cookiebot

lunedì 13 maggio 2019

E SE .. #centotrentatre #13maggio2019

E se fossi un germoglio nel buio
Se A Casa Mia fosse condanna
Se mi fossi comprato un destino senza via d'uscita
Se la mia libertà fosse una ferita nascosta
Se fossi partito senza ombra e senza nome
Se fossi solo una grido muto nel sale
E se restassimo io e te ..
sarei voce?
sarei silenzio?

E SE ..
Un VIAGGIO tra illustrazioni, pensieri, incontri, storie e sapori; un evento che ha lo scopo di emozionare, informare e abbracciare il tema dell'accoglienza.


E SE.. 
".. rubare la vera storia fosse come rubare una parte della personalità di ognuno? Sarebbe un crimine. La nostra memoria è composta da una combinazione di memoria individuale e memoria collettiva. Le due sono strettamente intrecciate. E la storia è la memoria collettiva. Se questa venisse rubata, o riscritta, non saremmo più in grado di sapere chi siamo.” 
(citazione liberamente tratta da 1Q84 di Haruki Murakami)



                                            © Alessandra Moscatelli

"Questa illustrazione non dev'essere bella, non è stata fatta in tre giorni e non è perfetta in ogni dettaglio. Con questa illustrazione voglio dire che non basta ricordare, non basta continuare a convincersi che sia passato ormai. È un momento storico che mi distrugge il cuore perché mi sento impotente, vorrei salvare queste anime in fuga, abbracciarle e dire "è tutto ok!", ma non posso. Non posso perché quelli potenti, quelli che fanno la voce grossa davanti alle telecamere e che nello stesso tempo con grande ipocrisia pubblicano frasi acchiappa like nella giornata della memoria non sono abbastanza umani da vedere il dolore di quelle persone, il sacrificio che hanno appena fatto, la malinconia nei loro occhi per aver lasciato la propria terra e così, li "chiudono fuori", costruendo muri invisibili. E allora io faccio quello che più mi riesce, metto a colori la tristezza dentro me."
(28 gennaio 2019)

Tutto comincia più o meno così.
Il disegno raffigura un bimbo, rannicchiato, forse morente, forse su una spiaggia, un bimbo esanime con la faccia a terra che tiene in mano un filo, un filo che lo lega a una storia, alla sua storia, una storia che è desiderio, desiderio di una casa. 
Ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di riappropriarci delle parole, dei segni per raccontare una storia che dia voce ai valori straordinari che sono l’empatia e, perché no, la tenerezza.
Ci siamo detti che la bellezza ha un potere enorme e non cede alla paura, non le riesce.
Ci siamo ripetuti “mia”, casa mia, “loro”, casa loro. Come una litania. Mia / Loro. Noi / Loro. 
Abbiamo pensato a questa cosa del possedere che pare l’unico strumento per innescare una riflessione. Il mio nome, la mia casa, il mio giardino, la mia terra. Le loro case, le loro terre, le loro storie, le loro voci. Le loro voci. 
Abbiamo pensato alla Cecità, alle frontiere, al mare nero come il petrolio, al catrame che ogni atto discriminatorio ci spalma addosso, uno strato alla volta, un tweet osceno del ministro dell’inferno alla volta, un morto affogato alla volta, un essere umano salvato e ributtato a casa sua alla volta, uno striscione fascista esposto alla luce del giorno alla volta, una persona lasciata in mezzo alla strada alla volta. A chi di questo gioisce. A chi per questa guerra fra poveri si affanna. A chi ci prende animosamente per il culo (mi perdonerete la franchezza) e poi in mano tiene il Vangelo. Ai cittadini del mondo di seria A e a quelli di serie B. A chi, se guarda, quando guarda, non vede esseri umani, Persone, ma razze. 
Ci siamo detti che senza un nome siamo perduti. Noi, qui, adesso: senza un nome, una voce, una storia, siamo perduti. 
E abbiamo ascoltato storie, le abbiamo lette, abbiamo avuto voglia di amarle, di proteggerle.
E se fossimo noi? Se la clessidra si ribaltasse senza avvisare e ci ritrovassimo noi ad essere migranti, fuggitivi, gente che scappa dall'inferno? Se fossimo noi a dover declinare cos'è l’inferno da cui una madre decide di scappare pur sapendo di rischiare la morte nella fuga? Se fossi io un ragazzo di nemmeno vent'anni che alla fine deve prendere e girare le spalle a tutto – il suo nome, la sua casa, i suoi affetti – per andare a rischiare di avere un futuro? Se fosse mio figlio quel bimbo a faccia in giù sulla rena?
Questa è una storia al contrario, vera, leale, ma al contrario. 
Casa Loro è Casa Mia. Il mio dolore, la mia fuga, la mia memoria, il mio silenzio.
Abbiamo pensato alla dignità, che la dignità è avere un’occasione, un futuro, un posto dove stare, un lavoro, un nome con cui farsi riconoscere, una cultura rispettata e tutte le altre da poter rispettare.
Abbiamo fatto qualcosa.

