. La domenica invece sì. Si può. Cambiare le lenzuola e metterci due ore a rifare il letto, cercare una frase in un libro e trascriverla sul quel vecchio quaderno ingiallito, guardare uno specchio e tralasciare di pulirlo, 'ché è tanto bello alonato di segni e minuti. Un giorno ogni tanto. Una volta ogni tanto. Lasciarsi vivere dal proprio lato felino. Al di là della forma, dentro alla sostanza del niente fino a perdere l'equilibrio, fare il morto a galla come si deve.
Volersi bene, delle volte, può voler dire concedersi una fumatina d'oppio senza neppure l'oppio. Basta fare in modo che l'aria giri, le tende si gonfino e passi un pochino di luce. Nel momento esatto in cui dentro sembra fuori, scopri che dentro è bello perché finalmente puoi permetterti di amare i tuoi colori...


 

martedì 3 luglio 2012

Buon viaggio

 

Gli angeli funzionano così: uno parte e l'altro arriva. Mai che si dimenticassero di passare il testimone. È vero. Ieri E. è volata via, stamattina E. è arrivata. Non si (dis)perdono: loro si incrociano, sgambettano, riposano, occupano tutti gli angoli possibili, si scelgono la sedia l'un l'altro, non lasciano vacante nessuna postazione. Gli angeli. Le loro storie si incrociano e si crescono addosso. Niente succede per caso seppure nella totale casualità di ogni accadimento. Non posso credere al codice a barre del destino. Non posso. Non posso credere che un essere umano passi la vita ad amare e basta, senza calpestare niente e nessuno, e che quell'essere umano fosse nato destinato a perdere pelle e ossa in pochi giorni scavato via da un male impronunciabile. Non posso credere a un tale dolore dedicato a prescindere a una coppia di mani, senza se e senza ma. Ma credo negli angeli. Credo esista l'urgenza dell'universo di portarsi a casa un po' di luce, mettere certa luce a disposizione del bello, della speranza. Come arrivasse un momento in cui non c'è altra scelta. Servi all'entropia per rigenerare le alternative. Ti tocca mettere le ali e lasciarti portare via. Vediamola così. Forse è uno dei sensi possibili. Forse. Credo che E. ed E. questa notte si siano incrociate. Credo che una mamma abbia baciato sulla fronte una figlia, tutte e due in viaggio, in direzione ostinata e contraria: una per riposare un pochino prima di fare i conti con tutto il futuro che c'è, l'altra per venire a sbirciarsi il mondo, per vedere com'è questa adorabile fatica che chiamiamo vita, che abbiamo ancora voglia di chiamare stupore. E. l'ho amata come si ama l'odore della sera, del fiume il mattino presto, delle botti quando stanno per finire la loro opera di vino. L'ho amata e trascurata, come si fa con tutto quello che si da per scontato. Si sbaglia sempre. Si finisce sempre per rimandare a domani proprio gli amori più sani, i più belli, perché loro non chiedono, loro ci sono e basta.  E. è stato un amore così, presente e caldo, dentro ad una distanza che ha avuto i contorni di un lungo, forte, costante abbraccio. La piccola E. me la ricorderà sempre, volente o nolente. Siamo diari, portiamo addosso gli asterischi di chi sfioriamo, fosse anche solo con il pensiero. Spesso ne siamo ignari e forse è giusto così.
Buon viaggio E. , tesoro mio. Buon viaggio. Saluta mamma e ridete, potendo. Ridete forte. E fatti portare al cinema. Che a morire così il diritto al cinema non bisogna sudarselo. A morire così il diritto al cinema ti tocca per contratto.
Benvenuta E. , piccolo tesoro. Benvenuta. Tuo malgrado sei parte di un racconto che, potrei giurarci, non ti verrà mai letto. Delle volte sono i racconti migliori. Mi auguro ti porti fortuna.


venerdì 22 giugno 2012

'nuit (4)

 

Buonanotte.
Buonanotte al gelato allo yogurt, ai cani grandi e a quelli piccini, alle zucchine che sono nate cetrioli, alle recite, alla signora bassa che abbaia, alle mani che ti diventano necessarie, al Lexotan, alla fatica, al vento delle undici di sera.
Buonanotte ai nomignoli, alle bugie, alle sfumature, a quando oggi sarà ieri (e meno male), alla pazzia, alle cose rimandate e al loro destino di sputi, al silenzio del telefono, ai nomi e cognomi nello zaino dei se.
Buonanotte all'ultima Marlboro di giovedì, al giorno lungo, il più lungo, alla sua luce densa e appiccicosa, alle ginocchia che scricchiolano, al riso in insalata e  al copriletto marrone.
Buonanotte.
Sono giorni che è un giorno solo e i mesi un dettaglio. Su tutto, come fosse ombrello, una gran voglia di mare. Stiamo a vedere.

