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domenica 29 ottobre 2017

una specie di pegno #trecentouno #quarantatré #2017



Ci sono cieli che urlano e lo fanno cascandoti addosso come se i colori avessero davvero bisogno di buttar fuori tutto quel gomitolo di stupori che pare trattengano da troppo tempo. E mentre sbraitano con grazia la loro prepotente bellezza i contorni delle cose si commuovono e tu con loro. I passi smettono di essere solo piccoli passi e il calpestio che rimesti è come una promessa, una specie di pegno che ti viene restituito, così, all'improvviso, che nemmeno ricordi di cosa si tratta, ma va bene così.

Incontrare Silvia dopo quel cielo lì, dopo quei due passi, con dentro quel senso di liberazione, è stato bellissimo, una cosa semplice e bellissima: un abbraccio, gli occhioni gonfi di riconoscenza e quel sedersi a bere una tazza di tea caldo che fa così famiglia, quelle cose minuscole e piene di grazia che poi te le ricordi e sono gli attimi che appunti, quelli che salvi. Silvia ha scritto un libro e Serena lo ha illustrato e sono bravissime e belle di quel bello che con le convenzioni ha davvero poco a che vedere. Sono arrivata in ritardo, certo, quasi come al solito, ma da un lato forse occorreva che fosse così. Ho qui il loro libro e sorrido: per le dediche gentili, per i colori che sono quelli dei cieli che urlano, per la parentesi di quell'ora con le rughe, giovanissima e vecchia, vecchia della saggezza della lealtà, vada come vada, del darsi come si è, come viene, a tradimento, sfumature incluse; un'ora senza
filtri, di biscotti contati e altri pronti da contare, di tazze sbeccate e altre no, di afonie e redivive zie Abelarde; la scoperta dei gradi di separazione, l'annusare i legami che proteggono - quelli fra le coppie, quelli fra le amiche -, quei legami che addensano l'aria senza rubare ossigeno a nessuno e quindi ti fanno dire che è così che deve essere, deve essere così. Ci sono cieli che urlano e allora mandi foto che li ritraggono e ci sono oggetti che ti sognano e allora tu li ringrazi e ringrazi chi li ha messi al mondo. 'Ché alla fine va proprio tutto bene se dal niente di qualche manciata di minuti si riesce a tirar fuori tutto questo putiferio di emozioni. E comunque il cielo urla anche stasera e io lo ascolto e ci stiamo dicendo cose che.
A bientot.


domenica 8 ottobre 2017

Quando la cipolla #duecentottantuno #quaranta #2017

Non sono capace di giocare alla cipolla. Non sono mai stata capace. Io la logica degli strati ho provato anche a studiarla, ma non ci arrivo, non ce la faccio. Fisicamente, proprio. Non mi riesce. Quando la giornata autunnale pare assestarsi, io o schianto di caldo o crepo di freddo. Ho imparato giusto a tenere in macchina un giacchino per scongiurare la goccia al naso quando la temperatura ti vira di quei quindici gradi tendendo allo zero e te eri uscita di casa con il maglioncino di cotone perché il cielo prometteva bene. Ho una tara, è un fatto. Le stagioni di mezzo non le padroneggio. Guardo l'armadio e pare mi abbiano chiesto di risolvere, senza calcolatrice, un'equazione con le potenze, logaritmica e fratta, tutto insieme. Eppure le amo, le mezze stagioni. Dell'autunno amo fino alla commozione quei rossi che ti scoppiano in faccia all'improvviso mentre l'occhio scorre ai bordi dei panorami; gli arancio burloni, gassosi, capaci di virare al rosa e riportarti al blu con la grazia del profumo delle crostate; il bianco del cielo attorno al sole, sia che stia salendo, sia che stia calando: una luce di una profondità che novembre la piange, che gennaio pagherebbe per averne due grammi, che febbraio, beh, lui, povero, non se la sogna nemmeno. Una volta un amico mi disse che un tramonto è un tramonto ed è bellissimo a prescindere. Io sostenevo invece che se per esempio sei innamorato è ancora più bello. Forse avevamo ragione tutti e due. Di sicuro se impari a godere della bellezza in quanto tale, anche quando tante cose paiono andare a puttane nonostante come le vorresti te, lei, la bellezza, ti fa un gran bene e in cambio non ti chiede niente, se non la prontezza della pupilla e la complicità dell'iride. Poi magari te ne farebbe anche di più se quello che senti dentro lo amplificasse, ma è ora di finirla di stare a cavillare. Meglio mettersi le gambe in spalla e lasciarsi sgomberare dalla prepotenza dei colori e della luce; lasciare che lo stupore dei rami mentre tornano nudi ci sfratti dalla nostra casuccia di aspettative infrante e lucine saltate; permettere al cielo di tradurci in nuvole o assenza di nuvole.
Detto questo, che sia un giorno buono, a nulla o a tutto, purché sia buono.
Abbracci&Baci.

