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domenica 22 aprile 2018

la casa di sassi #centododici #2018


Mi manca la casa di sassi. Mi manca il mio luogo. Mi manca la faccia che mi veniva quando arrivavo lì. Mi manca portarci chi amo, che chi amo tanto aveva il diritto di sapere cosa posso essere, come. Mi manca averla ADESSO, ora che sono più grande, meno incantata dalle favole eppure sempre tenuta al guinzaglio da sogni mastodontici e delicatissimi. Mi manca quell'aria, l'odore di prato mentre salivi la scalinata lunga che teneva fra i lastroni il sudore di papà. Mi manca ogni angolo che diceva NONNO, amore, CASA, sacrifici, libertà, LEMIEMADRI, il fico dai fichi neri, le uova delle galline di prima e il prendere semplicemente il sole di poi. Mi manca l'innocenza di quel credersi eterni che respirava lì, proprio lì, davanti al Legnone e dietro a una storia lunghissima, di persone straordinarie, sia nel bene sia nel male. Vernice erba birra, il tempo fermo, fermato, giorni capaci di durare settimane, aspettative risate pianti, il cane capra, le stanze sfatte, l'oleandro, quella cazzo linea dell'orizzonte, stretta stretta ed infinita insieme. Mi manca che sapeva, quel posto sapeva, scegliere chi e cosa aveva senso tenersi accanto. La mia Africa, la mia Irlanda, il mio mondo con dentro tutto il mondo, da cui viaggiare stando fermi, in cui portare i miraggi solo a sfogliare pagine, a rigirarle scriverle ricordarle. Mi manca scappare lì. Che delle volte una fuga è la sola cosa che occorre e avere un posto in cui fuggire è una ricchezza immensa, incommensurabile, rara. Poi di posti uno ne trova altri e li riempie di persone invece che di sassi. E magari c'è il mare, lì, dove scappi. O semplicemente gente coi riccioli o certi occhi che ti hanno preso l'anima e l'hanno messa al sicuro. Un modo lo si trova sempre, una casa no, quella no. Alla fine posso dire che la mia casa mi manca perché ne ho altre, non è una prigionia. Però non poterci portare chi ho scelto per vivere la vita mi mette un po' di malinconia e di domenica è più semplice dire la malinconia. Chissà perché.



lunedì 19 marzo 2018

per dire #settantotto #2018

Che io non lo so più per chi scrivo. Una volta scrivevo per lei. Poi ho scritto per me. C'è stato un tempo in cui ho scritto per te perché sapevo avresti letto. Ho scritto per le madri e i padri e per i miei amori. Ho scritto per me, soprattutto per me. Ho scritto qui, altrove, in privato, tanto, forse troppo. Ho fermato attimi, sensazioni, paure; ho ripreso per i capelli salvezze e affetti; ho creduto nel potere del dire, del non nascondere, del parlare la stessa lingua. Ho scongiurato disattenzioni e fughe, distanze e noie. Ho creduto nella poesia come si crede nelle mani. Ho creduto nei miracoli, anche. Qualcuno l'ho pure fatto, garantito. E scriverne voleva essere un modo perché le memorie non si sfaldassero, le piccole cose resistessero, perché tutto non diventasse identico a tutto il resto. E allora forse lo so per chi scrivo. Per me. Ancora e anche per te. Per le madri, soprattutto la mia. Per i padri, tutti. Per gli amori, i miei e quelli degli altri. Per scongiurare le fini e riappropriarsi degli inizi. Per lodare la vita e riempire il silenzio. Per ricordare. Per riaccendere qualche miccia. Per rompere il muro a testate. Per restare in piedi, che in ginocchio non mi piace. Per ridere del niente. Per quantificarlo, il niente. Per dirlo, delle volte. Per rispondermi, rispondere a tutti i percome e a qualche tuttavia. Per ripassare le complicità, i luoghi comuni, gli abbandoni. Per ferire e curare. Per farne a meno. Per sopravvivere. Per scivolarsi addosso. Per ridipingersi, spolverare qualche polaroid, tornare indietro. Per chiedere scusa, chiedere tutto, non accontentarsi più o un pochino meno. Per cercare una reazione, la potenza della pelle che trema, la prepotenza di un gesto giurato e poi smentito. Per dire basta o ancora o non dire proprio niente, più niente. Per capire, chiamare le cose con il loro nome, trovare il coraggio di iscrivere i sentimenti all'anagrafe di quel che sono davvero. Per piangere via qualche lacrima, additare un'ovvietà, ridicolizzare qualche idiozia. Per rendere tollerabile il disamore, le curve a gomito del crescere a stento, le distanze messe, che quelle sopraggiunte sono parte del caso, del caos. Per crederci, ripassare i colori, ripetere le tabelline del bene e del male, augurarsi albe, tempo, pace, passione. Per chiamarti, urlare un nome, afferrare l'eco del mio nome ogni volta che l'hanno urlato. Per farne a meno. Scrivo per esserci, per non sparire, perché sono anche questo, perché mi manchi, per non dirtelo mai più, per guardare avanti, altrove, ovunque. Per tutti i pegni che porto dentro, perché mi occorre, perché c'è tanto spazio, per arredare l'attesa, per inventare ricordi, per dar loro fiato. Perché non ho salvato quella poesia e avrei tanta voglia di rileggerla proprio adesso. Perché non dipendo e se così è parso è stato per errore o per eccesso di zelo. Perché è così e basta. Per orgoglio e per paura. Per dire. 

