lunedì 23 gennaio 2012

senza coperchio, senza capo e senza coda

 

Laura dice che questa canzone la consola. Mi piace quello che sente Laura, perché in qualche modo c'è davvero consolazione fra queste righe, la carezza del desiderio, il desiderare un amore fatto proprio così, la potenza del possibile. Io dico che questa canzone mi fa sentire una pentola senza il coperchio. E non intendo  che da qualche parte esista un portatore sano della causa di una mia incompletezza. No. Non ci sono un nome e un cognome. Intendo dire che in me sala a galla una certa, insondabile malinconia piuttosto che un qualsivoglia senso del possibile. Tutto qui. Malinconia della cura. Prendersi cura. Essere cura. E l'a vicenda è una variante di questo sentire, la sfumatura meravigliosa. Delle volte la malinconia è il segno che sei vivo e vegeto. Non sempre, ma delle volte sì. E non è scendendo al compromesso dei corpi che si cura la malinconia. Anzi, non è da curare. La cura è davvero tutta un'altra storia.

Post Scriptum:

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giovedì 19 gennaio 2012

Se no che gente saremmo


Càpita che è mercoledì ed è stato un giorno ad arco, l'arco che fanno i muscoli per arrivare un pochino più in là. Càpita che esci di casa dopo aver bevuto un caffè aromatico e sono le 21 e 45. Càpita che entri in quel locale lì, quello che si chiama come una canzone, ed è come entrare a Casa, anche se non ci metti piede da tempo. Càpita che parli con Patrizia e ti sembra di aver smesso di chiacchierare con lei cinque minuti prima anche se non la vedevi da troppo. Càpita che mamma Luciana ti abbraccia con gli occhi e ti sale il cuore in gola perché è proprio vero che non vai mai a trovarla. Càpita che è la sera di Gianfelice Facchetti, di suo padre Giacinto, di un libro scritto con le unghie del cuore. Ti siedi lì davanti e ascolti. Ascolti la musica che accompagna il racconto, la memoria mentre danza dalle righe e ti si inchina fra le pieghe della fronte, quel poco di rabbia che rende vere le cose, la gentilezza dei soffi che restano nell'aria quando gli anni tornano all'improvviso ad essere altri anni. Ascolti il possibile, quello che è anche tuo e spesso si chiama perdita, le crepe del quotidiano, le cartoline. Ascolti le immagini e le citazioni ed è come se Teresa la conoscessi a memoria. Ridi, anche della morte, come per comprenderla, come per dirle un addio giusto, che abbia davvero poco di meschino. Angelo, poi, quel libro te lo regala. Allora ti viene voglia di fermarla questa sera bislacca proprio su quelle pagine. Chiedi un segno, con un pennarello blu. Ora il segno è lì e ti sorride. Tutto sembra essere in accordo per un momento piccolissimo: il passato, il presente, la voglia di dire. Forse lo è. E non sei neanche interista, per dire.

Se no che gente saremmo

lunedì 16 gennaio 2012

una volta si diceva "il muro" (2)


Sono le 18 e 17 di un lunedì pignolo e balordo.
Certi lunedì riescono ad essere sia puntigliosi quanto la Signorina Rottermaier della Spyri sia balordi quanto l' Anselmo Bordigoni del Chiara. Insomma, tu sei lì nel mezzo e le ore se le suonano di santa ragione fra estremo rigore e apatia, grigiume e sfacciataggine.
Capita che, mangiando il panino al crudo (?) che avevi in borsa da venerdì (...), entri in facebook, leggi un paio di mail, ti fai un bel paiolo di fatti altrui fra una briciola e l'altra e, visto che sei sola soletta, alzi il volume del pc e t'ascolti anche un paio di canzoni. Mentre ascolti continui a vagare fra le vite degli altri. T'accorgi che uno dei comuni denominatori delle vite degli altri è che ognuno pensa di avere inventato qualcosa. Legittimo e sacrosanto, ci mancherebbe. Certo è che non è così improbabile che qualcuna delle idee straordinarie che ci ballano in testa hanno già danzato altrove, dentro altre teste, in qualche altro calderone di idee. Chi ne è consapevole riesce a condividere il proprio estro con grazia e ironia, sorridendo; chi non ne è consapevole s'indigna. Ora, e parlo io che mi son ritrovata a partecipare a un concorso della Coin senza neanche saperlo (in realtà ha partecipato una mia frase, ma visto che il © non l'ho mai depositato m'attacco al tram e canto), siamo tutti unici e rari ed in qualche modo bellissimi, ma la storia dell'acqua calda dovremmo ripassarcela. Magari ce la appuntiamo da qualche parte e poi le facciamo una bella foto. Così. Per condividere. Stai certo che prima o dopo arriverà qualcuno a dire che gli hai rubato l'idea.

Post Scriptum:
Ieri è morto Carlo Fruttero. Per salutarlo stasera rileggerò qualche passo del suo Donne informate sui fatti, che avevo amato molto.

Post Scriptum (2):

6646322993_abb1659441_z col 2

1  col 4

col 5

col 6   col 7 

col 8

col 9                                                     Fare colazione aiuta. Sempre.