martedì 19 giugno 2012

tempo al tempo

 

Si dice dare tempo al tempo. Delle volte il tempo è troppo. Delle volte è troppo poco. Si usa dire dai tempo al tempo quando non si trova altro reo confesso di certa immensità o talune pochezze. Parla per te, direbbe lui. E avrebbe ragione. Nato unità di misura, non può ritrovarsi responsabile di successi e/o fallimenti che gli accade semplicemente di sfiorare. Lui è il quando, non il fare. Dargli tempo, a lui che è IL tempo, significa permettergli di spalmare altre maree di secondi sul fare altrui. Non è lui a lenire o ledere. Sono piuttosto la memoria, la fatica, la consapevolezza, l'ironia le api operaie di certa storia. Il tempo semplicemente passa.
Delle volte passa talmente in fretta che a voltarsi s'intravede ieri di già color seppia (perché era ieri, vero?). Ti volti e c'è Roma, con le sue strade di gente e odori, i muri rotti di aspettative, i volti belli di donne forti la cui fragilità è un lusso per pochi. Ti volti ed è lì, giorni fa: un caffè denso e nero venuto da una moka che deve riposare; una torta bianca in cui infilare le dita; un silenzio che s'appisola, gongola, come soffiasse un vento cui nessuno è ancora riuscito a dare un nome. È lì e ti guarda, uggiosa e rotta di sole, la sua colonna sonora che dice di moquette e altrove, di corsa sotto ai pini a leggere nomi di vie ed indovinare umori di pancia, amori di schiena.
Delle volte passa lentamente, il tempo. Sedimenta. Come fanno i fondi di vino nei bicchieri alti se li lavi domani. E quei fondi li guardi, li impari, li decostruisci, come dovessero somigliare per forza a qualcosa di te che è destinato a perdersi per rimanere. Forse farò, ti dici, e lanci sassi al cielo. Fino a che uno di quei sassi ti colpisce in pieno volto e invece di sanguinare sorridi. Sorridi. E ricominciano a sapere di ore le tue ore.
Delle volte accade di non accorgersi e ti scivolano via intere settimane. Scivolano e tu fai, fai, fai. Sei stanco e un poco più vecchio. E fai, fai, fai. Magari, domani, tutto questo oggi sarà servito a niente, ma i bicchieri, per ora, sono tutti lavati: questo conta. Poi si vedrà.

Post Scriptum:

 

martedì 29 maggio 2012

'nuit (3)

 

Buonanotte.
Ai passi lasciati sull'asfalto, nero e lucido di desideri. Alla sera e alle sue punture di responsabilità. Alla paura di non farcela e all'ottimismo altrui che ti accarezza la schiena. Al bisogno di un abbraccio e a quell'abbraccio quando arriva. All'acqua bevuta d'un fiato, acqua limpida, calda, a tua completa disposizione. Ai piedi nudi e ai gradini che danno sul giardino. Ad una visione altra delle stesse medesime cose. Ai racconti raccontati per non tacere. Al silenzio quando sa aspettare. Ai sorrisi e ai denti stretti e alle domande inopportune. Alle Gelaterie Sconsacrate e al rossore di saperle casa. A certe case di cui sei ospite eppure c'è il tuo odore. All'angolo fra il collo e la spalla. A questa una qui, fatta di secondi lentissimi e minuti affamati.
Buonanotte.
Credevo sarebbe stato un incubo, invece sarà riposo.


domenica 27 maggio 2012

[cu-rio-si-tà]

 

La sigaretta delle 14:08. Domenica. Una leggerezza nell'aria che poco ha a che fare con il bordello che mi agita i giorni da giorni. Me la godo. Scrivo una prefazione al pisolino delle 14:30. Rifletto sulla curiosità. Credo sia il colore perfetto. Non si tratta di sapersi a menadito, di amare le stesse cose, di non avere angoli liberi. Volersi bene davvero (averne voglia) vuol dire provare una insana curiosità per l'altro, per i piaceri che sconvolgono l'altro, per i colori che lo rendono diverso dal qui che ci riguarda. Avere voglia di imparare cosa piace all'altro, non perché si debbano amare necessariamente gli stessi sapori, ma per comprendere il senso di certe curve del cuore: mi rendo conto che chi mostra sana curiosità verso il mio mondo fa meno fatica ad oltrepassare il fossato che mi protegge le vertebre. Curiosità. Poi ognuno continui pure ad ascoltare la propria musica. Il baretto esistenziale lo abbiamo ristrutturato per questo.

post scriptum:

federico-fubini-mondadori-large               Storie di uomini e donne che sfidano il loro tempo.