domenica 28 gennaio 2018

gli orticelli #ventotto #2018 #restareumani


Siamo nel 1990, credo. Mia nonna vive qui già da qualche anno. Un donnino nato nel 1911 ha, in quel momento, la bellezza di 79 anni. Viene dal lago, dall'alto lago, da un paesino minuscolo fatto di pochi abitanti (un centinaio, ai tempi), molte galline, qualche maiale e molta laboriosa calma. Ci mette un po' a capire come muoversi in mezzo a questa realtà fatta di gente, chiacchiere, cortili, merletto, automobili che corrono sempre, casino. No, non è Milano, ma per lei è tipo Nuova York. Per lei e per la sua terza elementare questa cittadina di provincia è Nuova York. Fa del suo meglio, non fosse altro che per essere d'aiuto, per non essere di peso, per scomparire (lei è abituata così: ad esserci senza fare troppo rumore, esserci con i fatti, essere una sicurezza senza rompere le palle). Un bel giorno il panettiere si scorda di lasciare il pane in fondo alle scale. Si usava così, poi è cambiato anche questo: la mattina il pane fresco te lo portava il panettiere. Alla fine del mese andavi e saldavi il conto del pane. Se ti occorreva qualcosa in più telefonavi e ti facevi portare a casa l'urgenza di cui ti eri dimenticato. Quella mattina con il pane dovevano portare la marmellata di fragole. Capirai che urgenza. Però lo era, alla fine, che senza quella dell'indomani non sarebbe stata una colazione come le altre e non va bene. Insomma, che poi passi la marmellata, al massimo se ne fa a meno, ma il pane? Come si fa? Quell'uomo torna dal lavoro e si merita la michetta sul tavolo. Le ragazze lo mangiano, il pane. Avevo pensato al pollo arrosto e serve, il pane con l'arrosto serve. Finisce che la nonna si veste a modino, infila le scarpe, inforca la borsetta con il portafogli dentro e parte. Esce e va dal panettiere. Da sola. Può sembrare balordo, ma non lo aveva mai fatto. Non da sola. Aveva come una paura. Con il nonno andava, da sola no. Quella mattina esce. Passeggia con calma, guarda bene prima di attraversare e pensa a cosa può servirle oltre al pane. Pensa anche che magari non le credono, che vuole il pane doppio e s'inventa la scusa che non l'ha trovato sulle scale. Pensa a molte cose: alla strada che conosce bene nonostante non la percorra da tempo; che non è poi così male fare due passi se non piove, che a lei l'ombrello dice male da sempre; che se ci fosse stata la Vittorina potevano prendersi un caffè (no, lei il caffè da sola non lo ordina, non le occorre; poteva essere la scusa per fare un po' le sciantose, a lei da sola non viene). Cammina e osserva e nell'osservare nota tre ragazze di colore ferme ad aspettare il bus. Le nota, prosegue, arriva all'alimentari, aspetta il suo turno, spiega del pane, le dicono che in effetti sarebbero ripassati più tardi, che è stata una svista e quindi avvisano che ci ha pensato lei, ordina la marmellata, un etto di cotto fresco e, già che c'è, prende la camomilla che sta finendo, paga, prende il sacchetto e esce. Si incammina verso casa e nota, sempre alla fermata del bus, che le ragazze, quelle di prima, quelle di colore, chiacchierano rumorosamente. Non le fissa, no, che fissare non è educato. Le sente, è diverso. Nel 1990 ancora tornavo da scuola. Ad aspettarmi c'era lei, con i suoi 79 anni. Quel giorno era raggiante, orgogliosa. Mi racconta del pane e poi mi dice: "Ho visto delle ragazze di colore, tre, alla fermata del bus. Non ne avevo mai viste. Mai. In televisione sì. Così, per la strada, che chiacchierano, no. Ma che belle! Ma che bello stare qui, che incontri per la strada la gente, tutta quanta, e capisci che il mondo è grande e arriva fino a qui. È grande, il mondo. E non mi ha fatto paura. Penserai che sono scema, che chissà voi cosa vedete, ma un pezzetto di mondo oggi l'ho visto anche io e avrei voluto chiacchierarci".
Quasi trent'anni fa. A 79 anni. Venuta da un buco di posto dove alla fine erano tutti parenti. Terza elementare. La guerra (anzi due) sulle spalle, non letta nei libri.
Quindi io dico che non occorre altro tempo, ma un cuore umano, aperto. Occorre intelligenza, tolleranza, curiosità. 
(Pensavo alla signora di sessanta, sessantacinque anni, che pochi giorni fa non si è fatta toccare da un medico perché "negro". E al suo sindaco che non ne condanna il gesto, ma la difende, dicendo che <poverina le serve tempo per capire ed accettare i cambiamenti>. E mi è venuta in mente mia nonna, che di anni oggi ne avrebbe 107 e, quant'è vero Iddio, qualcosa non mi torna).