P.S. Ciao Tom. Ciao.








sabato 16 settembre 2017

Ma lui è il mare #duecentocinquantanove #sedicisettembre


Tutto cambia senza chiedere il permesso. Anche il mare, ma lui è il mare. Ci ho pensato spesso quest'estate, nei pochi giorni passati a Livorno, nelle ore infinite con il sale addosso e gli scogli sotto alle mani o la sabbia fra le dita, accanto a persone che amo, palpando la malinconia per chi non c'è, ascoltando i ricordi, ripetendo a memoria i sogni, quelli da fare e quelli da mettere via. Ci ho pensato tanto, a come le cose ti cambiano davanti alla faccia e delle volte non capisci nemmeno quale sia stato il frangente o il frammento o l'anfratto che ha aperto le dighe del caos o ha fatto scattare la molla che ha fermato tutto. Perché le cose cambiano anche fermandosi, smettendo di mangiarsi il tempo, rotolando su se stesse sino a perdere i contorni, un po' come quando giri giri giri sulla giostrina al parco e quando scendi cadi perché attorno tutto gira e tu no. O magari te correvi e nemmeno ti sei accorta che si fermava tutto e quindi a un certo punto cadi perché quando te ne accorgi non riconosci più il panorama, ti spaventi e ti viene da chiederti in che cartolina ti hanno sbattuto, dove diavolo te ne stavi andando tutta tronfia, col tuo bagaglio a mano riempito fino all'orlo di quelle quattro certezze rese giganti dalle aspettative, vestita ammodino e con il fiato grosso delle grandi occasioni. E succede che devi per forza alzarti, spolverarti la sottana, capire dove ti sei cacciata, dare un bacio al tramonto e ripartire. Perché te sei te solo andando avanti. Sei te anche in gabbia, ma se dalle sbarre puoi guardare fuori e c'è una finestra, non un muro, una finestra che lasci immaginare il panorama, che contornando un dettaglio scontorni le energie, le anime, i sensi.
Tutto cambia senza chiedere il permesso e va anche bene così, spesso. Perché è così che poi capitano le sorprese, quelle cose minuscole che altrimenti se ne restavano nel loro buco tanto tu non ci avresti fatto caso. Così invece magari ci fai caso. Così come fai caso alle cose minuscole che hai lasciato scappare via perché la pelle, esposta, mostra i buchi e allora ti viene voglia di prendertene cura. Cosa ficcare nei buchi non è affare semplice, ma cosa lo è? La vita, lei lo è. Questo l'ho imparato. Nel bene e nel male, nell'orrore e nella meraviglia, lei è semplice. Siamo noi ad essere complicati, contorti, bugiardi, superficiali, egoisti, fragilissimi e convinti del contrario.
Delle volte basta una cesta dei panni a dirsi cose che le parole non sono capaci di dire. O una colazione da portare a letto che non la porti più. O quella mezz'ora in meno dedicata a un qualche noi, a un qualche tuttavia. 
Delle volte basta niente, un niente, e tutto è un'altra cosa. E anche dirselo serve a poco. Servirebbe imparare dal mare, che lui è il mare,.Cosa vuole dire esattamente non saprei, ma mi piaceva dirlo. E ciao.