Noi.
Siamo.

mercoledì 23 maggio 2012

23 maggio 2012


 


Come fosse da una vita. Augurarti ore buone e buoni giorni e buoni i colori e gli odori e certi venti che portano via e riconducono. Come fosse da una vita. E non lo è. Che c'è tutto un prima e un poi e un attraverso. E il vino bevuto a credere che andrà tutto bene, che la vita prima o poi finisce con l'assomigliarti e non l'avresti detto e ti scappa da ridere e via andare. Riderci sopra. Ridere sui nomi, i cognomi, gli incroci, gli angoli, gli sms, le cose taciute, lo stupore. Ridere. Magari farlo forte, perché qualcuno ascolti, perché ne siamo ancora capaci. E vaffanculo le ire, gli ormoni, le paturnie, il senso. Vaffanculo. Tutto quel prima che ingombra e spaventa. Tutto quel prima che ha un'età e una voce e non è una parentesi, non lo sarà mai. Ciao. Ciao, benvenuti, così è se vi pare. Ciao. Belli e brutti. Importa nulla. Oggi si ride. Si ride forte. Domani si vedrà.
Auguri A. , come fossero ciliegie e dovesse ancora venire l'inverno necessario. Come se niente volesse dire niente. Auguri e basta.

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lunedì 21 maggio 2012

Comunicazione di servizio

 

Blogger non mi approva i commenti. Però li ho letti.
Sia chiaro.


Ne approfitto per lasciare un Buongiorno.
Buongiorno.
Alla pioggia densa, al grigio perla delle macchie sui vetri, alle mani ghiacciate quando si scaldano, a chi mi ha rubato quattro ore di onesto lavoro e oggi è andata anche bene così. Al caffè in tazza grande, alla tuta, al buco nella tuta all'altezza del ginocchio destro, all'urlo non urlato che mi urla nella pancia, al silenzio, quello che conosco e ho imparato a domare con l'aspirapolvere.
Alle correzioni, alle penombre, agli avanzi di pizza nel forno che forse si sentono soli, alle amiche che mi scrivono di notte e a quelle che mi ascoltano di giorno, agli occhiali appoggiati sul comodino, al comodino quando non c'è.
Alle cabine elettorali e alle X, a quelle che hanno segnato il mazzo di carte che vorrei giocare, 'ché di giocare un gioco nuovo ci sarebbe davvero bisogno.
Buongiorno a me, che ti ho iniziato stranamente, caro fesso di un lunedì, e non ho nessuna intenzione di consegnarti alla malinconia e nemmeno al fastidio. Piuttosto alla rabbia, che qualcosa di sano vuole dire. A modo suo è vita anche lei. Mordiamocela e via andare.
Sei ancora tutto da fare, giorno uggioso, ed è come se ti conoscessi già. Accidentiammè.

domenica 20 maggio 2012

'nuit (2)

 

Buonanotte.
Al pollo fritto, al sorriso confortante di Mari, all'abbraccio onesto di
Mills, al caffè, al sonno che alla una non vuole davvero venire, alle sirene della polizia, al parcheggio, a chi passa e ti saluta e non lo conosci, al sapore che mio malgrado cerco, all'agenda settimanale Moleskine che si riempie di ore appese al filo benedetto dei "ma, se". Alle canzoni cantate ad alta voce, al bingo, alle dentiere nei bicchieri, alle torte salate, alle vignette del tempo che è stato, alla voglia di ballare che ti porti a letto.
Alla pelle, al sudore quando dice la sua, alle cose rimandate e a quelle da tenere appiccicate alla curva del cuore, ai calzini grigi che non si possono vedere, alla paura di non essere belli abbastanza, di non esserlo mai abbastanza. Al freddo spicciolo di questa primavera, alle mani grandi indossate da polsi sottili, a Milano, quando di notte, lungo i bordi, urla desiderio e nulla (smog e tacchi alti e rumore e vita).
All'ossigeno, a quando non manca eppure ti manca il respiro, agli occhi neri, veri, ai forse.
Buonanotte V., che di sicuro guardi e ci provi gusto, quel gusto che ti saliva alle pupille quando il mondo sapeva di buono e non potevi fare a meno di sentire che così ti somigliava di più.
Si è fatto tardi e non me ne sono nemmeno accorta.

post scriptum:
Buonanotte a chi muore tradito, a chi l'ha fatto oggi troppo presto, ancor prima di aver terminato la propria vita.

lunedì 14 maggio 2012

'nuit

 