E se restassimo io e te ..
sarei voce?
sarei silenzio?

Abbiamo raccontato, dato voce: abbiamo scelto.

Alessandra ha fatto ciò che in quel post dice essere ciò che le riesce di fare. E lo ha fatto benissimo, con grazia e abilità e cuore.

Mescolanze Impresa Sociale Osteria del Ponte è il luogo-progetto che ospita la mostra e la ospiterà fino al 2 giugno prossimo.

Una parte del ricavato andrà in beneficenza a Don Giusto Della Valle per la sua attività di accoglienza ed integrazione. 



[Dall'intervento di presentazione della mostra E SE .. - DelleVolte,10 maggio 2019]







martedì 12 febbraio 2019

G. #quarantatré #12febbraio2019


Ciao G. .
Oggi ti pensavo. 
Così, senza un motivo preciso o forse perché sono giorni che ti riguardano. 
Pensavo che ti ho conosciuto al contrario. La prima volta che ti ho visto non c'eri più e, dicono, somigliavi così poco all'uomo che sei stato. Ho voluto salutarti perché chi ti voleva bene era entrato nella mia vita rendendola una specie di novità e in quel momento stava alla mia vita come la primavera sta alle rinascite. Nemmeno sapevo quanto e come mi sarei trovata legata alla tua storia. Ci si innamora come per errore e non è una cosa brutta da dire. Capita. Ci si sceglie dopo, dopo essersi innamorati, quando si comincia ad intuire che le cose non sono più nel posto in cui stavano e forse per rimetterle in ordine è proprio di quel paio di mani che hai bisogno: non un paio qualsiasi, ma quelle lì _ piccole, forti, con un pollice diverso dall'altro; ferme, dolcissime e che se mancano ti cade il cuore dal petto.
Caro G., ti imparo dai racconti delle tue nipoti, dagli occhi che si inumidiscono di tua moglie, quegli occhi che ti rimpiangono ogni minuto, ogni giorno, come se sopravviverti fosse il peggior affronto che si potesse fare al tempo. Ti imparo dai segni sulla fronte di tuo figlio, come si piega quando stringe lo sguardo e magari poi ride e sembra De Niro e lui gli somiglia perché gli somigliavi anche tu. Ti imparo da quei thermos di tea che portavi, il lunedì, quando faceva buio: silenziosi, esatti, puntuali, come le cose che servono davvero _ silenziose esatte puntuali. Ti imparo da tua figlia, da quel dirti "Ti voglio bene papà" che è come se lo scrivesse sui sassi ogni volta, a fare del passato un geroglifico, la certezza che ferma l'andare delle cose dove diavolo pare a loro. Ti imparo dai racconti, ogni volta uno nuovo, certi regali, qualche vacanza, il mare; il pianoforte, un mixer, le macchine fotografiche, il lavoro _ il duro lavoro che spezza le reni e lascia poco spazio alle manfrine e rende asciutti, reali, leali, senza fronzoli, padri restii ai baci, ma che le loro ossa sono le tue. Quei regali fatti senza girarci tanto attorno, perché le parole servono a poco, contano i fatti. Quelle fissazioni che uno al momento ci piange, non le capisce, ti detesta: poi ci ripensi e ti viene una gran malinconia, perché magari erano dolori, ma si chiamavano cure, le cure come le sapevi tu. Ti imparo dai buchi in cui inciampa chi ti ha voluto bene, che le cose restano, le cose dicono di chi non c'è più, ma sono gli occhi che fanno la differenza: uno sguardo, così come deve essere _ magari a ferire, spesso a curare, delle volte a emarginare o rimarginare, ma certi occhi scavano buche e quando quegli occhi non guardano più in quelle buche ci caschi dentro e le caviglie fanno male _ e fa male il cuore, la schiena, fanno male persino i ricordi, che vorresti rimetterli a posto, ma loro stanno dove stanno e sei sempre te dalla parte sbagliata dell'uscio.
Caro G., mi sarebbe piaciuto starti simpatica, indovinare il gioco delle poche parole giuste e degli sguardi, quelli complici e quelli di furia; prendere un caffè insieme (a casa, che al bar non ne vale la pena), scoprire dal disegno delle tue spalle la geografia della schiena dell'uomo che amo. Mi sarebbe piaciuto portarti un regalo, cercare per giorni qualcosa apposta per te, per dirti grazie, grazie G., che senza di te non ci sarebbe lui e se non ci fosse lui tutto sarebbe meno, davvero molto meno.Ciao G., oggi il tea lo faccio io e vengo a portartelo lì dove ti nascondi. Poi mi dirai che biscotti preferivi. C'è tempo. C'è sempre tanto, troppo (poco) tempo.


