venerdì 23 settembre 2016

Tutto il mondo è paese #luoghicomuni

Tutto il mondo è paese. Mai detto fu più azzeccato. Se sei un attorone o uno sfigato qualunque cambia poco. 
La gente si lascia, buonDio. La gente ricomincia, sacramento. La gente tradisce o semplicemente si stanca di farlo o di non averlo fatto. Laddove c'è un buon rapporto di lavoro o di dialogo o di amicizia non è detto ci sia sempre un amante nascosto nelle mutande. A volte sì e sono problemi dell'amante e delle mutande, in caso. Ci sono amicizie che diventano amore e amori che diventano odio e sentimenti che niente erano e niente restano. Qualcuno decide e qualcuno no. Uscire da un rapporto non significa sempre fuggire dalle responsabilità. Delle volte significa proprio il contrario. Ma possibile che tutti, ma proprio tutti, invece di guardarsi in casa (e nelle proprie mutande) e tenere i giudizi al guinzaglio, siamo qui a sputare sentenze su chi ha tradito, come e quando; sul come avrebbero dovuto o potuto fare; sui perché e i percome? Ma un paiolone di fatti propri mai?
Ci resto basita. Gente che riporta notizie o se le inventa o le viviseziona come se guardare dal buco della serratura nella vita degli altri fosse l'unico ossigeno che conosce. Ma lo vogliamo dire o no che dal buco della serratura si vede solo un cono, e pure striminzito, della vita altrui? E spesso è un cono d'ombra quindi ti tocca inventarti profili e colori.
Dev'esserci qualcosa che cura il proprio senso di vuoto o le proprie cicatrici nel farsi portatori malati dei cazzi degli altri senza aver nemmeno, il più delle volte, aver verificato le fonti.
Cosa vuoi dire a due che si separano e decidono come comunicarlo ai figli? Saranno fatti loro? Cosa dovevano dire per farvi felici: le/gli si è inflaccidito il culo e quindi non la/lo voglio più? È questo il genere di dichiarazioni che calmerebbero i pruriti mediatici e da cortile? Come se l'esaltazione della cattiveria rincuorasse. Come se la nudità degli altri coprisse la tua. Mah.

Stesso discorso, del mondo che è paese, quando si tratta di vendere lucciole per lanterne. Premesso quanto sopra, sottolineato che tutto scorre e non si è mai ben capito chi è che ferma cosa quando si tratta di darsi pace e costruire, evidenziato che nessuno può permettersi alcun mai quando si tratta di affetti e gesti; consapevoli di tutto e anche di tutto il resto, quando impareremo, almeno nell'ambito del talamo, a non prenderci per il culo? 

Perché sarebbe cosa buona e giusta se ricominciassimo a considerare le cose in base alla loro importanza, sia in relazione al mondo, sia in relazione a chi fa (o faceva) mondo con noi. Un briciolo di onestà intellettuale non guasterebbe affatto, in nessuno dei due casi. Si chiama semplicemente rispetto, ma delle volte pare faccia paura dirlo. 

In soldoni: 

1) non sei tenuto a giustificarti con il mondo se la tua vita sentimentale è al capolinea e magari non sai nemmeno come ci sei arrivato; il mondo non ha il diritto morale di farcire la torta della tua vita di cacca giusto perché almeno così non si parla della marmellata di escrementi che farcisce la sua; 
2) magari insegniamo al mondo come ci si comporta evitando di ridicolizzare i sentimenti di chi abbiamo davanti almeno in casa nostra (sia che tu te ne debba andare e invece volevi rimanere, sia che tu abbia tanta voglia di andartene e non sai più come fare perché l'altro lo capisca). 
Ci sono mezze verità che salvano vite intere e cose taciute che spaccano tutto, giudizi che aiutano e bugie che occorrono, sincerità che nascondono e umiliazioni che rivelano. Nel mezzo c'è sempre il buonsenso. O dovrebbe esserci. Facciamoci un conto.

