venerdì 20 febbraio 2015

cinquantuno #20febbraio

 

Ci sono i giorni della memoria e c’è la memoria nei giorni.

Ci sono gli anniversari. Ce li segniamo, facciamo i conti alla rovescia, apriamo gli occhi quel mattino lì ed abbiamo la sensazione che ci sia qualcosa di diverso, come un’aria un poco più densa o refrattaria alla normalità, come i colori un poco più marcati o soffici o spolverati. Ci sono i giorni della memoria, dedicati a un evento passato perché ritorni a farci bene o male che sia, purché ritorni, purché non venga dimenticato, purché resti traccia, orma, impronta, fatto, gesto, pedina. Non dimenticare è quello che ci possiamo permettere per fermare un poco la vita, rallentarla un attimo, impararla, volerle bene anche nelle sue distrazioni, nelle sue ostinazioni, nel suo atavico a prescindere da noi.
Ci sono i giorni della memoria felice e tante volte ce ne dimentichiamo. Alcuni li ricordano per due e non ne sentono il peso. Altri non li ricordano nemmeno per se stessi e poi se ne scusano.
Ci sono i giorni della memoria storica e occorrono perché credo serva dare una scrollatina agli animi visto come questo presente tende a intorpidirli.
Ci sono i giorni commerciali della memoria, quelli in cui ricordarsi di amare, di avere la mamma o il papà o il nonno o il gatto pare essere un dovere merceologico anziché un privilegio (io poi adoro approfittare anche di questi,  poiché un’occasione per un pensiero di tenerezza è pur sempre un’occasione, a prescindere da dove arriva).
Ci sono i giorni della memoria del dolore, quelli dei lutti, i giorni in cui tempo fa perdemmo qualcuno o qualcosa, e da quel giorno il mondo se ne fotte quanto prima eppure tu non sei più quello di prima. Sono giorni che non somigliano a nessun’altro, se dovessimo metterci a descriverli per come li sente la nostra pancia. Sono ore e ore di quell’espressione lì o di quell’odore lì che ti colgono all’improvviso e potresti giurare che, a girarti, alle tue spalle troveresti proprio lui o lei o loro con in mano una tazza di caffè da dividere con te. Sono interi quarti d’ora di ricordi scritti a mano, di getto, in bella calligrafia, la bella, triste, ingombrante geografia della mancanza. Sono minuti e minuti di malinconia assurda, vitale, che respira come respira la vita, quando fa freddo e sui vetri resta l’alone del suo stare lì al caldo a guardare il mondo che fuori ghiaccia. Attimi straordinari di domande senza alcuna risposta o con tutte le risposte possibili, srotolate una dopo l’altra dalla voglia di capire, di sapere, di tornare da dove siamo venuti, a dare le carezze che ci siamo tenuti nelle mani, a dare i baci che non abbiamo saputo sciupare di saliva, a dare via tutto quel sentire che non siamo stati capaci di consumare, che abbiamo lasciato nei cantucci del cuore ad aspettare un poi che ora è solo la favola dei se.
Poi passano. Gli anniversari passano e fino a che non sarà di nuovo il loro turno di fotografie e ricami emotivi, la vita sembrerà non avere imparato nulla tanto quanto prima. Invece no. La vita impara tutto se non ci distraiamo. E non distrarsi significa semplicemente (semplicemente un corno) sentirla nelle rughe, tutte, quell’anima lì che una volta all’anno ti bussa ovunque come non avesse avuto, allora, nessuna voglia di andarsene via. Non distrarsi significa consumarlo, l’amore, imparare a consumarlo di baci dati e parole dette e fotografie scattate, portandosele in tasca ogni benedetto giorno tutte le cartoline di gesti che chi amiamo ci spedisce ogni mattina quando si lava la faccia, si gira e ci cerca, cerca proprio noi, fosse anche con un ghigno di dissenso o una parola trattenuta. Non distrarsi significa non sprecare niente, nemmeno il dolore, trovare le teche giuste in cui custodirlo, occhi che non lo denudino, mani che non lo soffochino, gole che non abbiano l’impudenza di ingoiarselo in un solo boccone per poi sputarlo via. Non distrarsi significa tenere la memoria nei giorni, tenere a memoria i giorni: il buono e il cattivo tempo, le aridità e i calori, le noncuranze, gli errori e le mistificazioni, le distrazioni e le attenzioni, i sapori, gli insegnamenti. E cosa ci ha insegnato chi non aveva voglia di andarsene? Che è qui e adesso che si scrivono le cartoline e che sono quelle cartoline lì che fanno la storia e che senza storia, senza cicatrici, senza respiro, c’è ben poco da poter fare o rifare. Se la memoria resta chiacchiere, nel bene e nel male, è solo l’ennesima occasione sprecata. E quelle anime lì, quelle che portiamo nelle rughe, potendo ci prenderebbero a calci nel culo ogni volta che sprechiamo anche solo un secondo di fiato, potrei giurarci.

Ci sono i giorni della memoria e c’è la memoria nei giorni. E c’è tanto di quel silenzio, a stare bene a sentire, un silenzio assordante.

