mercoledì 18 dicembre 2013

18

 

Ciao, caro diciotto dicembre.  Oggi sei venuto di mercoledì. L'altra volta, la prima, è stato di lunedì. Ma tu te ne freghi e fai bene. Dovrei fregarmene anch'io. Che alla fine cambia poco. Anzi, non cambia niente. E sai cosa ti dico? Va bene così. Capita solo di fumarsi qualche sigaretta in più e di prendersi con garbo il tuo cazzotto sul mento. Di curioso c'è che involontariamente me ne vado per il mondo come se il mondo dovesse muoversi più lentamente quando arrivi tu. E invece il mondo se ne fotte. E per dirla tutta fa bene. Ha ragione da vendere, il mondo, e io dovrei imparare da lui. 'Ché tutto gira, tutto torna, quel che è stato è stato. Quel che è stato diventa un pugnale se tu lo permetti, altrimenti è solo storia. E non ci si mette con un pugnale in mano, puntandole la gola, a dire alla vita che le vuoi bene. Piuttosto vale la pena di trovare dieci minuti, chiudere gli occhi e vedere se riesci ad annusare un odore che sono ventiquattro anni che non senti più. Vale la pena sorridere del fatto che le tue mani, oggi, somigliano a quelle mani in maniera impressionante. Perché aveva delle mani strazianti, mia madre. Forti, fiere e delicate. Strazianti. Mani che sapevano afferrare, trattenere, scaldare, indicare, tremare, e farlo con una dignità assordante. Le mie sono solo più vecchie di allora, eppure in qualche segno se la portano addosso. E non m'importa se le dita sono storte e le unghie cadono a pezzi. M'importa che a tenderle, le dita, disegnano una ragnatela che ricorda quell'amore lì e, alla fine, questo fa stare bene.
Durerai fino a notte, amico mio. E ne troverò altre, di decine di minuti. Fra me e me. Che c'è poco da poter dire e quel poco è meglio dirlo al buio, in nuvole di fiato. Senza sprechi. Che fa freddo, amico mio. E per scaldarsi non basta fare un falò di tutto il niente che non riusciamo ad evitare.
Arrivederci.