 

sabato 14 gennaio 2012

qualcosa (5)

 

Ieri, alle diciassette e diciassette il cielo si è spaccato di viola.
Ieri, parlando con
Zelda di michette secche che potrebbero uccidere e di cigolii delle giunture, sono giunta alla conclusione che se continuo così (ad invecchiare tanto repentinamente) da qui a dicembre sarò millenaria. Sono a rischio museo, mio malgrado. Da fuori non si direbbe. La pelle mi regge bene. Un sospetto lo si potrebbe avere se la smettessi di lottare contro la relazione che intrattengono i miei capelli con le sfumature di grigio. Ma non se ne parla. Va bene certa mentalità rock del non opporsi ossessivamente al proprio destino cellulare (Patty Smith docet), ma il grigio under 40 non se pode vedè. E questo è tutto.
Sempre ieri, alle diciotto e dodici ho pagato per due vasi giganti con coperchio da destinare a portamatite. Dicesi tentativo di salvaguardia della privacy dei colori. Diciamo che mi sono stancata di raccogliere dal pavimento penne e affini ogni santo giorno al mio rientro a casa. Non ho due gatti, ma due delinquenti. Artisti, su tutto. Scelgono i colori uno ad uno e li scagliano. Poi ci giocano. Li compongono al suolo in una ragnatela di intuizioni. Dovrei fare delle foto, delle volte. Dovrei. Poi non lo faccio.
Poco fa, mi sono concessa un lusso. Un barattolino rosa di acqua di profumo. L'ho annusato e mi sono riconosciuta. C'ero io lì. Mi è scappato un sorriso e mi è venuta voglia di rendergli grazie. Rendere grazie ad un sorriso piccolo e venuto fuori all'improvviso. Ho venti Euro in meno, ma un amuleto di benessere in più. Piccole cose che riconciliano.
Alle dodici e sette minuti ho pensato che la leggerezza è un lusso, il danaro è una condanna, il prendersi cura della solitudine un vizio sanissimo che solo in pochi sanno apprezzare davvero. Pochi. Pochissimi. E non vale davvero la pena star lì a cercare di dare spiegazioni. Finisce che te lo paragonano al vizio del fumo e invece è davvero tutta un'altra storia.
Oggi è sabato e domani non si va a scuola. (cit.)

P.S.

011 019                 (Un gabbiano non passa mai per caso. Mai.)

venerdì 6 gennaio 2012

una volta si diceva "il muro" (1)


Giuro: la grossa parte del mondo se ne frega. Così, per dire. Si vive meglio a farsene una ragionevole ragione. Mi spiego: se inneschi sterili polemiche esistenziali dal tuo timeline (madonnina se parlo moderno!) la grossa parte del mondo (il tuo, su tutto, perché a ben guardare hai approvato tu chi può o non può leggere) se ne frega. E se ne frega perché l'ottanta per cento delle volte non si capisce davvero con chi diavolo ce l'hai. Ma con chi ce l'hai? Te lo chiederei anche, ma finiresti per mentire. Perché la sterile polemica esistenziale ha come presupposto basilare il dover restare tale. La sterile polemica vuole insinuare il dubbio, mettere il fuoco vicino vicino alle code di paglia e vedere cosa succede. Di solito arriva puntualmente qualcuno che annuisce. Tempo due secondi ed è chiaro che la sterile polemica nasconde un pettegolezzo o una frustrazione che con qualcuno si è pur condivisa. S'ode il chiacchiericcio domestico o da aperitivo "Hai visto? Gliele ho cantate!" Ma a chi, santiddio, a chi? Di solito chi dovrebbe capire non ci capisce un'emerita cippa, chi invece non c'azzecca niente si trastulla di ipotesi fino allo sfinimento e magari ci resta anche male. Tutti, in ogni caso, dopo poco se ne fregano. Chi avrebbe dovuto capire pensa "Ce l'avesse con me me lo direbbe chiaramente". Chi non c'azzecca niente sentenzia "Io con la metafisica non sono mai entrato in accordo". Ci si passa tutti, prima o poi. Per delusione, stizza, urgenza, solitudine. Ci si passa davvero tutti. È l'era del web mica l'era del confronto. Si butta lì una provocazione a mo' di rete in attesa che i pesci abbocchino. Si condivide di tutto, ma non ci si confronta quasi mai. Tranne rare eccezioni e questa è ovviamente tutta un'altra storia. Io le mie eccezioni le amo e loro lo sanno. E se ci scappa qualche cuore è anche meglio. Mi adeguo al mezzo per sopravvivergli. Non me ne vergogno, anzi. Non entro nel merito della fierezza, 'ché son più fiera d'altro, ma lungi da me la vergogna per qualche manifesto, anche abusivo, di baldanzoso bene. E sia! Le eccezioni lo sanno cosa nasconde l'abito, non c'è bisogno di mettersi al collo un cartello con scritto monaco o cos'altro.
Altra cosa è il gioco: giocare a capirsi solo con qualcuno, appendere all'uncino un attimo prezioso e sfoggiarlo pubblicamente, come si fa con i fiori all'occhiello. Perché lì si capisce cosa stai facendo e finisce che ci si diverte, a partire proprio da quelli che solitamente se ne strafregano.

"dovreste un pochino rilassarvi" (cit.)