domenica 29 ottobre 2017

una specie di pegno #trecentouno #quarantatré #2017



Ci sono cieli che urlano e lo fanno cascandoti addosso come se i colori avessero davvero bisogno di buttar fuori tutto quel gomitolo di stupori che pare trattengano da troppo tempo. E mentre sbraitano con grazia la loro prepotente bellezza i contorni delle cose si commuovono e tu con loro. I passi smettono di essere solo piccoli passi e il calpestio che rimesti è come una promessa, una specie di pegno che ti viene restituito, così, all'improvviso, che nemmeno ricordi di cosa si tratta, ma va bene così.

Incontrare Silvia dopo quel cielo lì, dopo quei due passi, con dentro quel senso di liberazione, è stato bellissimo, una cosa semplice e bellissima: un abbraccio, gli occhioni gonfi di riconoscenza e quel sedersi a bere una tazza di tea caldo che fa così famiglia, quelle cose minuscole e piene di grazia che poi te le ricordi e sono gli attimi che appunti, quelli che salvi. Silvia ha scritto un libro e Serena lo ha illustrato e sono bravissime e belle di quel bello che con le convenzioni ha davvero poco a che vedere. Sono arrivata in ritardo, certo, quasi come al solito, ma da un lato forse occorreva che fosse così. Ho qui il loro libro e sorrido: per le dediche gentili, per i colori che sono quelli dei cieli che urlano, per la parentesi di quell'ora con le rughe, giovanissima e vecchia, vecchia della saggezza della lealtà, vada come vada, del darsi come si è, come viene, a tradimento, sfumature incluse; un'ora senza
filtri, di biscotti contati e altri pronti da contare, di tazze sbeccate e altre no, di afonie e redivive zie Abelarde; la scoperta dei gradi di separazione, l'annusare i legami che proteggono - quelli fra le coppie, quelli fra le amiche -, quei legami che addensano l'aria senza rubare ossigeno a nessuno e quindi ti fanno dire che è così che deve essere, deve essere così. Ci sono cieli che urlano e allora mandi foto che li ritraggono e ci sono oggetti che ti sognano e allora tu li ringrazi e ringrazi chi li ha messi al mondo. 'Ché alla fine va proprio tutto bene se dal niente di qualche manciata di minuti si riesce a tirar fuori tutto questo putiferio di emozioni. E comunque il cielo urla anche stasera e io lo ascolto e ci stiamo dicendo cose che.
A bientot.


