venerdì 13 novembre 2015

trecentodiciassette #13novembre #letterina

 

Signora mia, a lei che al solo nominarmi viene una sincope e le viene a prescindere; a lei che mette l’articolo davanti al mio nome e io non me la sento di restituirle il favore; a lei che duole la vita come se dipendesse da me il niente di cui l’ha farcita; a lei che bercia ipotesi, ipotizza scandali, sente la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità; a lei che dice di gioire per la felicità altrui e intanto imbastisce bamboline piene di spilli ad augurare dolori atroci. Signora mia, sono io ad avere due cose che vorrei proprio dirle. In primis, lei non mi conosce affatto e se mi odia a prescindere non è un problema mio. Potrei augurarle di dedicare le sue energie a sport migliori, e per l’anima e per il corpo, ma non mi ascolterebbe, indi evito.  Lei non ha la minima idea di chi io sia, non per quanto riguarda la mia storia personale, non per quanto riguarda le mie scelte di vita. Non ha idea del se e del come credo in qualcosa, del se e del come mi approccio alla solitudine, del se e del come ho investito sulla qualità dei miei giorni. Lei non ha la minima idea neppure di quello che le capita sotto il naso, non vedo come potrebbe intuire me e la mia complessità di essere pensante. Lei non sa del mio utero, delle mie mani, del silenzio, della gioia, del tempo. Lei ignora non solo le sfumature, ma persino i colori primari del mio stare al mondo. Io, a differenza sua, non ho tempo da perdere a volerle male a prescindere. In realtà di lei non m’importa per niente, poiché nulla le ho tolto, nulla di quello che riguarda me la riguarda. Nulla. Ogni singola briciola che riempie il mio paniere di donna me la sono sudata senza rubarla dalla bocca di nessuno. Non posso dire altrettanto di lei, ma non ho voglia di perdermi in polemiche inutili. Ogni attimo che ricordo lo ricordo denso di onestà e rispetto. Mi permetta una domanda retorica: lei è certa di poter dire lo stesso? Non mi aspetterò mai una risposta onesta, stia tranquilla. Quanto oggi mi appartiene è mio senza che io abbia dovuto forzare serrature, approfittare di debolezze, scandagliare gli abissi della frustrazione per intrufolarmi e portare a casa. Signora mia, le cose accadono. La gente si incontra, impara a volersi bene, è così che capita: il mondo è di chi sorride, se ne faccia una ragione. Signora mia, a lei che vive di sembianze, io non mi metterò a spiegare la sostanza. Mi limiterò a continuare per la mia strada, che sia ben chiaro nulla ha a che vedere con la sua, e se il destino, che è sghembo e anche un po’ stronzo, ci dovesse mettere di fronte, sappia fin da subito che dovrà incazzarsi parecchio perché nemmeno in quell’occasione sbilenca perderò il sorriso. La vita è breve, signor mia, e semplicemente complessa e questa ci hanno dato: se la goda e si elabori i lutti senza rompere le palle a me, che io i miei me li smazzo da una vita da sola e non verrò certo a confidare a lei cosa può significare. La vita è una, signora mia, e sprecarla in rancore è davvero da sciocchi. Poi faccia come le pare. A bientot.