Buonanotte.
Al riccio della foto, ai randagi da scacciare, alle mani congelate, al plaid sulle ginocchia, alle età della mente e a quelle del cuore, agli occhi buoni, a quello che trattieni perché accada imprevisto e perfetto, al mal di pancia, ai fusilli in bianco, al peperoncino, alla sete dissetata, a Cecilia e alla sua famiglia straordinaria, alla mia Ale e al suo sorriso epocale, a Cico e al desiderio che cova fra le ciglia buone, alla semplicità, al non avere paura, alle risate di già indelebili - irrinunciabili, alla prepotenza della pelle, alle storie da raccontare, a Livorno e a come mi manca, a poterne dire a chi comprende, alla carta igienica, alle tende che verranno, alle mattonelle rubate che hanno trovato una bella casa, ai discorsi fra parentesi, alla cellulite, al silenzio necessario, al passato, alle rughe che ti ami, le tue rughe che ti ami.
Buonanotte.
Al tempo al singolare, al plurale che si lascia accogliere, ai confetti al cioccolato, al Moment e ai suoi segreti, al mal di testa che decide di mutare in gioia, alle strade a due sensi che sembrano a senso unico, ai <di solito> che non lo sono ancora, alle già buone abitudini, alle date da segnare per poi vedere cosa saranno, ai dieci gradi che erano trenta e poi c'era vento e certe canzoni sono te e tu sei loro e non c'è davvero niente da fare.
Buonanotte.
Si è fatto tardi e non me ne sono nemmeno accorta.

domenica 6 maggio 2012

le bolle di vetro

 

2012-05-06-22-14-37

Ho il cuore rotto in due e nessuna voglia di metterci l'Attak. Resto qui e li ascolto, questi due pezzi di muscolo che respirano Vita. Fra le pieghe, da una parte e dall'altra, lo sguardo fanciullo di E., madre di gesti, di bene e di malinconia. Oggi ho alzato gli occhi al cielo più volte. Non uno stralcio identico all'altro. Le nuvole sanno come si fa a fingere la poesia. Loro lo sanno. Lo sanno anche certe voci, che ti insinuano fra i pori e canticchiano, come ci fosse sempre qualcosa per cui vale la pena cantare. Lo sanno anche certi sconosciuti, che ti accarezzano le spalle come fosse la cosa più naturale da fare mentre maggio pare ottobre eppure è primavera. La grandine ferma ai bordi della strada è solo un petardo del disordine con cui tocca avere a che fare. Un petardo. Poi ci sono i fuochi d'artificio, ma sono storie altre.
Le bolle di vetro somigliano alla fantasia. Ci giochi e se non è neve è polvere di stelle o un desiderio o un comodino da cui volano via pagine e inchiostri.
Buonanotte. Qui si gioca ai puzzle delle cose perdute, di quelle ritrovate, delle cose piccole che spezzano in due il cuore e poi lo rendono forte, più forte di prima. A bientot e guardatevi la luna. Ne vale sempre la pena. Oggi di più.

Post Scriptum:
 on the wall 30 aprile 2012 Vomero

La sera era lenta, docile come un bambino nel momento esatto in cui sogna il sonno. Ricordo esattamente la luce e il profumo delle sette appena passate (gelsomino, lo si poteva giurare), come si sono mischiati ai passi e alla leggerezza dei tuttavia. Doveva essere lunedì. È stato un pub con il giardino. Poi la fame venuta a tradimento. Poi una sete che non passa. Non passa. Non ha nessun bisogno di passare.
(Napoli, 30 aprile 2012)

domenica 22 aprile 2012

felice/normale

 

Impazzire richiede tempo. Rinsavire richiede tempo.

"Vivere con la vita è difficile. Di solito facciamo di tutto per non sentire la vita, per essere morigerati o per essere eccessivi. Per rimanere tranquilli o per farci travolgere dalla rabbia. Gli estremi producono lo stesso effetto, ci isolano dall'intensità della vita. E gli estremi - sia nella monotonia sia nella furia - riescono a tacitare i sentimenti."  Janet si racconta, nuda e cruda, figlia orfana del bene primordiale, donna votata all'errore inculcato dall'errore, quello primitivo del sentirsi culla sbagliata, posto  sbagliato, corpo inadatto ad essere amato, all'amare riamando. Non ci si passa tutti, non prendiamoci in giro. Sono cose che riguardano pochi, nel loro dettaglio di vicende. Eppure sono cose che riguardano tutti, nel loro dettaglio di umanità. Ci sono, in questo libro, passeggiate universali consumate ai danni dei perché e del comune senso del pudore. Incrociamo strade che potremmo giurare di aver percorso, fosse solo per le torte impastate da una madre monumento, per la crudeltà che talvolta presta la faccia a certe convivenze. C'è, in questo libro, il dolore in forma di corpo, di assenza, di ostinazione. C'è la bellezza, quella che rimane intatta, dell'amore per la letteratura, per i libri in quanto oggetti, fughe, terza dimensione del sapere, stupore, coraggio, l'imperfetta perfezione dell'essere vivi e del tramandarlo. Ci sono certe mie notti, fra queste pagine. Quelle dei miei quindici anni e da lì in poi molte altre ancora. Notti aperte con il bisturi per farci entrare altre vite più stupefacenti della mia. Come a poter credere che il possibile è un fatto e non solo un'allucinazione. La felicità e la normalità non vivono su pianeti diversi: sono le definizioni a mappare il tragitto delle incomprensioni. Le definizioni. Il segreto è nell'indefinibile. Cose tipo una veranda di glicine all'improvviso, un odore che come nessuno ti raggiunge la punta del cuore, uno straccio di luce buttato a tradimento dentro a un temporale, quello che rimane di una lettera scritta a matita chissà in quale quando, lo sguardo di un altro essere umano che indugia nel tuo, ti spoglia e infine ti riveste di possibilità.
Cose tipo la speranza, impazzire, il tempo, ricominciare ogni giorno da capo, farsela sotto dalla paura, andare avanti.

