mercoledì 21 novembre 2012

le orme non fanno ombra

 

Chiedo perdono: alla primavera, alle foglie cadute sulle strade da percorrere, alla luce del primo mattino, alle anime salvate fra le righe di certe poesie.
Chiedo perdono: alla sera, ai meravigliosi colori di questo novembre, alle mie amiche più care, ai libri che lascio lì.
Chiedo perdono: ai miei gatti, alle ossa della schiena, a chi mi vorrebbe diversa, agli anni di mio padre.
Chiedo perdono: alla solitudine, cara compagna di tanti viaggi e di molte notti passate davanti a una scacchiera, con le pedine che erano attimi impronunciabili, attimi irripetibile di un certo silenzio profetico e generoso.
Chiedo perdono. E lo faccio sorridendo. 'Ché a scusarsi per tempo non tutto il tempo è perduto. 'Ché certe storie non andrebbero raccontate a vanvera. 'Ché le orme non fanno ombra; a fare ombra sono il passo, la direzione, il vento nelle vele. [E l'ombra protegge, in un certo qual modo. Non saprei dire come, ma lo fa.]
Scusatemi le mani e le distrazioni. Scusatemi la durezza o la troppa fantasia. Chiedo perdono per sapermi ancora intatta, nonostante tutto, nonostante me.
Chiedo perdono, ma non a tutti. Ad alcuni lascio un paio di cartoline non imbucate. Sopra c'è scritto Amen, che vuole dire Pazienza, ossia 
"Non importa, davvero. Ha davvero poca importanza."
Amen.
Pazienza.
Non importa, davvero. Ha davvero poca importanza.

 

 



martedì 6 novembre 2012

dove si scrive la musica? (1)

 

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Si scrive per dire o per non dire affatto, per fermare l'attimo o la sua idea, per raccontare una storia o sminuzzarla, delle volte per farne parte. Si scrive perché il respiro non è un dettaglio, perché una madre non è un dettaglio, perché amare non è mai un dettaglio. Si scrive di un viaggio per condividerne le curve, del dolore per sopravvivergli, della paura per ridimensionarle la geometria. Si scrive nella testa, sulla carta, sui muri, sulla pellicola, sul policarbonato, per aria. Delle volte poi si tace. Si tace lasciando che ti scriva addosso la scrittura degli altri, la vita degli altri, i colori dei muri, i riflessi, le simmetrie delle stagioni che qualcuno covava in grembo e non aveva il coraggio di liberare.
Si scrive.
Si tace.
Si ascolta.
Si impara il buio per mettere a memoria la schiena della luce.
Si torna, si ri-parte, ci si ferma a riposare.
Si torna.
Si finisce con il tornare al proprio posto. Perché è quello che andiamo cercando: un posto che ci vesta a pennello, l'abito migliore per la carcassa che abitiamo, un anfratto con il nostro odore tenuto fermo ad aspettarci.
Si torna.
Ed è bello sapersi a casa. Ovunque essa sia.

post scriptum

È vero quanto scrisse Joyce. È vero che la voce dei gabbiani non ti lascia un solo momento. È vero che la musica, lì, è cosa altra. Occasione, amore, linguaggio, mestiere, istinto, poesia. E lo è per le strade, dentro alle sale dei pub, sotto ai lampioni, lungo il  corso del fiume. A qualsiasi ora del giorno e della notte. Al tramonto è anche meglio, ma questa è un'altra storia. È bello scegliersi un nome a sedici anni e scoprire che era il nome giusto. È bello sapersi di un luogo, farlo per anni, intere generazioni di occasioni scappate spese a sapersi di quel posto lì, sua per qualche ragione astratta che non è il caso di andare a scandagliare. È bello arrivare lì e scoprire di non essersi sbagliati. Cara Dublino, la tua Evelyn torna prima o poi. Stanne certa.

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