giovedì 3 febbraio 2011

ammodino

 

Un giorno un amico mi disse "Scrivi Pulce, scrivi!". Io, che gli volevo molto bene, gli ho dato ascolto e ho scritto un pochino di più. Ho scritto, sì. E scrivo. Anche quando non ho niente da dire qualcosa da scrivere lo trovo. Delle Volte si buttano giù due righe solo per farsi compagnia. Nessuno obbliga nessuno a leggere, del resto. Non si nuoce alla salute di nessuno sproloquiando sulle anse del proprio piccolissimo mondo per tirare il fiato. Decisamente no. Altra cosa è lasciare qualcuno a un semaforo rosso, sfrecciando via come ti pungesse il culo. Perché quel dare gas all'improvviso ha tutto il senso che miliardi di parole non avranno mai. E chi si è preso in faccia lo sbuffo del tubo di scappamento non se ne dimenticherà più. Non lui, non la sua trachea. Per dire dei gesti, di come restano. Alla faccia dei cuoricini, dei sorrisi fatti con i due punti e le parentesi, delle citazioni, delle autocitazioni. E' pur vero che certe frasi sono gesti. C'è poco da fare. Sono schiaffi, carezze, cerotti, punture. Certe frasi hanno lo stesso odore di quel certo caffè, l'identica temperatura di quel palmo di mano. Girala che la rigiri, usiamo i mezzi che abbiamo per entrare in contatto con l'altro. Un piatto di pasta, voltarsi di spalle, un foglio di carta, la buccia del salame, una pagina web, un film, un bicchiere di carta. Una volta si portavano le bomboniere ai parenti. Oggi si pubblica un video e si suggella la vita di coppia, si ufficializzano delle intenzioni, si pisciano gli angoli a segnare il territorio. Una volta ci si leccava ammodino, si usciva, ci si accoppiava e l'indomani tutti amici come e più di prima. Oggi ci si scrive per mesi, ci si corteggia a suon di cose alte, ci si annusa nelle posture, ci si confida (nella fase sconosciuti ci si denuda di confidenze), ci si parla, ci si incontra tutti gonfi di aspettative, ci si loda, ci si imbroda, non ci si accoppia e l'indomani tutti amici, ma non più come prima. Una volta tutte le questioni sulla sincerità, l'esporsi, i cazzi e i mazzi, contavano davvero poco al fine dell'incontrarsi in mezzo al mondo. Eri quel che eri, portavi il tuo culo fuori da casa e con quello ti arrabattavi fra le furie o il niente. Oggi invece è tutto un dover esser, un dover corrispondere o meno, un non dover somigliare o il doverlo fare. Questa storia dei falsi d'autore ci ha spostato il baricentro. Questa storia del noi che siamo loro che sono altro ci ha messo di lato le priorità. E finiamo per non capirci più una mazza, finiamo per confondere le rape con il radicchio. Arriveremmo a giurare che si trattava di una cozza quando, vivaddio, era solo e semplicemente un fiore di zucca panato. Sarò scema, ma credo valga molto di più un giro di museo cantando di tutte le frecce lanciate con l'arco delle intuizioni. Le intuizioni la fame la fanno venire, il pane e il salame la saziano. Per dire. Ma qualcuno lo sa, lo ha imparato o lo sapeva da prima, e non ha intenzione di dimenticarlo. Sempre sia lodato.

p.s. mi scuso per la forma lessicale, molto colloquiale a dire il vero, ma oggi mi piaceva così.

 

 

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3 commenti:

  1. mi hai ispirata, 'ora' scrivo un pochino di più anch'io!
    d.

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  2. adoro questa canzone. [se posso, ti consiglio "finally we are no one" dei mum. il tuo blog me li ricorda molto]
    un saluto

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  3. conosco. e apprezzo molto. e mi lusinga che passare da qui te li ricordi. grazie! un abbraccio

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