domenica 27 luglio 2014

qualcosa (10) #26luglio

 

Nel momento esatto in cui l'adesso è carta bagnata  e a scriverci poi leggi malamente, in quel preciso momento in cui non c'è nemmeno la luna a dirti se hai torto o ragione, vale la pena contare i minuti e provare a dormire. I minuti come pecore, arruffati esserini belanti che servono a fare caldo, che occorrono a interrompere il gelo. Lana: infilarsi guanti di lana a luglio perché le mani la smettano di tremare. Addio. Dire addio al sabato appena passato e non trovare il coraggio di dare il benvenuto alla domenica su cui muore. Riascoltare il nastro delle chiacchiere di ieri e non riconoscere la voce che mappa il territorio, che segna la latitudine dei se. Intravvedere un sorriso fra le fauci della notte che ti si stende addosso, ma scoprire di aver lasciato a casa il numero da chiamare in caso di emergenza. Eppure sei a casa, la tua. Dove vorresti chiamare? Chi? Sei solo una voce ubriaca e sbilenca che inciampa fra le cose da dire, quelle da tacere, quelle da imparare. Quello sei. Una voce con i capelli lunghi, lasciati crescere, pettinati, che i nodi li ha già la schiena, il crespo è delle onde. Fuma! Fumati via il senso e la fame e le illustrazioni che ti commuovono. Fumati via le tue dita che cercano su un telefono morente un gesto che non arriva. Fumati via la sete, quelle delle anime, quella degli angoli bui, quella dei tramonti traditi dalle fotografie. Fumati l'edera e il baobab e il bianco e nero che pesa sulla schiena di chi, per raggiungerti, ha dovuto lasciarsi ogni volta a metà strada. Fumati via le trappole e le certezze e le filosofie. Ecco, guarda come scrivo! Guarda come gioco ad arredare le pieghe di questo luglio umido e sornione! È come un mare e sono come boe, i mesi e i traguardi e la pistola che non lo spara questo fottuto *Via!*. Sembravano partenze, tutte, sempre. Ricominciamo. Ancora una volta. Che sia la volta buona. Passare dal via, da soli, 20 + 20 che fa 40 e poi stare a vedere, respirare e stare a vedere e mentre guardi qualche passo farlo, giusto per star dietro ai minuti, quelli che conti come pecore per cercare di dormire. Buonanotte.

domenica 29 giugno 2014

qualcosa (9) #29giugno

 

Il tempo ha colore, inutile sostenere il contrario. Come la trasparenza delle mani di mio padre, quello che resta di un bacio dato sulla fronte, le rughe. Tutto ha un colore. Il tempo ne ha tanti. Come la memoria. Ci sono memorie di un grigio pallido capaci di rinnegare il giallo anche se se lo trovano parato davanti. C'è anche un tempo così, quello delle ore defilate, non solitarie, defilate. Come giugno, questo qui che sta passando e sembra non essere nemmeno arrivato: grigio, verde a tratti, di un verde repentino, pronto a nascondersi non appena se ne presenta l'occasione. C'è un tempo rosso, come il sangue, sì, non come certi tramonti, ma come il sangue: rosso, vibrante, dolciastro, denso. La memoria rossa è dolorosa, il tempo rosso no, casomai fa male dopo. La memoria quando è blu fa bene: intensa e limpida insieme, connubio perfetto. Il tempo blu ha risvolti strani: per alcuni è salvezza, per altri semplicemente negazione della luce. C'è un tempo viola, come l'ululato del cane rinchiuso qui accanto. Da giorni urla e nessuno lo ascolta. Tutti lo sentiamo, ma nessuno lo ascolta. Poi piove e non sai di che colore è la voglia che hai di infinito, di cielo terso, di pace. Piove e ululi anche tu, magari alla luna perché smetta di nascondersi, magari alle pagine di un libro perché ti restituiscano quel bene prezioso che custodiscono, magari al profumo del pollo che vorresti dividere con chi ami e in casa ci sei solo tu. C'è un tempo arancio ed è il mio preferito. Si nasconde nelle pieghe di ogni altro colore e respira, prepotente e gentile, con l'incoerenza di quelle stagioni che una volta segnavano il passo agli innamoramenti e alla malinconia. C'è un tempo che dice di tutto quello che finisce senza finire mai: è arancio e scalda le ossa, come quando pare ottobre e invece è solo l'estate che sbircia, non osa spogliarsi, aspetta un altro domani. E allora aspetto con lei e le faccio compagnia.