domenica 8 ottobre 2017

Quando la cipolla #duecentottantuno #quaranta #2017

Non sono capace di giocare alla cipolla. Non sono mai stata capace. Io la logica degli strati ho provato anche a studiarla, ma non ci arrivo, non ce la faccio. Fisicamente, proprio. Non mi riesce. Quando la giornata autunnale pare assestarsi, io o schianto di caldo o crepo di freddo. Ho imparato giusto a tenere in macchina un giacchino per scongiurare la goccia al naso quando la temperatura ti vira di quei quindici gradi tendendo allo zero e te eri uscita di casa con il maglioncino di cotone perché il cielo prometteva bene. Ho una tara, è un fatto. Le stagioni di mezzo non le padroneggio. Guardo l'armadio e pare mi abbiano chiesto di risolvere, senza calcolatrice, un'equazione con le potenze, logaritmica e fratta, tutto insieme. Eppure le amo, le mezze stagioni. Dell'autunno amo fino alla commozione quei rossi che ti scoppiano in faccia all'improvviso mentre l'occhio scorre ai bordi dei panorami; gli arancio burloni, gassosi, capaci di virare al rosa e riportarti al blu con la grazia del profumo delle crostate; il bianco del cielo attorno al sole, sia che stia salendo, sia che stia calando: una luce di una profondità che novembre la piange, che gennaio pagherebbe per averne due grammi, che febbraio, beh, lui, povero, non se la sogna nemmeno. Una volta un amico mi disse che un tramonto è un tramonto ed è bellissimo a prescindere. Io sostenevo invece che se per esempio sei innamorato è ancora più bello. Forse avevamo ragione tutti e due. Di sicuro se impari a godere della bellezza in quanto tale, anche quando tante cose paiono andare a puttane nonostante come le vorresti te, lei, la bellezza, ti fa un gran bene e in cambio non ti chiede niente, se non la prontezza della pupilla e la complicità dell'iride. Poi magari te ne farebbe anche di più se quello che senti dentro lo amplificasse, ma è ora di finirla di stare a cavillare. Meglio mettersi le gambe in spalla e lasciarsi sgomberare dalla prepotenza dei colori e della luce; lasciare che lo stupore dei rami mentre tornano nudi ci sfratti dalla nostra casuccia di aspettative infrante e lucine saltate; permettere al cielo di tradurci in nuvole o assenza di nuvole.
Detto questo, che sia un giorno buono, a nulla o a tutto, purché sia buono.
Abbracci&Baci.

P.S. Ciao Tom. Ciao.