Della mia vita io rimpiango non gli errori di giudizio, ma le omissioni di sentimento.

2012-04-22-15-09-24 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Janette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?
Mondadori, 2012
Nell'autunno del 1975 la sedicenne Jeanette Winterson deve prendere una decisione: rimanere al 200 di Water Street assieme ai genitori adottivi o continuare a vedere la ragazza di cui è innamorata e vivere in una Mini presa in prestito. Sceglie la seconda strada, perché tutto quello che vuole è essere felice. Tenta di spiegarlo alla madre, che però le chiede: "Perché essere felice quando puoi essere normale?". Da questa frase inizia il racconto intimo e personale di un'infanzia trascorsa fra un padre indifferente e una madre che passa le notti sveglia ad ascoltare il Vangelo alla radio, impastando torte e lavorando a maglia. La sua è fin dall'inizio la storia di una lotta per sopravvivere alle prepotenze di questa madre, che trova normale lasciare la figlia fuori dalla porta tutta la notte e sottoporla a esorcismi liberatori. Una lotta per affermare se stessa, la propria omosessualità e l'amore per i libri.
Perché questa è anche la storia di un amore infinito per la letteratura, nato per proteggersi e per cercare quell'affetto stabile che in casa sembra mancare irrimediabilmente, un amore che resiste anche quando la madre scopre i libri che Jeanette nasconde sotto il materasso e li dà alle fiamme.
Con generosità e onestà intellettuale, Jeanette Winterson scava nei propri pensieri e sentimenti di bambina, adolescente e donna, ripercorrendo nel contempo la sua dolorosa ricerca della famiglia naturale. Ne esce un racconto intenso, a tratti tragico ma anche allegro, come sa essere la sua cristallina scrittura, un viaggio che le farà ammettere: "Da bambina amavo Dio, naturalmente, e lui mi amava. Era già qualcosa. E amavo gli animali e la natura. E la poesia. Il mio problema erano gli esseri umani. Come si fa ad amare un'altra persona? Come possiamo fidarci del suo amore?".

martedì 3 aprile 2012

oppio e acciaio

 

La vita gira come indossasse una gonna a ruota. Mostra le gambe, talvolta anche le mutande, le viene il fiatone, ride, ricomincia a girare. Gongola all'idea degli sguardi che le consumano l'orlo dei calzini, quelli di bambina, in cotone e forati, indossati sotto a scarpe blu con le stringhe rosse. Cose banali, insomma. Cose semplici, si potrebbe dire. Poi tutto invece è complicatissimo. La follia, la crudeltà, la fatica, l'attrazione, l'equilibrio, la lealtà. Ci si affeziona con semplicità alle persone, agli odori, alle atmosfere. Il filo teso su cui si muovono i passi incontro a quanto ci piace, a chi ci fa stare bene, è un filo d'oppio e acciaio. Delle volte prende a muoversi, come tirasse un vento ubriaco. Qualcuno pensa che porteresti  volentieri via il marito a una delle tue più care amiche e la tua amica, per quanto sappia con esattezza che non lo faresti mai (ci giurerebbe, ma è più moderno non giurarci), finirà per riservarti un certo sguardo carico di commiserazione, quello con cui si sottolineano i fallimenti, la solitudine, le altrui miserie. Barcolli. Qualcuno ti vuole bene perché volerti bene lo fa sentire migliore. Te ne accorgi, va bene così, ma barcolli. Qualcuno ti vuole bene solo quando non c'è di meglio da fare. Càpita, prima o poi càpita a tutti, è il merletto della gonna, è un dettaglio immancabile, lo sai con esattezza, eppure barcolli. Qualcuno dice di vedere chi sei veramente e allora tu ti volti per cercarlo, quello sguardo che conosce, e proprio in quel preciso momento non c'è nessuno che stia guardando. Barcolli. Qualcuno ti ammonisce di fronte alla possibilità di un cambiamento: "se cambia qualcosa e cambia qualcosa fra noi ti spacco la faccia". Ridi perché è bello sentirselo dire. Poi non cambia niente, grazie al caso o grazie al cielo. Succede invece che non sei tu a cambiare, non il tuo tempo, ma l'altro, l'altrui tempo. E non ti viene da inveire o avercela con qualcuno. Semplicemente barcolli. Pensi alla distanza nelle vicinanze, al silenzio nella presenza, a tutti gli io che ti hanno riempito di stupore gli attimi, alle attese trattenute, ma, ancora più fortemente, pensi a tutti gli attimi che hanno a venire. Barcolli, ma il passo non lo cedi, non all'incuria o al  risentimento. Appunti le occasioni avute e quelle perdute ed in qualche modo torni ad andare incontro a quanto ti piace, a chi ti fa stare bene. Magari sei un dettaglio, un orpello, un accidente, ma ci hai messo l'onestà dei piedi nudi e della faccia struccata: fossi anche solo un dettaglio, un orpello, un accidente, l'esserlo splendidamente anche solo talvolta rende il gioco all'altezza della candela. Certe sere i caffè non versati scottano di più. Certe sere le distrazioni sono un gran prurito in un punto della schiena cui non riesci ad arrivare con la mano. Non sempre. Solo certe sere. Certe sere vorresti avere torto. Tutto qui. Poi la vita ricomincia a girare e magari ha la sottana verde e c'è profumo di mela. Cose banali, certo. Ma va bene così, 'ché siamo tutti equilibristi, giocolieri, maschere. Proprio tutti. Nessuno escluso. Banalmente, si potrebbe dire.
Bonne nuit!