 

 

lunedì 9 febbraio 2015

quaranta #9febbraio

 

Quando lasci fare all’acqua calda e alla pelle, i segreti salgono in bolle verso il soffitto e scoppiano e scoppiando ridono e ridendo tornano al suolo e lì si perdono. Non svaniscono, si perdono e come chi si perde perché pensava ad altro poi ritrovano i calzini e la maglia di lana e soffiano nel vetro e tornano bolle. Fino a che risalgono, riguadagnano il soffitto. E sono ancora i segreti di sempre, nonostante la memoria della caduta.

Un giorno come un altro, di quaranta ore invece che ventiquattro, che un paio ne sono valse due e due o tre anche qualcosa di più. Capita a tutti, almeno una volta, di non sentire il tempo o di accorgersene poi e di avere la netta sensazione che sia stato contato male, che non possono essere solo le sei, quasi le sei di una sera che era già lì da un pezzo, almeno a lasciar dire alle scapole.

Amo come esca come attesa come mani. Amo, voce del verbo essersi, dentro e fuori e intorno; voce del verbo raccogliere, attendere, tirare il filo e cederlo un po’, non perdere la forza e farlo con grazia, la grazia acerba dei frutti maturi.

Ridi, che quando ridi ti ride anche la schiena e diventi musica, una musica calda, leggera. Ridi, che quando ridi ipnotizzi la malasorte e tocca credere ai miracoli, per forza di cose.

Accidenti a te, freddo che freddi le dita dei piedi e arrivi fino al naso e ti prendi le nocche e le unghie e le ciglia. Accidenti a te, che mi costringi a spogliarmi mentre mi copro e mi arrotolo e l’anima è nuda mentre balbetta la sua voglia di mare.

Non deve essere facile nascere principesse, crescere principesse, credersi principesse e poi scoprire, di botto, che anche a ostinarsi principesse la vita aveva una voglia assurda, incontenibile, di metterti addosso i tuoi quattro stracci e lasciarti lì da sola, principessa un bel niente come il resto del mondo che guardavi dal tuo lassù.

Tutto il mio folle amore.

Appendo chiacchiere a un filo di lino e le lascio dondolare come un lampadario di chicchi, di pietre. Le appendo e resto a guardarle e alcune sono prismi e sperperano luce in lame, schegge di senso, di non-senso, fini a se stesse e votate al silenzio che le seguirà. Appendo a un filo qualche minuto di pelle, come fosse ossigeno e serve, ai polmoni serve eccome.

Giorno quaranta – anno dispari duemilaquindici – nove febbraio

40 km - le luci della centrale elettrica

giovedì 5 febbraio 2015

trentasei #5febbraio

 

Eri solo un giovedì come altri. Poi ho scoperto che in sorte ti è toccato essere il trentaseiesimo giorno di un anno dispari e mi è venuto in mente che trentasei è un bel numero, che i mesi del mio trentaseiesimo anno di vita sono stati mesi belli, di grandi cambiamenti, di fotografie che ricordo una ad una, di anime enormi venute a prendere posto nei cantucci della mia animuccia, a tenerla al caldo, a continuare a farlo anche poi, con il senno dei però e la sagacia dei tuttavia. Essere il giorno trentasei dell’anno suona bene e infatti ti è toccata la neve, una bella chiacchierata padre/figlia, un cioccolatino e la nanna presto. Sì, perché c’è stato un tempo in cui la nanna presto era come dirsi addio, dire addio all’urgenza di fiato. Oggi invece la nanna presto è una manna, oggi che il riposo arriva come un regalo e i regali una volta scartati non li si abbandona più in un angolo, ma li si gode, tutti, uno a uno. A partire dalla ruga che mi guarda dal lato sinistro del viso. Ciao, giovedì di corsa, bianco e arruffato, scheletrico e forte. Ciao. Se fai il bravo ancora un paio d’ore la tisana ti parrà un rosolio e domattina non sarai triste ad aver preso il volo.

 

 

domenica 1 febbraio 2015

un uno senza cappello #1febbraio

 

C’è una pozza, se guardi bene. Mi prendo a braccetto e mi ci porto. Il sasso è una panchina. Il sole gioca con il verde del niente lì attorno. Le voci corrono fra i rami, voci di quando non c’è nessuno. Leggo il libro che avevo nella borsa come se tu nel frattempo fossi lì a buttare mattoni dentro alle onde, a costruire una casa di tempo, con la cucina grande e una finestra con sotto un tavolino con sopra una macchina da scrivere. Abbiamo dei panini che lascerò sul prato per la prossima volta che non verremo qui. È tutto molto bello e molto inverno e molto eco, anche i passi non mossi e le fotografie non scattate e le frasi sui biglietti dentro alla bottiglia da dissotterrare. Dentro al libro c’è un disegno disegnato di giorno, con i colori che hanno le facce di giorno, i colori che hanno le mani di giorno, i rumori che fanno i bambini mentre giocano di giorno. È una pozza e come conviene all’acqua riflette il suo pezzo di cielo infinito e nella nuvola viola dietro al salice riconosco un geco, poi un quadrifoglio, poi una mano. L’aria è ferma, senza vento, ed è bella, inverno, eco. Ho fatto bene a portare il plaid e la mia idea di cane e un pennarello. In fondo al libro c’è una pagina bianca e ci traccio l’orizzonte, una bella linea diritta come un uno senza cappello. È solo domenica e poi passa e per i piedi freddi basterà un pediluvio e passerà. Passeremo, anche da qui, da un pomeriggio a prendere luce in un qualche angolo di mondo senza avere il tempo per stare lì ad inventarselo.