lunedì 29 giugno 2015

centottanta #29giugno

 

Ho salutato Salvatore e Giulia che faceva mattino, con un arrivederci e un grazie grande come lo spicchio di mare che sanno prendersi gli occhi a spalancarli più che si può quando si tratta di doversene andare, ma si promette a se stessi il ritorno. Francesca mi disse che sarebbe stato un viaggio bellissimo, semplice e bellissimo, questo libro umile e meraviglioso. Ed ha avuto ragione.
È stato un giorno sbilenco, oggi: di foto capricciose, ritrovamenti emotivi fortissimi (grazie Camilla), pochi soldi e tanto bisogno di cure. È stato un giorno di fine giugno come ce ne sono stati molti in vita mia: saluti, aspetti, speri andrà meglio, credi. Di diverso c’è che sono disperatamente innamorata, che sono disperatamente riamata, che il caldo mi tormenta un filino meno e le gambe si gonfiano ogni volta un po’ di più. Di diverso c’è che mi sto facendo delle promesse nuove, faticose da mantenere, ma adulte, vere, con la solitudine che è un vestito di seta freschissimo, ma solo in pochi sanno la fatica che hai fatto ad indossarlo senza vergognarti dei fianchi larghi che oramai hai. E quei pochi sanno dirtelo proprio quando stai per vederti definitivamente brutta: “sei bellissima, tesoro, lasciatelo dire”. Oggi era uno di quei giorni che a poterlo fare bisognava andare all’aeroporto e partire.  Arrivare a Napoli, prendere un taxi, percorrere le vie a memoria, arrivare a casa e suonare quel benedetto citofono. “Eccomi”. Punto e basta. Oggi, a poterlo fare, a un viaggio d’amore bisognava attaccarne un altro, con i cuori appiccicati al finestrino, le mani dentro le mani: le distanze fatte grembo ad aspettarsi nelle reciproche fughe.
Alla fine ho tirato sera e basta. Ho respirato tanto, quasi con coraggio. No, non ho pianto: ho sperato, ho fatto di conto, ho bestemmiato (forte) e poi vedremo. Mi son detta che non mi avranno, anche se forse mi hanno già. E ho preso fra le mani un libro, anzi due. Uno è una giostra, un regalo gentile di stimoli, da assaporare piano piano, che mi gusterò, un pezzo alla volta. L’altro è lì da una vita, ha i miei anni ed ho sentito giungere la sua ora, alle sei di questo pomeriggio. Gunther e Iduzza, Giuseppe e Nora: poche pagine e sì, sento che passeremo del buon tempo insieme. Cara Elsa, non avrò mai finito di ringraziarti e lo sai. Ora ripartiamo, ancora una volta, insieme, ‘ché arrivi sempre quando sono in bilico e mi rimetti in ghingheri il sentire (non dimenticherò mai la tua isola, anche lei incontrata d’estate, quando le ore parevano dilatarsi e invece trasudavano una miseria capace di soffocare se non avessi guardato altrove).
Penso alla deliziosa prepotenza del tenersi dentro l’amore che salva, ai piccoli gesti scarabocchiati a pennarello che speri aprano qualche porta alle tue grandi occasioni. Penso al privilegio di un po’ di aria fresca e delle lenzuola pulite. Penso che mia sorella ha fatto una torta che avrebbe reso orgogliosa sua madre. Penso all’agenda che papà riempie, un giorno alla volta, con i titoli dei libri che legge, appuntando quanto e perché gli sono piaciuti. Penso alle lettere che scrive e che non mi farà leggere mai. Mi auguro che chi le riceve abbia il cuore abbastanza grande da difenderle dalla polvere dell’inutile.
Penso che ho bisogno di un po’ riposo e son cose che si pensano, a quarant’anni si pensano eccome.
Baci&abbracci.

L'Amore è tutto qui

fred calleri