domenica 6 gennaio 2019

Chissà #sei #6gennaio2019




Una mamma non ce l'ho più e mamma non sono diventata. La vita è sbilenca e semplice, c'è davvero poco da fare. Le cose accadono, soprattutto morire. Sul nascere si fa un pochino più di fatica dalle mie parti, ma tant'è. Occorre dire però che le cose accadono, ma non lo fanno invano. Nessuna delle cose che mi sono accadute lo hanno fatto invano. Sono uno di quei copriletto fatti di cenci ricuciti con amore che a guardarlo non vedi i cenci, ma i colori, gli strappi rimessi insieme, il disegno che ne è venuto fuori. Non è sempre semplice stare al mondo rimessi insieme, ricuciti, ma ci si riesce. Delle volte la colla s'asciuga troppo e il vento apre dei buchi, ma finisce sempre che trovi il modo di ficcarci un altro cencio e via andare. Ci sono momenti in cui ti pare che il disegno l'hai curato poco e male. Sono quei momenti in cui i tuoi compagni di viaggio non ti tengono a mente, non riescono a riconoscerti e allora ti chiedi se magari è per via della polvere o del filo di lana che hai usato per tenere tutto attaccato quando di colla non ne avevi. Ti giri e ti rigiri e ti domandi cosa diavolo c'è che sputa nebbia dentro alle tue certezze, in fondo al posto da cui tiri fuori i passi. Hai tutti quegli anni, tutti quei segni e ancora non parli una lingua che sia quella e basta. Ancora ingoi quelle palle di dolore che ti ficca in gola l'assenza, quella dei morti e quella dei vivi. Le ingoi e cerchi di digerirle, che a sputarle fuori mediamente ti ritornano indietro ancora più dure, sempre meno commestibili. Però non ti strozzano più. Eccola l'eredità, la tua, quel qualcosa che lascerai, a chi non importa. Le elemosine, quelle con le mani in avanti e il sorriso sulla bocca, quelle non sono passate di moda, eppure va bene così, come si trattasse solo di aspettare un attimo ancora, lasciare al caso la possibilità di frastornarti da capo, ancora una volta, proprio un minuto prima che il treno sigilli gli usci. Basta niente, delle volte, questo è cambiato. E non perché ci si accontenta di più, ma per via del tempo, che a furia di darsi e dirsi ha, adesso, solo voglia di essere, fosse anche niente, ma esserlo in grazia di Dio. Tutta questa storia dell'essenza è un pochino più zoppa, ma continua a stare in piedi. Invecchia anche lei, a ben guardare, ma lo fa con un garbo di cui solo gli umili sono davvero capaci. Ogni tanto si farebbe volentieri un cicchetto di rosolio, una bevutina di fronzoli, le piacerebbe ricevere qualche cartolina dai posti lontani della fame e della sete insaziabili, poi però si accende una sigaretta e via andare. Sarà che inizia un altro anno e lo fa con la stizza degli incuranti; sarà che il mondo si è imbruttito da matti e viene male al cuore e allo stomaco e ai reni; sarà che basta un coro di bambini a farmi venire il magone; sarà che ho le spalle forti, ma fanno male, da qualche tempo fanno male. O sarà che ci sono sorprese bellissime e silenzi che hai ancora voglia di interpretare. Sarà quel che gli pare. Sarà che resto, ma non ritorno 'ché c'è da andare avanti e c'è modo di farlo. E a chiudere gli occhi vedo acqua e luce, mare o forse fiume o chissà cosa. Chissà cosa vedo. Chissà.