canta che ti passa

domenica 9 agosto 2015

duecentoventuno #9agosto



Solo una questione non ha soluzione e ci vedrà orizzontali e senza respiro. Tutto il resto in qualche modo lo si affronta. Ci si lascia la pelle, le ossa, delle volte ci si lascia anche un pezzo di polmone, ma la soluzione la si trova. Magari toccherà disabituarsi a tutto, ricominciare da capo qualsiasi cosa, rinunciare ai vezzi, ai vizi, scordarsi la corona e imparare le spine. Magari toccherà scoprire che il dovuto che credevamo ci fosse toccato in sorte non era affatto dovuto, piuttosto era un dono e nella fretta non lo abbiamo nemmeno scartato. Ci toccherà prendere l’alfabeto e rimetterlo a memoria, il pallottoliere e disfarlo sino a far tornare due conti due, almeno quelli. Ci toccheranno insonnie, bestemmie, gastriti, abbandoni. Eppure sarà sempre un giorno alla volta, un passo alla volta, con addosso il cappotto di quello che sappiamo di non volere, quello che occorre accettare per forza di cose e quello che si deve sognare, ‘ché se smetti il sogno sei già orizzontale e senza respiro nonostante il diaframma dica ancora la sua. Perché sognare SI DEVE, accidenti. Non ammetto altra ipotesi. Magari sono solo una paracula dell’esistere a stento, ma se non sogni frani. Se non sogni la speranza è una chiacchiera da bar. Se non sogni sei solo ciò che fosti, lasci perdere il futuro a prescindere, abbandoni la nave prima che abbia tentato la rotta, giusto perché magari tirava un vento che aveva solo voglia di aprirti le orecchie, non di farti tornare indietro. Sognare si deve e A OCCHI BENE APERTI, magari un pochino di più il possibile e un poco meno l’impossibile, che un po’ di impossibile è roba frizzante, troppo è droga rancida. Sognare a occhi bene aperti il possibile che scegli. E se è una fatica chi se ne frega. E se è sfiancante vorrà dire che te la dovevi sudare. E se è una delusione, fanculo, avrai imparato un’altra cosa che adesso saprai di non volere più. E se il tuo sogno è un essere umano che passi con te la vita, sognalo solo se mai e poi mai lo hai fatto sentire subalterno a se stesso. Se il tuo sogno è un essere umano che ti guardi e ti colga, ti raccolga, guardalo bene prima di sognarlo per te, con te, ‘ché poi le sfumature fottono, le dimensioni contano eccome, quelle dello spettro dello sguardo contano più di ogni altra. 
Bene, ora posso concedermi una pennichella pomeridiana, ‘ché anche sognare stanca, soprattutto se fatto come si deve.
A bientot. 




lunedì 29 giugno 2015

centottanta #29giugno

 

Ho salutato Salvatore e Giulia che faceva mattino, con un arrivederci e un grazie grande come lo spicchio di mare che sanno prendersi gli occhi a spalancarli più che si può quando si tratta di doversene andare, ma si promette a se stessi il ritorno. Francesca mi disse che sarebbe stato un viaggio bellissimo, semplice e bellissimo, questo libro umile e meraviglioso. Ed ha avuto ragione.
È stato un giorno sbilenco, oggi: di foto capricciose, ritrovamenti emotivi fortissimi (grazie Camilla), pochi soldi e tanto bisogno di cure. È stato un giorno di fine giugno come ce ne sono stati molti in vita mia: saluti, aspetti, speri andrà meglio, credi. Di diverso c’è che sono disperatamente innamorata, che sono disperatamente riamata, che il caldo mi tormenta un filino meno e le gambe si gonfiano ogni volta un po’ di più. Di diverso c’è che mi sto facendo delle promesse nuove, faticose da mantenere, ma adulte, vere, con la solitudine che è un vestito di seta freschissimo, ma solo in pochi sanno la fatica che hai fatto ad indossarlo senza vergognarti dei fianchi larghi che oramai hai. E quei pochi sanno dirtelo proprio quando stai per vederti definitivamente brutta: “sei bellissima, tesoro, lasciatelo dire”. Oggi era uno di quei giorni che a poterlo fare bisognava andare all’aeroporto e partire.  Arrivare a Napoli, prendere un taxi, percorrere le vie a memoria, arrivare a casa e suonare quel benedetto citofono. “Eccomi”. Punto e basta. Oggi, a poterlo fare, a un viaggio d’amore bisognava attaccarne un altro, con i cuori appiccicati al finestrino, le mani dentro le mani: le distanze fatte grembo ad aspettarsi nelle reciproche fughe.
Alla fine ho tirato sera e basta. Ho respirato tanto, quasi con coraggio. No, non ho pianto: ho sperato, ho fatto di conto, ho bestemmiato (forte) e poi vedremo. Mi son detta che non mi avranno, anche se forse mi hanno già. E ho preso fra le mani un libro, anzi due. Uno è una giostra, un regalo gentile di stimoli, da assaporare piano piano, che mi gusterò, un pezzo alla volta. L’altro è lì da una vita, ha i miei anni ed ho sentito giungere la sua ora, alle sei di questo pomeriggio. Gunther e Iduzza, Giuseppe e Nora: poche pagine e sì, sento che passeremo del buon tempo insieme. Cara Elsa, non avrò mai finito di ringraziarti e lo sai. Ora ripartiamo, ancora una volta, insieme, ‘ché arrivi sempre quando sono in bilico e mi rimetti in ghingheri il sentire (non dimenticherò mai la tua isola, anche lei incontrata d’estate, quando le ore parevano dilatarsi e invece trasudavano una miseria capace di soffocare se non avessi guardato altrove).
Penso alla deliziosa prepotenza del tenersi dentro l’amore che salva, ai piccoli gesti scarabocchiati a pennarello che speri aprano qualche porta alle tue grandi occasioni. Penso al privilegio di un po’ di aria fresca e delle lenzuola pulite. Penso che mia sorella ha fatto una torta che avrebbe reso orgogliosa sua madre. Penso all’agenda che papà riempie, un giorno alla volta, con i titoli dei libri che legge, appuntando quanto e perché gli sono piaciuti. Penso alle lettere che scrive e che non mi farà leggere mai. Mi auguro che chi le riceve abbia il cuore abbastanza grande da difenderle dalla polvere dell’inutile.
Penso che ho bisogno di un po’ riposo e son cose che si pensano, a quarant’anni si pensano eccome.
Baci&abbracci.

