domenica 27 marzo 2016

ottantasette #27marzo2016 #BuonaPasqua

A chi perdona e a chi non gli riesce. A chi gli si spezza il cuore e poi rompe anche il tuo. A chi il suo meglio dipende da te e a chi invece no. A chi indica la luna e poi si cura il dito. A chi perde la vista e non si rassegna a sbattere contro i muri; a chi ci vede benissimo eppure i muri li prende in faccia uguale. A chi crede che si cura tutto e a chi ha paura delle cicatrici. A chi ama come gli viene e lo spazio è quello che è. A chi non sa essere due cose contemporaneamente e a chi invece non fa altro che provare ad essere ogni maledetta cosa. A chi giudica e a chi invece non lo fa. A chi la memoria lascia buchi enormi, ma solo quando conviene. A chi ricorda tutto e poi non serve a granché. A chi sperava e non smette. A chi sperava e si sente un coglione. A chi il dito che indicava la luna se l'è fotografato. A chi ha capito che preferiva sedersi davanti. A chi pelerà le patate da cuocere nel forno e a chi le mangerà senza domandarsi come abbiano fatto ad essere senza pelle. A chi giustifica tutto, ma solo se gli conviene. A chi non giustifica niente perché non sono le giustificazioni a servire. A chi non crede in niente di niente e poi scopri che ha più fede di te. A chi ti guarda dritto in faccia e ti confida un segreto e si riparte da lì. A chi crediamo di dover proteggere e invece ci stanno proteggendo loro. A chi non cresce. A chi nasceva qualche anno fa e a chi invece proprio oggi. A chi il mondo è un puntino e cosa vuoi farci e a chi invece è troppo grande e hai voglia a correre. A chi respira e non gli viene bene manco per se stesso. A chi respira e lo fa per due, a prescindere. Buona Pasqua e tante care cose. Che la resurrezione è una cosa rivoluzionaria, ma con la scusa che tanto poi in caso c'è sempre l'anno prossimo non ce ne rendiamo più tanto conto.



martedì 8 marzo 2016

sessantotto #8marzo2016


Stamattina mio padre mi ha fatto gli auguri. Era triste poiché è oramai qualche anno che non gli riesce di decorarci la vita con i doni delle occasioni: la rosa a San Valentino, la mimosa alla festa della donna, piccolissime cose che il tempo tende a svuotare di senso, ma che lui ha sempre saputo rendere eccellenti modi di esserci. ‘Ché i suoi hanno sempre voluto essere dei grazie detti in quel modo lì, colorato e profumato, che a dire grazie con la bocca non gli riesce bene. Però è grato. È un uomo grato alle sue donne, lo è da sempre. Grato di quella gratitudine sana e anche un filino paracula che rende bello sapersi diversi, vivi, complementari, necessari l’uno alle altre. Grato di quella gratitudine che ti permette di perderti su fiumi di rabbia quando la vita naufraga e non ti caga di pezza, piuttosto ti travolge, delle volte ti schiaccia, spesso ti lascia in mutande a guardare calare la notte delle occasioni perdute, poi però ti scappa un sorriso e accorrono gli occhi a spalare via il letame e a far sbocciare su quello che resta un fiore nuovo, nuovo ogni volta. Siamo in tre, qui, un uomo e due donne, ma non si è mai sentito solo, mio padre, nel suo essere l’unica baracca di testosterone in famiglia. Io non lo so da dove mi sono venuti i modi da portuale, la prepotenza dei bicipiti , quel prendere le cose di ghigna come in mano avessi sempre chiodi e martello, come se la guerra bastasse il coraggio per vincerla. Forse da lui, dal dovergli resistere accanto, dal bisogno di parlare una lingua che fosse nostra e non solo mia, dalla paura di non essere abbastanza nemmeno a furia di fare e fare e fare, dall’urgenza di lasciarle seguire ad altre le strade che la mia pancia voleva fatte anche per me. Forse da un ingenuo bisogno di affrancarmi da quell’essere moglie e madre senza via di scampo, dal doverlo essere, a prescindere. Forse per essermi fratello in tutto il tempo speso a fare altro. Forse per salvarmi. Ma che ne so. Quello che so è che gli uomini mi piacciono, con tutte le incoerenze che si portano addosso, con le loro debolezze, con quel modo nostrano di difendersi, di alleggerire le cose, di complicarle per poi dimenticarle. Mi piace somigliare un po’ a qualcosa che mi piace. Mi piace covare dentro le due facce della medaglia, proprio come ha sempre fatto mio padre.  Poi delle volte mi fanno paura, ma questa è un’altra storia. È la storia di uomini che confondono l’essere maschio con l’essere bestia e vorrei solo che quegli artigli la smettessero di strangolare le carni e le vite di troppe donne, mogli figlie madri meno fortunate di me. I miei uomini invece io un pochino li ho emulati e se quello che di mio somiglia a loro in certi occasioni fa sorridere, meglio così. Del nonno per esempio salvo ogni giorno la leggerezza, il rispetto e il barlume con cui sorrideva alle signore, con cui sapeva vivere nel mondo senza troppa paura, bello come un Dio e ferocemente alla mano. Io quella bellezza lì non ce l’ho, ma quella calviniana leggerezza l’ho rubata dai sui muri e appesa ai miei e cerco di salvarla quasi con ostinazione dagli sguardi che non la possono, non la vogliono comprendere. Insomma, se mi piace la donna che sono è anche perché c’è tanto maschile in me. Accanto alla resistenza e alla grazia (sì, si chiama così, c’è poco da ridere) che mia madre mi ha innestato fra le costole, respira colei che da ragazzo remava sul fiume come non ci fosse un domani, che da uomo ci ha messo mesi, spesso, per piangere via il dolore ‘ché non si poteva, non c’era tempo, cosa vuoi che cambi. E mi piace la donna che sono. E mi piace esserlo così, che delle volte sembro mio fratello, solo delle volte, e così sia, che mio fratello, a dirla tutta, è una gran donna.

P.S. grazie Valentina.