domenica 11 gennaio 2015

vento #11gennaio

 

Temptation

Non urla. No. Non canta. No. Suggerisce schegge di note. Lo fa da ore ed ore. E da qui, chiusa qui, ascoltarlo è come starsene seduta su una panchina del porto a guardare altrove; come togliere con la mano le briciole di un panino che stonano sui pantaloni scuri; come fotografare una coppia di mani che si cercano in controluce; come sapere che qualcosa cambia, lo fa con perfetta noncuranza dei se e dei ma, cambia e basta, diventa quello che doveva essere, sfacciatamente.
È solo vento e si è preso due vasi e una bottiglia vuota che se ne stavano in pace sul balcone; si è preso un  libro letto in qualche ora e lo ha portato a spasso per il mondo, raccontandolo alle persiane a incuriosire altri sorrisi dopo il mio; si è preso la voglia di mangiare e l'ha sostituita con svariati sonnellini, alcuni sudati di febbre, altri timidi dello stesso sfacciato sogno; si è preso la distanza che oggi si consuma fra i rami e l'ha accorciata, l'ha resa tollerabile.
È vento, solo vento e sfuria via le impotenze, i cappi, i cadaveri, la malinconia, le minacce, i continenti, le pelli, i colori, certi abbracci, gli opportunismi e le opportunità. Non è silenzio, è vento, è altro dal silenzio il vento: lamenta, origlia, ingrassa, sputtana, solleva, lenisce.
Oggi gli devo un grazie, da qui, dal letto sfatto e con le ossa rotte, fermata come senza tempo dentro a un tempo adorabilmente disordinato, stordita dalle cose del mondo, dalle cose della mia casa, dalle cose dell'amore. Gli devo il grazie degli ingenui, che nella bellezza di un cielo primaverile a gennaio riscoprono il piacere del credere alla bellezza, nonostante tutto. Gli devo il grazie dei puri, che abbandonati alla vita, riescono sempre e comunque a volerle bene. Gli devo il grazie degli sbronzi, che con tutto il paracetamolo che ho in corpo forse a farmi una bottiglia intera di cognac avrei messo giù qualcosa di più sensato.
Tanto vale. Intanto lui soffia.
A bientot.

lunedì 5 gennaio 2015

uno nessuno centomila #5gennaio

 

A te, me, noi, voi, lei.
Il bello delle chiacchiere è che possono somigliare a chi ti pare.

Voglio raccontarti di quella sera in cui hai sorriso e nemmeno la luna pareva più solo luna; di quel mattino in cui, svegliandoti, mi hai posato per la prima volta un bacio sulla fronte; di quella notte in cui la tua schiena era fredda e allora anche il mondo sembrava più freddo, ancora più freddo dei pochi gradi che alzavano il termometro fuori dalla stanza. Voglio dire degli asparagi scotti e del riso delizioso che ne viene; delle folate di ilarità che ogni volta seguono le rivelazioni di quel bigolo che vaneggia la domenica sera in televisione; di te che pari babbo natale mentre sali le scale colmo di regali; di un gioco consumato su fogli usati al contrario, a scrivere nomi cose persone animali stelle ecc. ecc. Voglio appuntare l'arancio, quando mi dicesti che ti piaceva e come diventa casa, come ci riesce solo lui; la curiosità di andare a frugare nel passato come potesse salvare da un presente così futuro; le frasi lette via dai libri per dire quelle cose che magari poi ti sembra che i libri le dicono meglio, invece non è vero, le dicevi meglio tu. Voglio cantare ogni tramonto, uno ad uno, guardato e messo a memoria per poterlo confrontare con quelli da guardare insieme; ogni patata pelata perché fatte al forno ne finisci un quintale; la foto dei nostri piedi a mollo nel fiume gelato, che lo sappiamo solo noi e i calli e l'otturatore quello che disse quell'uomo a sua moglie mentre lei arrossiva a ridosso della cascata. Come a segnare la gioia, mica solo la malinconia. Come a schiaffeggiare l'abitudine, a sfidare i poeti, a scrollare la pianta della meraviglia (ha foglia straordinarie, tutte diverse l'una dall'altra). Come a non riuscire a piangere e va bene così, che le lacrime non sempre vengono e quando vengono poi magari era meglio se ne fossero state via (non sempre, solo delle volte). Come a dire che sono felice e dirlo fa bene, punto e basta.
A bientot.