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lunedì 19 marzo 2018

per dire #settantotto #2018

Che io non lo so più per chi scrivo. Una volta scrivevo per lei. Poi ho scritto per me. C'è stato un tempo in cui ho scritto per te perché sapevo avresti letto. Ho scritto per le madri e i padri e per i miei amori. Ho scritto per me, soprattutto per me. Ho scritto qui, altrove, in privato, tanto, forse troppo. Ho fermato attimi, sensazioni, paure; ho ripreso per i capelli salvezze e affetti; ho creduto nel potere del dire, del non nascondere, del parlare la stessa lingua. Ho scongiurato disattenzioni e fughe, distanze e noie. Ho creduto nella poesia come si crede nelle mani. Ho creduto nei miracoli, anche. Qualcuno l'ho pure fatto, garantito. E scriverne voleva essere un modo perché le memorie non si sfaldassero, le piccole cose resistessero, perché tutto non diventasse identico a tutto il resto. E allora forse lo so per chi scrivo. Per me. Ancora e anche per te. Per le madri, soprattutto la mia. Per i padri, tutti. Per gli amori, i miei e quelli degli altri. Per scongiurare le fini e riappropriarsi degli inizi. Per lodare la vita e riempire il silenzio. Per ricordare. Per riaccendere qualche miccia. Per rompere il muro a testate. Per restare in piedi, che in ginocchio non mi piace. Per ridere del niente. Per quantificarlo, il niente. Per dirlo, delle volte. Per rispondermi, rispondere a tutti i percome e a qualche tuttavia. Per ripassare le complicità, i luoghi comuni, gli abbandoni. Per ferire e curare. Per farne a meno. Per sopravvivere. Per scivolarsi addosso. Per ridipingersi, spolverare qualche polaroid, tornare indietro. Per chiedere scusa, chiedere tutto, non accontentarsi più o un pochino meno. Per cercare una reazione, la potenza della pelle che trema, la prepotenza di un gesto giurato e poi smentito. Per dire basta o ancora o non dire proprio niente, più niente. Per capire, chiamare le cose con il loro nome, trovare il coraggio di iscrivere i sentimenti all'anagrafe di quel che sono davvero. Per piangere via qualche lacrima, additare un'ovvietà, ridicolizzare qualche idiozia. Per rendere tollerabile il disamore, le curve a gomito del crescere a stento, le distanze messe, che quelle sopraggiunte sono parte del caso, del caos. Per crederci, ripassare i colori, ripetere le tabelline del bene e del male, augurarsi albe, tempo, pace, passione. Per chiamarti, urlare un nome, afferrare l'eco del mio nome ogni volta che l'hanno urlato. Per farne a meno. Scrivo per esserci, per non sparire, perché sono anche questo, perché mi manchi, per non dirtelo mai più, per guardare avanti, altrove, ovunque. Per tutti i pegni che porto dentro, perché mi occorre, perché c'è tanto spazio, per arredare l'attesa, per inventare ricordi, per dar loro fiato. Perché non ho salvato quella poesia e avrei tanta voglia di rileggerla proprio adesso. Perché non dipendo e se così è parso è stato per errore o per eccesso di zelo. Perché è così e basta. Per orgoglio e per paura. Per dire. 

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