domenica 22 aprile 2012

felice/normale

 

Impazzire richiede tempo. Rinsavire richiede tempo.

"Vivere con la vita è difficile. Di solito facciamo di tutto per non sentire la vita, per essere morigerati o per essere eccessivi. Per rimanere tranquilli o per farci travolgere dalla rabbia. Gli estremi producono lo stesso effetto, ci isolano dall'intensità della vita. E gli estremi - sia nella monotonia sia nella furia - riescono a tacitare i sentimenti."  Janet si racconta, nuda e cruda, figlia orfana del bene primordiale, donna votata all'errore inculcato dall'errore, quello primitivo del sentirsi culla sbagliata, posto  sbagliato, corpo inadatto ad essere amato, all'amare riamando. Non ci si passa tutti, non prendiamoci in giro. Sono cose che riguardano pochi, nel loro dettaglio di vicende. Eppure sono cose che riguardano tutti, nel loro dettaglio di umanità. Ci sono, in questo libro, passeggiate universali consumate ai danni dei perché e del comune senso del pudore. Incrociamo strade che potremmo giurare di aver percorso, fosse solo per le torte impastate da una madre monumento, per la crudeltà che talvolta presta la faccia a certe convivenze. C'è, in questo libro, il dolore in forma di corpo, di assenza, di ostinazione. C'è la bellezza, quella che rimane intatta, dell'amore per la letteratura, per i libri in quanto oggetti, fughe, terza dimensione del sapere, stupore, coraggio, l'imperfetta perfezione dell'essere vivi e del tramandarlo. Ci sono certe mie notti, fra queste pagine. Quelle dei miei quindici anni e da lì in poi molte altre ancora. Notti aperte con il bisturi per farci entrare altre vite più stupefacenti della mia. Come a poter credere che il possibile è un fatto e non solo un'allucinazione. La felicità e la normalità non vivono su pianeti diversi: sono le definizioni a mappare il tragitto delle incomprensioni. Le definizioni. Il segreto è nell'indefinibile. Cose tipo una veranda di glicine all'improvviso, un odore che come nessuno ti raggiunge la punta del cuore, uno straccio di luce buttato a tradimento dentro a un temporale, quello che rimane di una lettera scritta a matita chissà in quale quando, lo sguardo di un altro essere umano che indugia nel tuo, ti spoglia e infine ti riveste di possibilità.
Cose tipo la speranza, impazzire, il tempo, ricominciare ogni giorno da capo, farsela sotto dalla paura, andare avanti.

Della mia vita io rimpiango non gli errori di giudizio, ma le omissioni di sentimento.

2012-04-22-15-09-24 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Janette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?
Mondadori, 2012
Nell'autunno del 1975 la sedicenne Jeanette Winterson deve prendere una decisione: rimanere al 200 di Water Street assieme ai genitori adottivi o continuare a vedere la ragazza di cui è innamorata e vivere in una Mini presa in prestito. Sceglie la seconda strada, perché tutto quello che vuole è essere felice. Tenta di spiegarlo alla madre, che però le chiede: "Perché essere felice quando puoi essere normale?". Da questa frase inizia il racconto intimo e personale di un'infanzia trascorsa fra un padre indifferente e una madre che passa le notti sveglia ad ascoltare il Vangelo alla radio, impastando torte e lavorando a maglia. La sua è fin dall'inizio la storia di una lotta per sopravvivere alle prepotenze di questa madre, che trova normale lasciare la figlia fuori dalla porta tutta la notte e sottoporla a esorcismi liberatori. Una lotta per affermare se stessa, la propria omosessualità e l'amore per i libri.
Perché questa è anche la storia di un amore infinito per la letteratura, nato per proteggersi e per cercare quell'affetto stabile che in casa sembra mancare irrimediabilmente, un amore che resiste anche quando la madre scopre i libri che Jeanette nasconde sotto il materasso e li dà alle fiamme.
Con generosità e onestà intellettuale, Jeanette Winterson scava nei propri pensieri e sentimenti di bambina, adolescente e donna, ripercorrendo nel contempo la sua dolorosa ricerca della famiglia naturale. Ne esce un racconto intenso, a tratti tragico ma anche allegro, come sa essere la sua cristallina scrittura, un viaggio che le farà ammettere: "Da bambina amavo Dio, naturalmente, e lui mi amava. Era già qualcosa. E amavo gli animali e la natura. E la poesia. Il mio problema erano gli esseri umani. Come si fa ad amare un'altra persona? Come possiamo fidarci del suo amore?".