L'Amore è tutto qui

fred calleri

giovedì 19 marzo 2015

settantotto #19marzo

 

Io se penso a Giuseppe, a quello più conosciuto del mondo intendo, mi perdo in un mare di compassione. Anzi, mi si spezza proprio il cuore. Sei lì, con le mani rotte dalle schegge, grande intarsiatore magari, provetto artigiano, t’ammazzi di fatica, fai le due o tre porcate che tutti fanno in vita solo che le tue poi se le ricorderanno, t’innamori di una donna, decidi di metter su famiglia, fai di conto e di contro conto, trovi casa, lavori come un somaro per regalarle un anello o un velo o quelle che più le aggrada, cerchi di far sì che la famiglia la accetti, che ti accettino i suoi (sei vecchiarello e quindi non risulti proprio un ottimo partito), che le condizioni si combinino in modo da tirare un attimo il fiato, la guardi e la sogni e ti dici che adesso non sarà più come prima, che ti toccava una donna come il bottino ai ladri, di nascosto, in fuga. Insomma, sei felice, ti senti più bello, poco poco anche un filino più giovane e poi ti aspetta la pace, non dei sensi, ma del focolare. Cosa puoi volere di più? E trac. Eccoci. È tutto un casino pazzesco. E l’angelo e il figlio e le fughe e la capanna e l’esilio e torna a casa e fai finta che va tutto bene e ciao. Eppure quell’uomo lì è stato, in letteratura, un padre proprio nel senso che intendo io. Presenza, roccia, strada, tetto, educazione, amore gratis. Gratis. Un padre venuto via gratis, un paio di sandali che non si rompono, la mano sulla testa quando picchia il sole, lo sguardo sulle liti in famiglia che tiene in equilibrio le parti senza dire nemmeno una parola, un viaggiatore solitario e incapace di tornare senza un dono, piccolissimo, nella saccoccia. Un padre nato per farlo e che non lo sapeva. Un uomo che nemmeno lo ha scelto eppure ci è stato, è stato al gioco e ha giocato duro, perché se così non fosse non lo avrebbero seppellito di tanto silenzio. Un padre amato di sicuro, capace di lasciar andare la creatura senza far cenno di strane gelosie, senza imposizioni. Sarà anche stato che aveva un gran destino contro cui non potersi ribellare, ma io dico che ci vogliono le palle comunque, che si tratti di Dio, che si tratti di tuo figlio che sceglie di andare a farsi i fatti suoi. Un padre sempre in ascolto, che dice poco, ma quello che dice poi te lo ricordi. Spaccato dal tempo, in faccia e nel cuore, eppure lì, pronto a prendere e andare e tornare e fare quando serve, proprio nel momento esatto in cui serve.
Ecco, il mi babbo si chiama come lui, Giuseppe, e io dico che delle volte un nome è destino e nel caso del babbo lo è stato. Questa cosa della fatica scritta fra le lettere di questo nome enorme, di una sorta di saggezza primordiale, di una costante fiducia nelle alternative, nelle riprese, nel poi; quella voglia di essere il primo della classe che poi ti guardi allo specchio e non ti hanno nemmeno contato all’appello del mattino, eppure tu lo sei, il primo della classe, c’è poco da fare, e prima o dopo verrà al pettine questo diavolo di un nodo. Un nome di padre che si meriterebbe un romanzo, proprio come il suo santo, fosse anche solo per come potrò ricordarmene, al di là delle decadenze, al di là degli egoismi, al di là del tornare bambini dei genitori che delle volte ai figli fa tanto male. Un nome di padre che è sinonimo di solitudine e coraggio, di una sfiga colossale e la leggerezza necessaria a non lasciare che la sfiga ti ammazzi, di tanto di quel lavoro che un uomo ne ha contenuti due. Un padre e il suo nome bello, come