domenica 2 febbraio 2014

N N #2febbraio

 

Te ne sei andato lasciando i vestiti qui. Tutti. Tornerai nudo, come sempre, e troverai ad aspettarti le solite sciarpe, le solite scarpe. Ma tu saprai indossarle come non le avessi viste mai, è questo il tuo bello. Fai ogni volta così e mi incanti, con quel fare da anno nuovo, da vita nuova che solo a te riesce così bene. Tuo fratello è meno bravo di te. Il tuo fratellino furbo, quello nato piccolo e che scappa via veloce, che solo una volta su quattro pesta i piedi un giorno in più, lui i vestiti li porta male. Non si capisce mai se preferisca la gonna o i pantaloni. Basta che sia roba calda. Ti prende per la collottola e ti trascina nell'indecenza caotica del grigio che sbuffa. Il suo sole non ha niente a che vedere con il tuo. Giusto al mare lo si potrebbe perdonare, ma lì è merito del mare. La doppia b del suo nome non è degna delle enne che porti in coppia appese al cuore. Nessuno e Niente. Niente e Nessuno. Sommate fanno Tutto, come un punto a capo, come fosse una promessa, ogni volta, ogni benedetta volta. Eppure c'è chi non ti vede nemmeno. Passi accanto a tutti e c'è chi osa non farci caso. L'occasione che sei, la speranza che porti per taluni è solo fantasia e ti lasciano passare così, come non fosse successo niente. Delle volte sei duro, come solo certe madri sanno essere. E ci vuole del talento per non confondere la durezza delle cose con la solita storia di impotenza e scuse. È più facile piangerti che amarti, esattamente come con la vita. Caro mio,  io ce l'ho messa tutta anche questa volta e ti ho anche fatto un maglione con le mie mani: è blu, come la notte, come l'assenza di bugie, come quell'angolo di futuro in cui danzano, bellissime, libertà e primavera. Ti aspetto ancora, ok? Non cedere al piacere dell'isola deserta in cui svernerai la distanza fra qui e poi. Leggiti i soliti ottimi libri e goditi quel vinile che amiamo tutti e due. Torna in forma, gennaio bello. Avrò tante cose da raccontarti, ne sono certa.


 


 

domenica 12 gennaio 2014

qualcosa (8) #12gennaio

 

Il tempo delle volte ti diventa cicatrice senza nemmeno tu te ne accorga. Non sanguina più. Si rimargina. E tu lo guardi come guardavi le ginocchia sbucciate ricomporsi lentamente, con l'amore che la carne porta alla vita, suo malgrado.


Non trattenerle le lacrime, amica mia. Piangi tutto l'amore che ti è scappato via dalle mani insieme a quel respiro che si è fermato. Piangi. Fallo, mioddio. Che sono forza, le lacrime. E purezza. E rimettono a posto le cose, con quel disordine che serbano nel sale, quel disordine che salva dal caos del niente. Fallo, mentre la gola trattiene un grido: il silenzio è una carezza migliore per chi in te cerca ogni attimo il coraggio per affrontare i poi che vede appesi al suo albero di Natale.
Ci sono donne che sono catene, senza saperlo: tengono ancorate alla terra le anime leggere degli uomini che amano, le anime impaurite di mariti, figli, fratelli, amici. Sono catene. Ci sono donne che, minute e fortissime, sbagliano più delle altre, eppure le perdonerai per sempre, 'ché non lo potevano sapere che la loro forza sarebbe stata la tua miseria. Le perdonerai, donne-catena, per le scelte che non ti hanno impedito di fare: c'è sempre stato amore nella noncuranza con cui ti hanno affidato al dovere, c'è sempre stato più amore che follia, più amore che altro.
Piangi, amica mia, scricciolo di donna catena sbattuta da questa tempesta di vite che finiscono. Resti tu, resterai tu, poco o tanto che sia, a voler bene a questa fatica di posto che chiamano di passaggio. Io credo sia l'unico che ci riguarda e a guardarlo bene quando sussurra i suoi miracoli si riesce a trovare anche la forza per tollerarne le mancanze. Pensa ai miracoli, fallo appena ti riuscirà di riposare un poco. A guardarle dalla debita distanza le cicatrici sono mappe bellissime. Dicono dove sei stata e di quanti profumi è fatto il tuo, quello che ti adorna il collo meglio di qualsiasi perla.
Però adesso piangi. Io ti ascolto in silenzio.