domenica 8 luglio 2018

Mi manca Giorgio Gaber #centottantanove #8luglio2018


Mi manca Giorgio Gaber. C'è, ma mi manca. L'idea della sua opinione, la sua pacatezza, la lucida rabbia, l'intelligenza illuminante. Mi manca. E oggi mi manca anche di più, stamattina che mi son svegliata con la consapevolezza che per abbattere i luoghi comuni serve un martello pneumatico al posto della testa 'ché sono un muro di cemento armato. Questo vizio colossale del Voi che arriva dagli Io, quelli che hanno capito tutto, che sanno tutto, che non provano mai a chiudere e riaprire gli occhi per vedere l'effetto che fa rivalutare da capo, accorgersi della differenza. È così facile fare di tutta l'erba un fascio, nel bene e nel male. È così rassicurante, vero? È facile colpire a morte chi è gentile, disponibile al dialogo, chi prova a mettere il rispetto davanti a tutto, chi prova a muoversi in maniera diversa e finisce sempre a sembrare un elefante in una cristalliera. È troppo facile. Poi al potere si lecca il culo, invece. Poi con il potere si gioca a carte. Poi, quando le armi sono scariche, c'è sempre la questione personalissima, il segreto, la confidenza: le prendi e le scartavetri nel muso proprio a chi non lo merita, che a farlo con chi lo merita mediamente quello ti assesta un manrovescio nella faccia. Chi non lo merita invece arretra, sempre per buona educazione o rispetto o perché, magari, ha capito che quel livello lì, quello della ghigna, non gli somiglia per niente e ne uscirebbe sempre e solo devastato. Poi però siamo tutti amici. Poi però si parano i colpi con le botte di lucidità. Poi però, dopo il gioco al massacro, che tanto ha sempre ragione Io, si riparte da capo, si mette sul tavolo il dialogo, si tenta il digestivo. Orbene, scopro, mio malgrado, che al digestivo preferisco il buon vino, una bella bottiglia da stappare e consumare serenamente anche se magari non si è d'accordo su qualcosa, ma ci si guarda tutti dallo stesso piano, non qualcuno dalla portineria e Io che, porco demonio, ti sputa dall'attico, sempre e comunque Io occupa l'attico. E no, non è a Sartre che penso, non all'uomo che guarda dal cornicione, lui, disincantato, e gli viene voglia di schiantarsi sulle formiche di sotto, gli uomini visti dall'alto. Penso a chi ha capito tutto, sa sempre tutto, e, benedetto il cielo, deve sempre e per forza dirtelo. Un conto è avere un'opinione, crederci, svenderti pur di difenderla: questo si chiama fuoco. Un conto è averne sempre una migliore del tuo interlocutore, comunque, per una sorta di spocchia ancestrale, a prescindere da chi hai davanti. Ma chi sei? Ma perché? Ma cosa ti hanno fatto per essere tanto incazzato, caro Io? Non avrai mica sbagliato investimento e hai la borsa emotiva che perde, perde, perde... Beato te che la faccia ce la metti e poi la togli, tanto in qualche modo sei e resti al sicuro. Beato te. Purtroppo alle persone gentili non succede così. Le persone gentili poi ci soffrono, ci rimettono e non è sempre di quattrini che si deve per forza parlare. Ci sono perdite che fanno più male della povertà, prova ne è che se sei senza soldi magari li chiedi, se resti senza fiducia non c'è un cane che te ne porta una briciola gratis. Anzi, se possibile ti tolgono anche la storia, la tua, quella personale, e la disfano: prendono la tua unicità e ne fanno un cencio con cui spolverare le proprie certezze. Orbene, ascolto Giorgio Gaber e un pochino mi rincuoro. O forse no. Ma va bene così. Almeno fra le sue righe sento empatia, umanità, desiderio. Ecco. E buona domenica, tanto poi in un angolo del cuore certo bene, anche se riposto malamente, in disordine, resta bene. E così sia.