i fiori che non ha mai mancato di regalare; come quando è rimasto sveglio con me che avevo sedici anni e volevo guardare un film alle tre del mattino e moriva di sonno eppure mi ha fatto compagnia; come la tavola di Natale che, cadesse il mondo, deve dire gioia, casa, poi domani si vedrà; come le notti d’estate in cui arrivava al mare dopo aver guidato per ore, ci baciava sulla fronte, riposava accanto a mamma e ripartiva il giorno dopo, il tempo di un caffè, dopo aver appurato che tutto andava come si deve. Un padre e il suo nome ingombrante, che delle volte lo scrolleresti, lo vorresti di nuovo giovane e spavaldo e strafottente, ancora un attimo tutore, ancora per un momento leggerezza. Eppure finisce che lo guardi e restano i sorrisi e quel modo tenero di far andare i piedi avanti e indietro e la sensazione che senza di lui il mondo andrebbe avanti uguale, ma gli mancherebbe un colore, presumo il verde.
E ora buonanotte. E tante care cose a tutti i padri, anche a quelli più sbilenchi, bislacchi, raffazzonati. Tutti tutti. Presenti o no. Di ieri e d’adesso. Tutti. Oggi mi gira così.

 

 

domenica 1 marzo 2015

sessanta #01marzo

 

Eccoli, quei giorni di mezzo in cui rovisti fra le cose che sei perché la luce (quella che il cielo schiaccia oltre la tua finestra perché ti grondi addosso dopo aver sbattuto sui muri delle stanze) le accarezza come avessero bisogno di essere raccontate. Quei giorni in cui l’inverno sembra tirare le cuoia, magari per finta, magari poi torna, ma non è in forma, chiama i rinforzi, si attacca all’orizzonte senza coraggio, pare sussurrare alla primavera “Sei più forte di me, mi arrendo”. Lo stesso freddo è un freddo diverso: ti fa venire voglia di cominciare un quaderno nuovo, di sbucciare una mela rossa, di appendere qualche fotografia. Le giuntura sono malinconiche, ammiccano al plaid e una tazza con dentro qualcosa di caldo, eppure vince la luce e lasci le porte aperte e giri la pagina del calendario e inizi ancora una volta, proprio di marzo, proprio di domenica. Conti, perché quest’anno hai voglia di contare, e arrivi a sessanta e ti dici che il lavoro che stai rimandando andrà bene anche fatto domani e provi le punte delle matite sulla carta per trovare il tratto migliore con cui appuntare un pensiero d’amore che prima o dopo regalerai a voce alta e sarà bello stare a guardare la reazione dei rami e delle curve e delle facce. Conti fino a sessanta ed è un numero bello tondo e ti mette allegria, come quel puzzle sulla scrivania che non è nemmeno tuo, ma alla fine lo è, proprio tuo, perché chi lo ha dimenticato qui aveva di meglio da portarsi via. Pensi che non un grammo dei Bene che hai sentito è andato sprecato. Non uno. Anche quelli che poi hai dovuto raccogliere dallo zerbino, che li avevano lasciati lì come si fa con il fango che rimane sotto alle scarpe. Anche quelli sono serviti, perché quei Bene lì ti hanno spinta in avanti, hanno aggiunto diottrie allo sguardo con cui, volente o nolente, metti mano alle cose del mondo perché si ricordino di te, per ricordartele.
Marzo caro, brindare alle tue ambizioni è sempre un piacere. È un piacere ascoltarti ridere, notare le crepe sul tuo calice, quello con cui porgi leggerezza e promesse; intuire la canzone che hai voglia di canticchiare mentre ti spogli per la doccia della sera; lasciarti entrare nelle stanze, negli armadi, fra le pagine dei libri. È un piacere aprirti senza che tu abbia osato bussare. La discrezione è un lusso che tu sai di poterti permettere. Adesso però balliamo e buonasera.