 

lunedì 26 marzo 2012

Baci

 

C'è un momento, che arriva dopo le lotte, le speranze, le disperazioni, dopo le vittorie e dopo le sconfitte, in cui un uomo si accorge che ciò che gli resta è soltanto la proprio forza. Troppo insistentemente le vicende dei sentimenti si ripiegano su se stesse, cercando di perpetuare giochi o sottili torture cui il tempo ha tolto ormai significato. Sì, oltrepassate tutte le esperienze possibili c'è un momento in cui un uomo si accorge di essere rimasto solo con la propria forza. Una forza che permetta di compiere azioni cui essa stessa, poi, non potrà più rimediare; una forza che desideri spingersi oltre i propri limiti.
(Sandro Veronesi, Il ventre della macchina, Baci Scagliati Altrove - Fandango, 2011)

Ci sono persone incontrate fra le pagine dei libri con cui vorresti andare a fare due passi al tramonto, prima o poi. Persone che, volenti o nolenti, ti diventano amiche, scrigni di talune tue debolezze che non osi condividere con il tuo pianeta di mani e sapori. Porteresti una borraccia di caffè e qualche salatino, questo è certo. I passi da due si farebbero quattro, sei, dieci, venti. Finireste per salutare l'avvento di una notte qualunque come un fuoco d'artificio: merito delle coincidenze che vi hanno avvicinato, delle distanze che vi hanno incuriositi. Ci sono uomini incontrati fra le pagine dei libri di cui conosci a memoria l'odore e il fallimento e la camicia preferita. Potresti indovinare la cartolina che tengono appesa allo specchio del bagno. Potresti ridere di loro senza che alla risata debba seguire necessariamente una spiegazione.

 

[...] l'uomo buono, ho scoperto, non paga i propri conti con la moneta della fedeltà. L'uomo buono paga fino in fondo con la sofferenza solitaria di ogni volta in cui spera di non sopravvivere all'immensa responsabilità della cosa fatta - e invece sopravvive, ammutolisce e passa oltre. I dolori si dileguano, i pentimenti si confondono, i contorni del ricordo si dissolvono; e poi stordisce, e appaga, questo mistero di una vita tanto più grande di tutti i suoi pezzi messi insieme.

Frattaglie, speranza, un accendino, abiti spezzati, scarpe scagliate, rabbia, silenzio, perdita, distrazioni, rimozione, leggerezza, sorrisi, paturnie, ossessioni, stupore. Parigi, Roma, una casa, tutte le case, un sasso, ogni sasso. Quando una voce sola afferra e distilla, goccia a goccia, il vino buono dell'essere carne e ossa, quell'esserlo che ci uccide eppure è la più grande delle seduzioni, credo valga la pena lasciare che ti rapisca, un sorso alla volta, un bicchiere alla volta, tutta la bottiglia fino in fondo. Baci Scagliati Altrove ti si appoggia allo sterno e ne asseconda le maree: è una voce buona alla pelle, al respiro e all'assenza di respiro ed è davvero dissetante starla ad ascoltare.

Post Scriptum:

A tre anni si è ingenui.