domenica 3 giugno 2018

però c'è un però #centocinquantaquattro #2018

Ci sono giorni che nascono storti e magari finiscono anche per essere giorni belli, con belle cose dentro, ma sono nati storti e dentro ci stai storta anche tu. Troppo trasparente, vulnerabile, affaticata: storta. Troppe chiacchiere su cose che invece nel silenzio se la cavano meglio, quantomeno il silenzio ti difende, si prende cura dei dettagli e prima o dopo li restituisce con più senso. Le parole delle volte riducono in luogo comune tutto un crescerci sopra che davvero non si può nemmeno immaginare. Parlo di sensazioni, quelle che sono la tua pelle, che tengono insieme le ossa e a volte le frantumano: a dirle, a darle, finisci che le guardi in faccia e le rughe che hanno preferivi restassero un segreto. Vale per il discorso del sindaco alla cerimonia del due giugno, per le questioni private mentre provi a dar loro una sfumatura che sia minimamente condivisibile, per una battuta che ti fa girare le balle e allora ci metti il carico da novanta, per un gesto o due che volevano solo essere cura e prendono tutta un'altra forma se c'è qualcuno che li guarda. Insomma, ci sono giorni in cui non ti ci senti, non ne vieni fuori, è un circolo vizioso e te sei nel mezzo, imbranata e detestabile, e forse era meglio starsene a letto, non giocare al soldato, chiamarsi fuori. Passi da uno specchio e vedi solo che sei grassa. Guardi le altre donne e vedi solo che loro sono madri. Cerchi di comprendere una ragione e capisci solo che non ci sono ragioni plausibili. Nel tuo giorno storto il tempo è troppo poco ed è sempre troppo tempo: è poco per spiegare e troppo per non dire niente; è poco per metabolizzare e troppo per non farti venire la faccia di merda ad ascoltare le solite banalità istituzionali; è poco per fare la cosa giusta e troppo per riuscire a non fare niente. Però c'è un però. Hai preparato la pasta fredda ed era buona. Hai scoperto che magari se smetti di assumere glutine ti sentirai meglio con il tuo corpo ridicolmente incazzato con l'idea di invecchiare e più lui si incazza più tu invecchi e lui non lo vuole capire. La tua amica c'è stata e le lucciole pure. Hai parlato di un libro che ti è davvero piaciuto e in quella piccola cosa era davvero tu. I piedi piccoli dei bambini piccoli sono una delizia. Hai giocato a scacchi con un paio d'occhi e magari da quella partita sortirà un po' di bene, che tante volte le donne non riescono a dirsi per bene poi però sanno darsi e parlare non serve più. Hai fumato l'ultima sigaretta della sera con l'uomo che ami e sono quei minuti lì a dirti che certa complicità non ha bisogno di un passaporto, è il passaporto: ne sei venuta fuori eroina contemporanea di un mondo sovrappopolato e riderci sopra è una cosa dritta. Ieri era un sabato che sembrava domenica e anche questo non ha aiutato, perché quando sei sbilenco vorresti che almeno gli schemi mentali funzionassero per benino e invece no, anche i giorni si mettono a giocare a sembrare altri giorni. Insomma, oggi mi sono alzata che sembra tutto torni, a parte questa bolla d'aria in cui mi gironzola il cervello, ma è domenica e a lei piace restare un po' lì a zonzo prima di carburare e partire. Mi bevo un altro caffè e poi lascerò che sia. Oggi niente specchi: vedrò di non dare ai riflessi l'occasione di giocare con le mie frustrazioni. Un libro è meglio. O magari qualche canzone. E tante care cose.