 

lunedì 6 gennaio 2014

qualcosa (7) #6gennaio

 

06 01 2014

Ti sento nelle ossa, nel punto esatto in cui il calcio somiglia ad asfalto per quella sorta di bisogno di frenare gli attriti. Non sei che neve eppure spingi e il cielo già ti somiglia; persino la luna ti tiene a memoria, di smorfia in smorfia, scaramanzia delle stagioni. Cosa vali? Di certo la camomilla nella tazza e le righe che accompagneranno il sonno dai sogni a qui. Di certo le note fra le tempie, il pentagramma di specchi che da giorni graffi con le tue dita bianche, cieche. Ridi, forza. Provaci. Non prendermi in giro con quell'aria seria. Ridi via la malinconia e le attese. Fallo. Ho bevuto vino rosso apposta.
Bonne nuit.

giovedì 2 gennaio 2014

Non voglio mica la luna


Voglio nutrire il coraggio di tagliare i ponti, brindando con gioia a una ricca stagione di potature. Voglio che chi offende chi amo non mi sieda più accanto. Voglio il mare ogni tanto e quei cuori lì come nei sulla pelle, i miei segni perenni. Voglio abbracciare Alessandro e Tommaso ed essere una brava zia dell'amore. Voglio cantare canzoni sgangherate per le mie amiche. Voglio amarti, disperatamente e gioiosamente. Voglio scegliermi onesta, di pochi e con meno chiacchiere. Voglio sorridere fino allo sfinimento, ma solo per chi se lo merita. Voglio regalarmi alla bellezza, solo se è pura e se le viene in mente di dirmelo quando organizza una festa. Voglio fratelli e sorelle di pancia, che abbiano voglia di raccontami la loro vita e di ascoltarsi la mia, anche in silenzio, con il silenzio. Voglio accanto gente franca, che francamente ti manda a cagare se sbagli, ti incolla se cadi a pezzi, danza con te se c'è da festeggiare. Voglio, con franchezza, mandare a cagare, incollare, danzare. Voglio smetterla di perdonare a oltranza, che è molto spesso energia malamente investita. Voglio indurirmi un po' con chi non ha davvero capito pur avendone avuto occasione per potermi ammorbidire come si deve con chi invece è l'ossigeno della mia vita e si è guadagnato il sacrosanto diritto di sentirselo dire più spesso. Voglio argomenti e guance rosse e quegli abbracci che ti fanno sentire unica al mondo, anche solo una volta ogni otto mesi. 
Non vorrei, ma voglio. Il condizionale è una dannazione, almeno in casi come il mio, come in questo adesso di isole deserte e canzoni benedette salvate con le unghie e con i denti dal naufragio.
Voglio. Che poi il vino finisce, la sigaretta si spegne e vince quel retrogusto mieloso che troppo spesso mi sporca i vaffanculo.
Adesso però è così. E voglio. E brindo. E chi si è visto si è visto.
Brindo agli addii al vecchio anno che mi hanno fatto ridere, a quelli che mi hanno fatta incazzare, a quelli grondanti poesia, alla neve che ha voglia di arrivare, al privilegio della discrezione, all'ingordigia della carne, al ritrovarsi identici dopo una battaglia, alle scarpe nuove, alle donne che sanno ridere di se stesse e a quelle che hanno dimenticato chi sono, agli uomini nudi e crudi, ai saggi di spirito, alla lungimiranza e al battito.
Voglio. E brindo. E chi si è visto si è visto.

          E una baracca sul fiume / per pulirmi in pace le mie piume