martedì 13 settembre 2016

#duecentocinquantasette #13settembre

È tutta questione di curanze e noncuranze. Tutto è riconducibile all'aritmetica delle attenzioni e delle distrazioni, a come le parentesi di certa algebra del sentire ti si chiudono attorno. Le parentesi possono ingabbiare o proteggere, occorrerebbe tenerlo a mente sempre, ma tant'è. Ci sono esseri umani che fanno dell'incuria il proprio personalissimo teorema; altri che la soffrono, ma faticano nel dedicarla; altri che la camuffano, in un costante carnevale di recriminazioni che hanno la stessa consistenza del fiato, quello sprecato. Alcuni portano la croce delle curanze quasi dovessero pagare dazio al destino per averli fatti tanto cari ed esposti ed infine martiri; altri le svendono, le cure; alcuni nemmeno sanno dove stanno di casa. Le relazioni si creano, resistono, si autodistruggono, risorgono grazie e solo grazie a un qualche equilibrio fra questi due opposti: curanze e noncuranze.  Capita a ciascuno, prima o dopo: ci si ritrova una volta dalla parte di chi ignora una noncuranza per prendersi cura di qualcosa in cui si crede; la volta dopo dalla parte di chi non onora il valore di una cura per distrazione o boria o smania di un qualche tuttavia. Capita di dare e di prendere, sempre, che sia una sberla che sia una carezza. Non è prevista immunità, per nessuno. La buona regola della colpa (o della verità) che sosta sempre nel mezzo è un'applicazione delle graffe della vita, che ti cura o ti malcaga esattamente come fai tu con il prossimo: a sbalzi, come le viene, senza metodo, un po' per ciascuno, a seconda delle stagioni però con una semplicità imbarazzante. Il segreto è non confondere mai la semplicità con cui la vita sembra prendersi gioco dei conti (quelli che pare non tornino mai e invece poi tornano sempre) con una qualche forma di faciloneria o banalità. Semplice non significa superficiale. Semplice significa semplice. La vita nel suo disordine è ordinatissima, semplice. Molto del caos che ci devasta il sentire è causa nostra e basta, del come ci vediamo nel mondo e del peso che diamo alle nostre curanze e noncuranze: le nostre azioni sprigionano spesso faciloneria o superficialità, solo raramente semplicità, altrimenti non si spiegherebbe come ognuno di noi sia convinto di avere in mano le chiavi del paradiso dei puri e poi quella serratura lì non c'è verso che si riesca ad aprire. Mettiamo e togliamo, tutti. La colpa sosta nel mezzo, sempre. Siamo in fila davanti alla stessa porta e bussiamo, augurandoci che qualcuno apra. Siamo tutti chiusi fuori. Facciamoci un conto.



domenica 26 giugno 2016

#centosettantotto #26giugno


Mio padre ricorda ciò che può, non ciò che vuole. E delle volte credo farebbe volentieri a cambio con chi invece ricorda ciò che vuole, ma non è questo il punto, non oggi. Si mette lì e quando gli gira dalla parte giusta si mette a raccontarti storie che non ti aveva mai raccontato, storie che chissà dove va a ripescare la sua testa con dentro un buco. Perché nella sua testa c'è un buco: non un buco vero, fisico, ma un buco spazio temporale che non c'è verso di rimettere in bolla con l'andamento delle cose e di come scorrono. Eppure se lo lasci parlare quando è lì con la canna pucciata nei ricordi e i ricordi abboccano, qualcosa la impari sempre. E son sempre cosine che ti si infilano fra le costole e non c'è verso di uscirne senza che tutto lo scheletro poi ti faccia male. Non si ricorda (e vorrebbe farlo) quali materie preferivi a scuola. Non si ricorda (e vorrebbe farlo) come diavolo ci è finito su quella sedia con le ruote che oramai è la sua casa. Non si ricorda (e vorrebbe farlo) come mai siamo qui a contare le briciole per fare finta che alla fine è una pagnotta. Si ricorda di episodi di un lavoro duro e disumano, toccato a lui come fossero tre uomini in uno, episodi dai quali sempre esce una piccola favola in cui l'ultimo uomo calzino del cantiere alla fine invece di lasciarlo a dormire fuori al freddo - laddove era destinato a dormire - se lo teneva in camera a dormire con lui; una ninna nanna la cui protagonista è una puttana che lo ringrazia perché di nascosto gli lascia fare la doccia nel suo bagno prima di tornare a fare la puttana nei corridoi senza cesso di posti assurdi; uno scioglilingua fatto di capre e panche, dove le capre sono persone e le panche mestoli di verze in brodo che a chiamarli pasti gli viene ancora da ridere. Si ricorda che le mani non gli facevano male, che le cose si facevano perché si dovevano fare. Non si ricorda (e vorrebbe farlo) i nomi e i cognomi di chi lo ha costretto a vivere tre vite così: non una, tre. Non si ricorda che sui muri non si disegna con i pennarelli, che non ci si deve arrabbiare per un errore di valutazione sulla lista della spesa, che delle volte basta un sorriso per andare avanti. Però poi si ricorda di dirti che ti vuole bene. Non si ricorda certi verbi, poi però ti accorgi che non sempre servono. Non si ricorda tutto, delle volte solo qualcosa, ma se una cosa è ingiusta lo ha sempre saputo e non l'ha ancora dimenticato, questo non lo dimentica. Si ricorda (e a volte non vorrebbe) la solitudine, la sua, una solitudine che non si è guadagnato, che non aveva voglia di pagare in contanti, eppure è lì, è tutta di proprietà e non viene nessuno a dirgli che non ha fatto un cazzo per meritarsela. E si ricorda alcune persone in particolare, non tutte, ma alcune sì e spesso sono quelle che aveva stretto fra le braccia gratis, perché gli era venuto così e adesso si guarda le braccia e sono lì, secche, macchiate e vuote. E poi ti dice di scusarlo se a chiacchiere ti ha fatto perdere del tempo. E nel momento esatto in cui si scusa per aver pescato una trota ricordo di venti chili tu ti alzi, gli sorridi e gli dici che hai da fare, che vi vedete dopo, perché piangergli in faccia sarebbe una cosa difficile da spiegare: il motivo del tuo magone è lì fra le cose che lui non può ricordare e non si piange per una pesca miracolosa ed è meglio stendere il bucato subito, prima che poi puzza.
A bientot.