domenica 22 aprile 2018

la casa di sassi #centododici #2018


Mi manca la casa di sassi. Mi manca il mio luogo. Mi manca la faccia che mi veniva quando arrivavo lì. Mi manca portarci chi amo, che chi amo tanto aveva il diritto di sapere cosa posso essere, come. Mi manca averla ADESSO, ora che sono più grande, meno incantata dalle favole eppure sempre tenuta al guinzaglio da sogni mastodontici e delicatissimi. Mi manca quell'aria, l'odore di prato mentre salivi la scalinata lunga che teneva fra i lastroni il sudore di papà. Mi manca ogni angolo che diceva NONNO, amore, CASA, sacrifici, libertà, LEMIEMADRI, il fico dai fichi neri, le uova delle galline di prima e il prendere semplicemente il sole di poi. Mi manca l'innocenza di quel credersi eterni che respirava lì, proprio lì, davanti al Legnone e dietro a una storia lunghissima, di persone straordinarie, sia nel bene sia nel male. Vernice erba birra, il tempo fermo, fermato, giorni capaci di durare settimane, aspettative risate pianti, il cane capra, le stanze sfatte, l'oleandro, quella cazzo linea dell'orizzonte, stretta stretta ed infinita insieme. Mi manca che sapeva, quel posto sapeva, scegliere chi e cosa aveva senso tenersi accanto. La mia Africa, la mia Irlanda, il mio mondo con dentro tutto il mondo, da cui viaggiare stando fermi, in cui portare i miraggi solo a sfogliare pagine, a rigirarle scriverle ricordarle. Mi manca scappare lì. Che delle volte una fuga è la sola cosa che occorre e avere un posto in cui fuggire è una ricchezza immensa, incommensurabile, rara. Poi di posti uno ne trova altri e li riempie di persone invece che di sassi. E magari c'è il mare, lì, dove scappi. O semplicemente gente coi riccioli o certi occhi che ti hanno preso l'anima e l'hanno messa al sicuro. Un modo lo si trova sempre, una casa no, quella no. Alla fine posso dire che la mia casa mi manca perché ne ho altre, non è una prigionia. Però non poterci portare chi ho scelto per vivere la vita mi mette un po' di malinconia e di domenica è più semplice dire la malinconia. Chissà perché.



lunedì 19 marzo 2018

per dire #settantotto #2018

Che io non lo so più per chi scrivo. Una volta scrivevo per lei. Poi ho scritto per me. C'è stato un tempo in cui ho scritto per te perché sapevo avresti letto. Ho scritto per le madri e i padri e per i miei amori. Ho scritto per me, soprattutto per me. Ho scritto qui, altrove, in privato, tanto, forse troppo. Ho fermato attimi, sensazioni, paure; ho ripreso per i capelli salvezze e affetti; ho creduto nel potere del dire, del non nascondere, del parlare la stessa lingua. Ho scongiurato disattenzioni e fughe, distanze e noie. Ho creduto nella poesia come si crede nelle mani. Ho creduto nei miracoli, anche. Qualcuno l'ho pure fatto, garantito. E scriverne voleva essere un modo perché le memorie non si sfaldassero, le piccole cose resistessero, perché tutto non diventasse identico a tutto il resto. E allora forse lo so per chi scrivo. Per me. Ancora e anche per te. Per le madri, soprattutto la mia. Per i padri, tutti. Per gli amori, i miei e quelli degli altri. Per scongiurare le fini e riappropriarsi degli inizi. Per lodare la vita e riempire il silenzio. Per ricordare. Per riaccendere qualche miccia. Per rompere il muro a testate. Per restare in piedi, che in ginocchio non mi piace. Per ridere del niente. Per quantificarlo, il niente. Per dirlo, delle volte. Per rispondermi, rispondere a tutti i percome e a qualche tuttavia. Per ripassare le complicità, i luoghi comuni, gli abbandoni. Per ferire e curare. Per farne a meno. Per sopravvivere. Per scivolarsi addosso. Per ridipingersi, spolverare qualche polaroid, tornare indietro. Per chiedere scusa, chiedere tutto, non accontentarsi più o un pochino meno. Per cercare una reazione, la potenza della pelle che trema, la prepotenza di un gesto giurato e poi smentito. Per dire basta o ancora o non dire proprio niente, più niente. Per capire, chiamare le cose con il loro nome, trovare il coraggio di iscrivere i sentimenti all'anagrafe di quel che sono davvero. Per piangere via qualche lacrima, additare un'ovvietà, ridicolizzare qualche idiozia. Per rendere tollerabile il disamore, le curve a gomito del crescere a stento, le distanze messe, che quelle sopraggiunte sono parte del caso, del caos. Per crederci, ripassare i colori, ripetere le tabelline del bene e del male, augurarsi albe, tempo, pace, passione. Per chiamarti, urlare un nome, afferrare l'eco del mio nome ogni volta che l'hanno urlato. Per farne a meno. Scrivo per esserci, per non sparire, perché sono anche questo, perché mi manchi, per non dirtelo mai più, per guardare avanti, altrove, ovunque. Per tutti i pegni che porto dentro, perché mi occorre, perché c'è tanto spazio, per arredare l'attesa, per inventare ricordi, per dar loro fiato. Perché non ho salvato quella poesia e avrei tanta voglia di rileggerla proprio adesso. Perché non dipendo e se così è parso è stato per errore o per eccesso di zelo. Perché è così e basta. Per orgoglio e per paura. Per dire.