sabato 16 settembre 2017

Ma lui è il mare #duecentocinquantanove #sedicisettembre


Tutto cambia senza chiedere il permesso. Anche il mare, ma lui è il mare. Ci ho pensato spesso quest'estate, nei pochi giorni passati a Livorno, nelle ore infinite con il sale addosso e gli scogli sotto alle mani o la sabbia fra le dita, accanto a persone che amo, palpando la malinconia per chi non c'è, ascoltando i ricordi, ripetendo a memoria i sogni, quelli da fare e quelli da mettere via. Ci ho pensato tanto, a come le cose ti cambiano davanti alla faccia e delle volte non capisci nemmeno quale sia stato il frangente o il frammento o l'anfratto che ha aperto le dighe del caos o ha fatto scattare la molla che ha fermato tutto. Perché le cose cambiano anche fermandosi, smettendo di mangiarsi il tempo, rotolando su se stesse sino a perdere i contorni, un po' come quando giri giri giri sulla giostrina al parco e quando scendi cadi perché attorno tutto gira e tu no. O magari te correvi e nemmeno ti sei accorta che si fermava tutto e quindi a un certo punto cadi perché quando te ne accorgi non riconosci più il panorama, ti spaventi e ti viene da chiederti in che cartolina ti hanno sbattuto, dove diavolo te ne stavi andando tutta tronfia, col tuo bagaglio a mano riempito fino all'orlo di quelle quattro certezze rese giganti dalle aspettative, vestita ammodino e con il fiato grosso delle grandi occasioni. E succede che devi per forza alzarti, spolverarti la sottana, capire dove ti sei cacciata, dare un bacio al tramonto e ripartire. Perché te sei te solo andando avanti. Sei te anche in gabbia, ma se dalle sbarre puoi guardare fuori e c'è una finestra, non un muro, una finestra che lasci immaginare il panorama, che contornando un dettaglio scontorni le energie, le anime, i sensi.
Tutto cambia senza chiedere il permesso e va anche bene così, spesso. Perché è così che poi capitano le sorprese, quelle cose minuscole che altrimenti se ne restavano nel loro buco tanto tu non ci avresti fatto caso. Così invece magari ci fai caso. Così come fai caso alle cose minuscole che hai lasciato scappare via perché la pelle, esposta, mostra i buchi e allora ti viene voglia di prendertene cura. Cosa ficcare nei buchi non è affare semplice, ma cosa lo è? La vita, lei lo è. Questo l'ho imparato. Nel bene e nel male, nell'orrore e nella meraviglia, lei è semplice. Siamo noi ad essere complicati, contorti, bugiardi, superficiali, egoisti, fragilissimi e convinti del contrario.
Delle volte basta una cesta dei panni a dirsi cose che le parole non sono capaci di dire. O una colazione da portare a letto che non la porti più. O quella mezz'ora in meno dedicata a un qualche noi, a un qualche tuttavia. 
Delle volte basta niente, un niente, e tutto è un'altra cosa. E anche dirselo serve a poco. Servirebbe imparare dal mare, che lui è il mare,.Cosa vuole dire esattamente non saprei, ma mi piaceva dirlo. E ciao.



lunedì 21 novembre 2016

Ha ragione il piede #trecentoventitre #diciottonovembre

Succede che una sera di novembre esci per una cena. Avevi le ossa rotte e un malumore assurdo che ti gonfiava gli occhi. Esci e decidi che, se la serata non ti svolta addosso, male che vada avrai preso un po' d'aria. Invece ti ritrovi a un tavolo rotondo, con una tovaglia bianchissima, in compagnia di altre sei donne e un cane e da tempo non ti sentivi così bene in mezzo al mondo. Vite diverse, spaiate, che parlano dialetti differenti, ognuno col proprio zerbino di benvenuto davanti ai piedi e la propria calligrafia di ricordi, la buona educazione o una sfacciata ironia che mascherano l'iniziale fatica a dirsi e darsi, gli occhi che si frugano, gli uni negli altri, a cercare quel colore, l'unico vero, che funziona da colla sempre, il colore del bene senza causa e senza scopo, quello che ti fa ridere o piangere come fossi sola davanti allo specchio, senza alcun bisogno di mentire. Succede che una sera di novembre esci per una cena e la sera pare non voler finire mai e ti si ficcano sotto pelle una miriade di piccolissime cose che ti rimettono in circolo, prima fra tutte l'intelligenza vitale che riconosci a chi è attorno a quel tavolo con te: una profonda intelligenza emotiva, quella di chi è donna, madre, amante, figlia, sorella, amica, balorda senza che il giudizio le appartenga, senza che le differenze diventino mine antiuomo, senza permettere alle distanze di sprecare la gioia in silenzi o rancori. E quando succede una sera così, quando riscopri quell'essere donna lì, finisci a pensare che è davvero ora di iniziare a smettere di sprecare tempo a fare quello che non hai voglia di fare, smettere di voler bene a chi non te ne vuole più o te ne vuole a tradimento; è davvero ora di riprenderti degli angoli di vita da arredare a furia di bellezza, di vento, pacche sulle spalle, stime reciproche, storie da imparare, brindisi per brindare alla gioia, punto e basta. Succede che esci a cena e chi ti ama la mattina dopo ti ritrova migliore  e allora ha ragione quel piede a dire che il presente è un dono, ha ragione da vendere, eccome se ne ha. Lo sapevi, lo sai da sempre, lo sai da almeno ventisette anni, solo che delle volte sentirselo ripetere fa bene. E così sia.