tre

venerdì 20 febbraio 2015

cinquantuno #20febbraio

 

Ci sono i giorni della memoria e c’è la memoria nei giorni.

Ci sono gli anniversari. Ce li segniamo, facciamo i conti alla rovescia, apriamo gli occhi quel mattino lì ed abbiamo la sensazione che ci sia qualcosa di diverso, come un’aria un poco più densa o refrattaria alla normalità, come i colori un poco più marcati o soffici o spolverati. Ci sono i giorni della memoria, dedicati a un evento passato perché ritorni a farci bene o male che sia, purché ritorni, purché non venga dimenticato, purché resti traccia, orma, impronta, fatto, gesto, pedina. Non dimenticare è quello che ci possiamo permettere per fermare un poco la vita, rallentarla un attimo, impararla, volerle bene anche nelle sue distrazioni, nelle sue ostinazioni, nel suo atavico a prescindere da noi.
Ci sono i giorni della memoria felice e tante volte ce ne dimentichiamo. Alcuni li ricordano per due e non ne sentono il peso. Altri non li ricordano nemmeno per se stessi e poi se ne scusano.
Ci sono i giorni della memoria storica e occorrono perché credo serva dare una scrollatina agli animi visto come questo presente tende a intorpidirli.
Ci sono i giorni commerciali della memoria, quelli in cui ricordarsi di amare, di avere la mamma o il papà o il nonno o il gatto pare essere un dovere merceologico anziché un privilegio (io poi adoro approfittare anche di questi,  poiché un’occasione per un pensiero di tenerezza è pur sempre un’occasione, a prescindere da dove arriva).
Ci sono i giorni della memoria del dolore, quelli dei lutti, i giorni in cui tempo fa perdemmo qualcuno o qualcosa, e da quel giorno il mondo se ne fotte quanto prima eppure tu non sei più quello di prima. Sono giorni che non somigliano a nessun’altro, se dovessimo metterci a descriverli per come li sente la nostra pancia. Sono ore e ore di quell’espressione lì o di quell’odore lì che ti colgono all’improvviso e potresti giurare che, a girarti, alle tue spalle troveresti proprio lui o lei o loro con in mano una tazza di caffè da dividere con te. Sono interi quarti d’ora di ricordi scritti a mano, di getto, in bella calligrafia, la bella, triste, ingombrante geografia della mancanza. Sono minuti e minuti di malinconia assurda, vitale, che respira come respira la vita, quando fa freddo e sui vetri resta l’alone del suo stare lì al caldo a guardare il mondo che fuori ghiaccia. Attimi straordinari di domande senza alcuna risposta o con tutte le risposte possibili, srotolate una dopo l’altra dalla voglia di capire, di sapere, di tornare da dove siamo venuti, a dare le carezze che ci siamo tenuti nelle mani, a dare i baci che non abbiamo saputo sciupare di saliva, a dare via tutto quel sentire che non siamo stati capaci di consumare, che abbiamo lasciato nei cantucci del cuore ad aspettare un poi che ora è solo la favola dei se.
Poi passano. Gli anniversari passano e fino a che non sarà di nuovo il loro turno di fotografie e ricami emotivi, la vita sembrerà non avere imparato nulla tanto quanto prima. Invece no. La vita impara tutto se non ci distraiamo. E non distrarsi significa semplicemente (semplicemente un corno) sentirla nelle rughe, tutte, quell’anima lì che una volta all’anno ti bussa ovunque come non avesse avuto, allora, nessuna voglia di andarsene via. Non distrarsi significa consumarlo, l’amore, imparare a consumarlo di baci dati e parole dette e fotografie scattate, portandosele in tasca ogni benedetto giorno tutte le cartoline di gesti che chi amiamo ci spedisce ogni mattina quando si lava la faccia, si gira e ci cerca, cerca proprio noi, fosse anche con un ghigno di dissenso o una parola trattenuta. Non distrarsi significa non sprecare niente, nemmeno il dolore, trovare le teche giuste in cui custodirlo, occhi che non lo denudino, mani che non lo soffochino, gole che non abbiano l’impudenza di ingoiarselo in un solo boccone per poi sputarlo via. Non distrarsi significa tenere la memoria nei giorni, tenere a memoria i giorni: il buono e il cattivo tempo, le aridità e i calori, le noncuranze, gli errori e le mistificazioni, le distrazioni e le attenzioni, i sapori, gli insegnamenti. E cosa ci ha insegnato chi non aveva voglia di andarsene? Che è qui e adesso che si scrivono le cartoline e che sono quelle cartoline lì che fanno la storia e che senza storia, senza cicatrici, senza respiro, c’è ben poco da poter fare o rifare. Se la memoria resta chiacchiere, nel bene e nel male, è solo l’ennesima occasione sprecata. E quelle anime lì, quelle che portiamo nelle rughe, potendo ci prenderebbero a calci nel culo ogni volta che sprechiamo anche solo un secondo di fiato, potrei giurarci.