Anche a quaranta, delle volte.

domenica 25 marzo 2012

piccoli equivoci senza importanza

 È abissale la differenza che intercorre fra una spudorata sincerità ed una feroce arroganza, eppure il confine fra le due sfaccettature di modus vivendi è labile. Basta tanto così perché il tuo essere sincero fino all’osso, il tuo dire sempre quello che pensi, nel bene e nel male, muti in una puntura di scorpione per chi ti siede accanto. Càpita che certa sincerità non sia altro che un alibi. In soldoni: se sei uno stronzo fatto e finito tu e sincerità nominati nella stessa frase vi elidete come succede a certe variabili nelle formule matematiche. Resta ma chi ti credi di essere e la storia della x la conosciamo tutti molto bene. Se sei bene educato non puoi permettere al tuo essere tutto un pane al pane e vino al vino di calpestare le più elementari regole della convivenza civile. Soprattutto se al tuo tavolo campeggiano degli sconosciuti. Chi ti vuole bene può anche comprendere. Chi non ti conosce viene assalito da una gigantesca voglia di spaccarti la faccia. Il mondo è pieno di maestrine e maestrini del saper stare al mondo. Fosse un pochino più pieno di gente disponibile ad imparare qualcosa anche dal più improbabile degli incontri sarebbe un mondo un tantino meno faticoso, un poco più credibile, un bel po’ meglio di così.
Detto questo, oggi sono in lutto per l’ora che questa notte mi è stata soffiata da sotto al naso per l’ennesima volta. Tutti gli anni così. Da non crederci. Mai che te lo chiedessero, santo il cielo. Insomma, tanto per ribadirlo, questa cosa della legalità del tempo io non la digerisco molto bene, il mio povero scheletro ancora meno. In ogni caso, continua ad essere domenica, piove svogliatamente, ho un sonno che non saprei descrivere, sono le 15:39 e io sono ferma a sessanta minuti fa. Un quadretto discretamente malinconico, tocca ammetterlo. Aggiungici che poche ore fa Antonio Tabucchi è volato via e che i suoi libri, in particolare Notturno Indiano, sono fra i libri che mi hanno imprigionata nel meraviglioso vortice della bellezza della parola scritta: un alone di tristezza soffia tra le stanze di questa mia casa di arancione e di gatti. Ci sono anime che volando via tolgono qualcosa alla densità della cartolina che abiti. Tutto qui. Ci sono anime che detengono il meraviglioso fra le pieghe del loro sguardo sul mondo: quando partono te ne accorgi. È piuttosto semplice e forse in qualche modo bello. Forse. Non saprei dire di più.
Ho bisogno di un caffè e di una caramella gommosa. Ho già tolto dagli scaffali un paio di libri su cui buttare il cuore nelle prossime ore. Magari mi mangio anche una mela. Deciderò strada facendo. Per quanto mozzato di un 1/24 questo oggi claudicante è sempre una domenica. E una domenica è un lusso: basta saperselo permettere.

 

lunedì 19 marzo 2012

delicatezze

 


Non siamo tutti uguali. E meno male che non lo siamo. A casa mia, da che mondo e mondo, le feste si festeggiano. Anche quando non c'è un beneamato niente da festeggiare. Vale per il Natale e per la Pasqua così come vale per i compleanni, gli onomastici, le feste raccomandate dal mercato degli affetti. Si festeggia con il senso dell'occasione. Si approfitta spavaldamente del calendario per scoppiare qualche fuoco d'artificio. È mio padre che regge le fila di questa storia di ricorrenze. Ci tiene, c'è poco da fare. E se tu ti dimentichi trova il modo di guardarti con lo sguardo "Non ti sei per caso dimenticata qualcosa?" e portarti dalla sua parte. È fatto così. Certe feste hanno poco senso se ci mettiamo a frugare nelle cesta del vissuto. Ogni giorno è la santa festa di un genitore, di un amato, di un figlio. Certe date sono solo bandierine: bandierine di carta colorata infilate nel piacere di dire certe cose ad alta voce.  Delle volte certe feste sono dolorose. Magari tu non ce l'hai più nella vita l'essere umano legato a quella precisa ricorrenza. Mio padre mi ha insegnato che anche quel dolore lì a modo suo è un'occasione, l'occasione di spolverare un ricordo o certe chiacchiere che troppo spesso infiliamo nella sacca del silenzio. Il mondo non si ferma, non lo fa. E allora perché fermare il proprio, di un mondo? Perché non mettere una lettera maiuscola davanti a certo Amore e farlo con il sorriso ebete di chi crede che, in qualche modo, anche astratto, vale sempre e comunque la pena di Sentire? Ecco, questa è una delle mille cose per cui gli sono grata. Un'altra è la conservazione della malinconia, quel pasticciaccio brutto in fondo al cuore che non lascia morire nessuno, almeno non quando si tratta del calore che quel qualcuno è fra le tue costole.
Penso a Francesco, a Giovanni, a un paio di straordinari Giuseppe. E penso che il bene dedicato ai padri vivi di oggi renda giustizia anche a loro, al loro esserci, da lì in poi, per sempre, in quel modo raro che il tempo finisce per illuminare d'immenso.
Penso a Carlo, a Salvatore, a Giancarlo, padri come li vuole la storia, portatori sani di ostinazione e saggezza, la saggezza umile di chi ci ha messo, ci mette, tutta la faccia che ha.
Auguri papà. E grazie.
E adesso continuiamo, un morso alla volta, a tenerci a bada la vita.

