giovedì 19 marzo 2015

settantotto #19marzo

 

Io se penso a Giuseppe, a quello più conosciuto del mondo intendo, mi perdo in un mare di compassione. Anzi, mi si spezza proprio il cuore. Sei lì, con le mani rotte dalle schegge, grande intarsiatore magari, provetto artigiano, t’ammazzi di fatica, fai le due o tre porcate che tutti fanno in vita solo che le tue poi se le ricorderanno, t’innamori di una donna, decidi di metter su famiglia, fai di conto e di contro conto, trovi casa, lavori come un somaro per regalarle un anello o un velo o quelle che più le aggrada, cerchi di far sì che la famiglia la accetti, che ti accettino i suoi (sei vecchiarello e quindi non risulti proprio un ottimo partito), che le condizioni si combinino in modo da tirare un attimo il fiato, la guardi e la sogni e ti dici che adesso non sarà più come prima, che ti toccava una donna come il bottino ai ladri, di nascosto, in fuga. Insomma, sei felice, ti senti più bello, poco poco anche un filino più giovane e poi ti aspetta la pace, non dei sensi, ma del focolare. Cosa puoi volere di più? E trac. Eccoci. È tutto un casino pazzesco. E l’angelo e il figlio e le fughe e la capanna e l’esilio e torna a casa e fai finta che va tutto bene e ciao. Eppure quell’uomo lì è stato, in letteratura, un padre proprio nel senso che intendo io. Presenza, roccia, strada, tetto, educazione, amore gratis. Gratis. Un padre venuto via gratis, un paio di sandali che non si rompono, la mano sulla testa quando picchia il sole, lo sguardo sulle liti in famiglia che tiene in equilibrio le parti senza dire nemmeno una parola, un viaggiatore solitario e incapace di tornare senza un dono, piccolissimo, nella saccoccia. Un padre nato per farlo e che non lo sapeva. Un uomo che nemmeno lo ha scelto eppure ci è stato, è stato al gioco e ha giocato duro, perché se così non fosse non lo avrebbero seppellito di tanto silenzio. Un padre amato di sicuro, capace di lasciar andare la creatura senza far cenno di strane gelosie, senza imposizioni. Sarà anche stato che aveva un gran destino contro cui non potersi ribellare, ma io dico che ci vogliono le palle comunque, che si tratti di Dio, che si tratti di tuo figlio che sceglie di andare a farsi i fatti suoi. Un padre sempre in ascolto, che dice poco, ma quello che dice poi te lo ricordi. Spaccato dal tempo, in faccia e nel cuore, eppure lì, pronto a prendere e andare e tornare e fare quando serve, proprio nel momento esatto in cui serve.
Ecco, il mi babbo si chiama come lui, Giuseppe, e io dico che delle volte un nome è destino e nel caso del babbo lo è stato. Questa cosa della fatica scritta fra le lettere di questo nome enorme, di una sorta di saggezza primordiale, di una costante fiducia nelle alternative, nelle riprese, nel poi; quella voglia di essere il primo della classe che poi ti guardi allo specchio e non ti hanno nemmeno contato all’appello del mattino, eppure tu lo sei, il primo della classe, c’è poco da fare, e prima o dopo verrà al pettine questo diavolo di un nodo. Un nome di padre che si meriterebbe un romanzo, proprio come il suo santo, fosse anche solo per come potrò ricordarmene, al di là delle decadenze, al di là degli egoismi, al di là del tornare bambini dei genitori che delle volte ai figli fa tanto male. Un nome di padre che è sinonimo di solitudine e coraggio, di una sfiga colossale e la leggerezza necessaria a non lasciare che la sfiga ti ammazzi, di tanto di quel lavoro che un uomo ne ha contenuti due. Un padre e il suo nome bello, come i fiori che non ha mai mancato di regalare; come quando è rimasto sveglio con me che avevo sedici anni e volevo guardare un film alle tre del mattino e moriva di sonno eppure mi ha fatto compagnia; come la tavola di Natale che, cadesse il mondo, deve dire gioia, casa, poi domani si vedrà; come le notti d’estate in cui arrivava al mare dopo aver guidato per ore, ci baciava sulla fronte, riposava accanto a mamma e ripartiva il giorno dopo, il tempo di un caffè, dopo aver appurato che tutto andava come si deve. Un padre e il suo nome ingombrante, che delle volte lo scrolleresti, lo vorresti di nuovo giovane e spavaldo e strafottente, ancora un attimo tutore, ancora per un momento leggerezza. Eppure finisce che lo guardi e restano i sorrisi e quel modo tenero di far andare i piedi avanti e indietro e la sensazione che senza di lui il mondo andrebbe avanti uguale, ma gli mancherebbe un colore, presumo il verde.
E ora buonanotte. E tante care cose a tutti i padri, anche a quelli più sbilenchi, bislacchi, raffazzonati. Tutti tutti. Presenti o no. Di ieri e d’adesso. Tutti. Oggi mi gira così.

 

 

domenica 1 marzo 2015

sessanta #01marzo

 

Eccoli, quei giorni di mezzo in cui rovisti fra le cose che sei perché la luce (quella che il cielo schiaccia oltre la tua finestra perché ti grondi addosso dopo aver sbattuto sui muri delle stanze) le accarezza come avessero bisogno di essere raccontate. Quei giorni in cui l’inverno sembra tirare le cuoia, magari per finta, magari poi torna, ma non è in forma, chiama i rinforzi, si attacca all’orizzonte senza coraggio, pare sussurrare alla primavera “Sei più forte di me, mi arrendo”. Lo stesso freddo è un freddo diverso: ti fa venire voglia di cominciare un quaderno nuovo, di sbucciare una mela rossa, di appendere qualche fotografia. Le giuntura sono malinconiche, ammiccano al plaid e una tazza con dentro qualcosa di caldo, eppure vince la luce e lasci le porte aperte e giri la pagina del calendario e inizi ancora una volta, proprio di marzo, proprio di domenica. Conti, perché quest’anno hai voglia di contare, e arrivi a sessanta e ti dici che il lavoro che stai rimandando andrà bene anche fatto domani e provi le punte delle matite sulla carta per trovare il tratto migliore con cui appuntare un pensiero d’amore che prima o dopo regalerai a voce alta e sarà bello stare a guardare la reazione dei rami e delle curve e delle facce. Conti fino a sessanta ed è un numero bello tondo e ti mette allegria, come quel puzzle sulla scrivania che non è nemmeno tuo, ma alla fine lo è, proprio tuo, perché chi lo ha dimenticato qui aveva di meglio da portarsi via. Pensi che non un grammo dei Bene che hai sentito è andato sprecato. Non uno. Anche quelli che poi hai dovuto raccogliere dallo zerbino, che li avevano lasciati lì come si fa con il fango che rimane sotto alle scarpe. Anche quelli sono serviti, perché quei Bene lì ti hanno spinta in avanti, hanno aggiunto diottrie allo sguardo con cui, volente o nolente, metti mano alle cose del mondo perché si ricordino di te, per ricordartele.
Marzo caro, brindare alle tue ambizioni è sempre un piacere. È un piacere ascoltarti ridere, notare le crepe sul tuo calice, quello con cui porgi leggerezza e promesse; intuire la canzone che hai voglia di canticchiare mentre ti spogli per la doccia della sera; lasciarti entrare nelle stanze, negli armadi, fra le pagine dei libri. È un piacere aprirti senza che tu abbia osato bussare. La discrezione è un lusso che tu sai di poterti permettere. Adesso però balliamo e buonasera.

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