Ci sono i giorni della memoria e c’è la memoria nei giorni. E c’è tanto di quel silenzio, a stare bene a sentire, un silenzio assordante.

 

 

lunedì 9 febbraio 2015

quaranta #9febbraio

 

Quando lasci fare all’acqua calda e alla pelle, i segreti salgono in bolle verso il soffitto e scoppiano e scoppiando ridono e ridendo tornano al suolo e lì si perdono. Non svaniscono, si perdono e come chi si perde perché pensava ad altro poi ritrovano i calzini e la maglia di lana e soffiano nel vetro e tornano bolle. Fino a che risalgono, riguadagnano il soffitto. E sono ancora i segreti di sempre, nonostante la memoria della caduta.

Un giorno come un altro, di quaranta ore invece che ventiquattro, che un paio ne sono valse due e due o tre anche qualcosa di più. Capita a tutti, almeno una volta, di non sentire il tempo o di accorgersene poi e di avere la netta sensazione che sia stato contato male, che non possono essere solo le sei, quasi le sei di una sera che era già lì da un pezzo, almeno a lasciar dire alle scapole.

Amo come esca come attesa come mani. Amo, voce del verbo essersi, dentro e fuori e intorno; voce del verbo raccogliere, attendere, tirare il filo e cederlo un po’, non perdere la forza e farlo con grazia, la grazia acerba dei frutti maturi.

Ridi, che quando ridi ti ride anche la schiena e diventi musica, una musica calda, leggera. Ridi, che quando ridi ipnotizzi la malasorte e tocca credere ai miracoli, per forza di cose.

Accidenti a te, freddo che freddi le dita dei piedi e arrivi fino al naso e ti prendi le nocche e le unghie e le ciglia. Accidenti a te, che mi costringi a spogliarmi mentre mi copro e mi arrotolo e l’anima è nuda mentre balbetta la sua voglia di mare.

Non deve essere facile nascere principesse, crescere principesse, credersi principesse e poi scoprire, di botto, che anche a ostinarsi principesse la vita aveva una voglia assurda, incontenibile, di metterti addosso i tuoi quattro stracci e lasciarti lì da sola, principessa un bel niente come il resto del mondo che guardavi dal tuo lassù.