martedì 3 aprile 2012

oppio e acciaio

 

La vita gira come indossasse una gonna a ruota. Mostra le gambe, talvolta anche le mutande, le viene il fiatone, ride, ricomincia a girare. Gongola all'idea degli sguardi che le consumano l'orlo dei calzini, quelli di bambina, in cotone e forati, indossati sotto a scarpe blu con le stringhe rosse. Cose banali, insomma. Cose semplici, si potrebbe dire. Poi tutto invece è complicatissimo. La follia, la crudeltà, la fatica, l'attrazione, l'equilibrio, la lealtà. Ci si affeziona con semplicità alle persone, agli odori, alle atmosfere. Il filo teso su cui si muovono i passi incontro a quanto ci piace, a chi ci fa stare bene, è un filo d'oppio e acciaio. Delle volte prende a muoversi, come tirasse un vento ubriaco. Qualcuno pensa che porteresti  volentieri via il marito a una delle tue più care amiche e la tua amica, per quanto sappia con esattezza che non lo faresti mai (ci giurerebbe, ma è più moderno non giurarci), finirà per riservarti un certo sguardo carico di commiserazione, quello con cui si sottolineano i fallimenti, la solitudine, le altrui miserie. Barcolli. Qualcuno ti vuole bene perché volerti bene lo fa sentire migliore. Te ne accorgi, va bene così, ma barcolli. Qualcuno ti vuole bene solo quando non c'è di meglio da fare. Càpita, prima o poi càpita a tutti, è il merletto della gonna, è un dettaglio immancabile, lo sai con esattezza, eppure barcolli. Qualcuno dice di vedere chi sei veramente e allora tu ti volti per cercarlo, quello sguardo che conosce, e proprio in quel preciso momento non c'è nessuno che stia guardando. Barcolli. Qualcuno ti ammonisce di fronte alla possibilità di un cambiamento: "se cambia qualcosa e cambia qualcosa fra noi ti spacco la faccia". Ridi perché è bello sentirselo dire. Poi non cambia niente, grazie al caso o grazie al cielo. Succede invece che non sei tu a cambiare, non il tuo tempo, ma l'altro, l'altrui tempo. E non ti viene da inveire o avercela con qualcuno. Semplicemente barcolli. Pensi alla distanza nelle vicinanze, al silenzio nella presenza, a tutti gli io che ti hanno riempito di stupore gli attimi, alle attese trattenute, ma, ancora più fortemente, pensi a tutti gli attimi che hanno a venire. Barcolli, ma il passo non lo cedi, non all'incuria o al  risentimento. Appunti le occasioni avute e quelle perdute ed in qualche modo torni ad andare incontro a quanto ti piace, a chi ti fa stare bene. Magari sei un dettaglio, un orpello, un accidente, ma ci hai messo l'onestà dei piedi nudi e della faccia struccata: fossi anche solo un dettaglio, un orpello, un accidente, l'esserlo splendidamente anche solo talvolta rende il gioco all'altezza della candela. Certe sere i caffè non versati scottano di più. Certe sere le distrazioni sono un gran prurito in un punto della schiena cui non riesci ad arrivare con la mano. Non sempre. Solo certe sere. Certe sere vorresti avere torto. Tutto qui. Poi la vita ricomincia a girare e magari ha la sottana verde e c'è profumo di mela. Cose banali, certo. Ma va bene così, 'ché siamo tutti equilibristi, giocolieri, maschere. Proprio tutti. Nessuno escluso. Banalmente, si potrebbe dire.
Bonne nuit!