domenica 18 marzo 2012

e se i tuoi occhi fossero ciliegie

 

E dopo questo oggi di cibo e sorrisi autentici, muterò in un calamaro fritto e amen. Convolerò a nozze con un pezzo di pecorino sardo e l'olio bollente sarà il mare in cui pescare gli amati frutti del nostro avvenire. Ai nostri bizzarri figli racconteremo storie nane di film improbabili dei nostri improbabili anni ottanta e di padri da stadio, quelli che con l'amaro hanno sempre avuto un rapporto duro. Capiterà di cucinare coniglio alla senape per vedere se quel giallo lì s'intona o meno con il concetto astratto di crescita spirituale che coviamo in seno. Continuerà a non avere senso alcuno l'attrazione che ci si nutrirà l'un l'altra: un calamaro e del pecorino non incontrano consensi facili, c'è poco da fare. Rappresenteremo il residuato bellico di un antico concetto d'amore, quello che si nutre di bellezza e slanci, che all'aspetto bada poco, all'età e all'odore ancora meno. Io farò i conti con il limone, lui con il miele. Il mondo non ci apparterrà e noi non apparterremo al mondo: laddove il gioco delle scatolette, delle definizioni, finisce sempre per averla vinta, balleremo un tango al contrario e saranno passi di midollo spinale e accettazione. A chi non si fida di noi, non regaleremo fiducia. A chi ci deluderà, porgeremo la guancia dell'altrove. Saremo adulti come sanno esserlo solo i bambini: senza il giogo delle ossa rotte. Siamo gente da tovaglia a quadri e vino alla spina, finirete per perdonarci tutte le calorie, una ad una.
Buonanotte.

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giovedì 15 marzo 2012

macchie di luce

 

"Se ora riesco addirittura a scriverne su un giornale è perché ho accettato il mio dolore e ho perdonato tutti. Lei per essersene andata e l'universo per essersela presa."

16:56. Giovedì pomeriggio. Illuminazione da tea verde. Ora ho capito perché ieri V. ha (sor)riso forte sotto alle mie unghie. Ha (sor)riso perché lei l'ha conosciuta prima di me la storia di Giuseppina. Stesso circolo del bridge, le due madri. Ha (sor)riso forte perché ha intravisto nel mio avere le ossa buone di ieri il brivido che le avrebbe percorse quando, la sera, con l'insonnia da caffeina a darmi il tormento, avrei finito Fai bei sogni. Deve averci chiacchierato spesso, con Giuseppina, la mia V. Testarda com'è deve averci messo qualche giro di luna ad amare la sua storia, una storia umanissima, da riavvolgere al contrario, da proteggere con la forza del senno di poi. Che alla paura, a certa paura, bisogna volere bene anche di più, bisogna ripescarla dal silenzio e guardarle dentro. Allora insegna, si sbrana i luoghi comuni, diventa forza, almeno in potenza. Sono certa che oggi sono buone amiche, si tengono la compagnia delle confessioni e degli sguardi, dei perdoni e del confronto. Due direzioni contrarie che si incontrano e si mangiano un gelato, tanto oramai è fatta e in fondo, da qualsiasi parte la si voglia guardare, il comune denominatore è l'amore fermato in una eterna giovinezza saggia e disincantata, fragile e senza pelle.

"Il dolore apre squarci che consentono di guardarsi dentro. Ma io continuavo a guardare dalla parte sbagliata."

Massimo Gramellini mi ha regalato un miracoloso breve viaggio nell'interminabile macchia di luce che è la vita dopo una madre. Camilla ha saputo subito che dovevo ( e ha detto proprio "Tu, devi!") prendere parte a questo poker della memoria.  Nessuna storia si somiglia, ognuno ha la propria, unica e sacra; si somigliano le frasi scritte sulle cartoline dei giorni, l'ironia dissacrante, l'unità di misura dei contrappesi con cui ci si apposta sulla bilancia dell'andare avanti. Si somigliano le rughe, gli anfratti, le devianze e le deviazioni. Si somiglia l'Amore, di qualsiasi colore ci venga in mente di colorarlo.
Grazie Massimo.
Grazie Camilla.
Sono incontri come questi che mettono il punto aprendo le parentesi necessarie a imparare, ogni giorno da capo, ad essere vivi sul serio.

"Se vuoi cambiare gli effetti, cambia le cause. La vita risponde. Sempre."

Post Scriptum:

                        I Miracoli talvolta fanno pochissimo rumore.