Tutto il mio folle amore.

Appendo chiacchiere a un filo di lino e le lascio dondolare come un lampadario di chicchi, di pietre. Le appendo e resto a guardarle e alcune sono prismi e sperperano luce in lame, schegge di senso, di non-senso, fini a se stesse e votate al silenzio che le seguirà. Appendo a un filo qualche minuto di pelle, come fosse ossigeno e serve, ai polmoni serve eccome.

Giorno quaranta – anno dispari duemilaquindici – nove febbraio

40 km - le luci della centrale elettrica

giovedì 5 febbraio 2015

trentasei #5febbraio

 

Eri solo un giovedì come altri. Poi ho scoperto che in sorte ti è toccato essere il trentaseiesimo giorno di un anno dispari e mi è venuto in mente che trentasei è un bel numero, che i mesi del mio trentaseiesimo anno di vita sono stati mesi belli, di grandi cambiamenti, di fotografie che ricordo una ad una, di anime enormi venute a prendere posto nei cantucci della mia animuccia, a tenerla al caldo, a continuare a farlo anche poi, con il senno dei però e la sagacia dei tuttavia. Essere il giorno trentasei dell’anno suona bene e infatti ti è toccata la neve, una bella chiacchierata padre/figlia, un cioccolatino e la nanna presto. Sì, perché c’è stato un tempo in cui la nanna presto era come dirsi addio, dire addio all’urgenza di fiato. Oggi invece la nanna presto è una manna, oggi che il riposo arriva come un regalo e i regali una volta scartati non li si abbandona più in un angolo, ma li si gode, tutti, uno a uno. A partire dalla ruga che mi guarda dal lato sinistro del viso. Ciao, giovedì di corsa, bianco e arruffato, scheletrico e forte. Ciao. Se fai il bravo ancora un paio d’ore la tisana ti parrà un rosolio e domattina non sarai triste ad aver preso il volo.

 

 

domenica 1 febbraio 2015

un uno senza cappello #1febbraio

 

C’è una pozza, se guardi bene. Mi prendo a braccetto e mi ci porto. Il sasso è una panchina. Il sole gioca con il verde del niente lì attorno. Le voci corrono fra i rami, voci di quando non c’è nessuno. Leggo il libro che avevo nella borsa come se tu nel frattempo fossi lì a buttare mattoni dentro alle onde, a costruire una casa di tempo, con la cucina grande e una finestra con sotto un tavolino con sopra una macchina da scrivere. Abbiamo dei panini che lascerò sul prato per la prossima volta che non verremo qui. È tutto molto bello e molto inverno e molto eco, anche i passi non mossi e le fotografie non scattate e le frasi sui biglietti dentro alla bottiglia da dissotterrare. Dentro al libro c’è un disegno disegnato di giorno, con i colori che hanno le facce di giorno, i colori che hanno le mani di giorno, i rumori che fanno i bambini mentre giocano di giorno. È una pozza e come conviene all’acqua riflette il suo pezzo di cielo infinito e nella nuvola viola dietro al salice riconosco un geco, poi un quadrifoglio, poi una mano. L’aria è ferma, senza vento, ed è bella, inverno, eco. Ho fatto bene a portare il plaid e la mia idea di cane e un pennarello. In fondo al libro c’è una pagina bianca e ci traccio l’orizzonte, una bella linea diritta come un uno senza cappello. È solo domenica e poi passa e per i piedi freddi basterà un pediluvio e passerà. Passeremo, anche da qui, da un pomeriggio a prendere luce in un qualche angolo di mondo senza avere il tempo per stare lì ad inventarselo.

 

domenica 11 gennaio 2015

vento #11gennaio

 

Temptation

Non urla. No. Non canta. No. Suggerisce schegge di note. Lo fa da ore ed ore. E da qui, chiusa qui, ascoltarlo è come starsene seduta su una panchina del porto a guardare altrove; come togliere con la mano le briciole di un panino che stonano sui pantaloni scuri; come fotografare una coppia di mani che si cercano in controluce; come sapere che qualcosa cambia, lo fa con perfetta noncuranza dei se e dei ma, cambia e basta, diventa quello che doveva essere, sfacciatamente.
È solo vento e si è preso due vasi e una bottiglia vuota che se ne stavano in pace sul balcone; si è preso un  libro letto in qualche ora e lo ha portato a spasso per il mondo, raccontandolo alle persiane a incuriosire altri sorrisi dopo il mio; si è preso la voglia di mangiare e l'ha sostituita con svariati sonnellini, alcuni sudati di febbre, altri timidi dello stesso sfacciato sogno; si è preso la distanza che oggi si consuma fra i rami e l'ha accorciata, l'ha resa tollerabile.
È vento, solo vento e sfuria via le impotenze, i cappi, i cadaveri, la malinconia, le minacce, i continenti, le pelli, i colori, certi abbracci, gli opportunismi e le opportunità. Non è silenzio, è vento, è altro dal silenzio il vento: lamenta, origlia, ingrassa, sputtana, solleva, lenisce.
Oggi gli devo un grazie, da qui, dal letto sfatto e con le ossa rotte, fermata come senza tempo dentro a un tempo adorabilmente disordinato, stordita dalle cose del mondo, dalle cose della mia casa, dalle cose dell'amore. Gli devo il grazie degli ingenui, che nella bellezza di un cielo primaverile a gennaio riscoprono il piacere del credere alla bellezza, nonostante tutto. Gli devo il grazie dei puri, che abbandonati alla vita, riescono sempre e comunque a volerle bene. Gli devo il grazie degli sbronzi, che con tutto il paracetamolo che ho in corpo forse a farmi una bottiglia intera di cognac avrei messo giù qualcosa di più sensato.
Tanto vale. Intanto lui soffia.
A bientot.

lunedì 5 gennaio 2015

uno nessuno centomila #5gennaio

 

A te, me, noi, voi, lei.
Il bello delle chiacchiere è che possono somigliare a chi ti pare.

Voglio raccontarti di quella sera in cui hai sorriso e nemmeno la luna pareva più solo luna; di quel mattino in cui, svegliandoti, mi hai posato per la prima volta un bacio sulla fronte; di quella notte in cui la tua schiena era fredda e allora anche il mondo sembrava più freddo, ancora più freddo dei pochi gradi che alzavano il termometro fuori dalla stanza. Voglio dire degli asparagi scotti e del riso delizioso che ne viene; delle folate di ilarità che ogni volta seguono le rivelazioni di quel bigolo che vaneggia la domenica sera in televisione; di te che pari babbo natale mentre sali le scale colmo di regali; di un gioco consumato su fogli usati al contrario, a scrivere nomi cose persone animali stelle ecc. ecc. Voglio appuntare l'arancio, quando mi dicesti che ti piaceva e come diventa casa, come ci riesce solo lui; la curiosità di andare a frugare nel passato come potesse salvare da un presente così futuro; le frasi lette via dai libri per dire quelle cose che magari poi ti sembra che i libri le dicono meglio, invece non è vero, le dicevi meglio tu. Voglio cantare ogni tramonto, uno ad uno, guardato e messo a memoria per poterlo confrontare con quelli da guardare insieme; ogni patata pelata perché fatte al forno ne finisci un quintale; la foto dei nostri piedi a mollo nel fiume gelato, che lo sappiamo solo noi e i calli e l'otturatore quello che disse quell'uomo a sua moglie mentre lei arrossiva a ridosso della cascata. Come a segnare la gioia, mica solo la malinconia. Come a schiaffeggiare l'abitudine, a sfidare i poeti, a scrollare la pianta della meraviglia (ha foglia straordinarie, tutte diverse l'una dall'altra). Come a non riuscire a piangere e va bene così, che le lacrime non sempre vengono e quando vengono poi magari era meglio se ne fossero state via (non sempre, solo delle volte). Come a dire che sono felice e dirlo fa bene, punto e basta.
A bientot.