venerdì 13 maggio 2016

centotrentaquattro #13maggio2016 #stupori



Ora, succede che entro in camera da mio padre oggi alle tre e quarantacinque minuti e ne esco alle sei (minuto più, minuto meno). Che chiacchierare con lui è bello e delle volte la vita ti toglie il gusto di farle, quelle quattro chiacchiere. Sarà che l'ospedale ha un suo fascino dannato e abominevole che stimola quel farsi compagnia che poi a casa ti sembra una cosa da potersi rimandare. Sarà che abbiamo passato giorni di cacca purissima e alla fine ti incazzi proprio con chi la cacca la mangia con te, non con chi mediamente se ne frega della tua cacca. Sarà questo o quello, non saprei dire, ma queste due ore m'hanno restituito mio padre più giovane di dieci anni. Fiducioso, attento, capace di chiedere come diavolo stai e, su tutto, bello come il sole. Lo guardavo e aveva dieci anni di meno. Sarà la chimica, sarà quel che deve essere, ma pochi giorni di degenza e, trac, rieccolo IL bigMolt. Il tagliando gliel'hanno fatto per bene, a 'sto giro. Io poi non saprei domani cosa può succedere, ma oggi è stato bello e me lo voglio ricordare e lo faccio così, fermando un giorno come gli altri in quattro righe di niente, ascoltando una canzone che non ascoltavo da tempo, pensandolo immortale, spalmato di sfrontatezza, perché per sopravvivere a una quantità di sfiga come quella che gli è toccata in sorte o sei uno sfrontato senza fronzoli o un alieno. Propendo per il pensarlo alieno, ma solo perché un poco più poetico e perché essergli figlia mi risulta così un filino più cinematografico. In ogni caso, meglio un giorno da alieni che dieci da. (A ognuno il proprio termine di paragone).
Abbracci&Baci.





domenica 1 maggio 2016

centoventidue #1maggio2016 #imperfezioni

Che poi magari avevi anche fatto della fatica, così, per cercare di somigliare di più all'idea di perfezione che volevi regalare. Ti aveva punto lo stomaco quel disincanto che sentivi venirti addosso. E allora hai fatto delle cose, magari piccoline, non straordinarie, ma forti, tue, continuando a coltivare quel seme di fiducia quasi atipica nell'unicità di un darsi senza se e senza però. Accadeva la vita e tu cercavi di rimediare ai danni che tuo malgrado avevi esploso addosso al tempo. Ma il rimedio non serve se non c'è uno sguardo che lo coglie. Il rimedio allarga il buco se continuano a pioverci dentro le stesse diapositive, quelle degli errori, quelle foto di definizioni di lemmi cui è possibile dare interpretazioni diverse e se alle cose si danno significati diversi non possono diventare colla, c'è poco da fare. Che poi tu, di tuo, una volta affrontata la questione la ritieni risolta. Ritieni che snocciolare i perché e i percome serva a denudarli e una volta nudi è più facile contar loro le costole e capire se sono sempre adatte a suonare quella musica lì che chissà per quale motivo s'è presa una pausa da stagione di mezzo. E, sempre di tuo, animaccia che si tortura di domande e ne viene fuori divisa in due, ti metti lì a contare, a cantare, a stringere. Ma il mondo c'ha il sapone addosso. Il mondo scappa via, tace, dice quel che ne ha voglia, rimugina, si giustifica, rimbecca, fa come può. Tutto questo fare come si può, miracoloso e umanissimo, delle volte si traduce in grandi pacche sulle spalle che ci diamo da soli, quando invece la pacca sulla spalla migliore è quella che viene da un amore che non sia il nostro per noi stessi. Ma cos'è tutta quest'ansia di non essere capiti mai? Cosa diavolo ci dice il cervello nel momento esatto in cui prendiamo a calci nel culo proprio le cose, le sole, in grado di decorarci lo stare al mondo e di farlo come si deve? Ma dove l'hanno scritto e chi l'ha scritto che quel benedetto primo passo del cazzo lo devono fare sempre gli altri? Ma com'è che i miei errori sono valanghe che lasciano voragini e quelli degli altri invece sono cose che capitano, cosa vuoi farci, e le esperienze e la paura e la delusione? La storia del cane che si morde la coda non è una chiacchiera da bar. La storia del cane che si morde la code è una storia densa e foriera di dannazioni. per tutti, ma proprio tutti tutti. In amicizia, in amore, ovunque, sempre. Eppure ci gongoliamo dentro, ognuno cane a modo suo e coda quando serve. E poi ogni tanto è domenica e oggi piove e comincio ad avere fame e magari mi faccio un altro caffè. Indossare l'imperfezione con classe è un lusso che non tutti possono permettersi, altro che balle. Regalarsi l'inganno di riuscirci, ogni tanto, fa bene. Tutto il resto è come il fiato: fino a che ce n'è va bene così.



domenica 27 marzo 2016

ottantasette #27marzo2016 #BuonaPasqua

A chi perdona e a chi non gli riesce. A chi gli si spezza il cuore e poi rompe anche il tuo. A chi il suo meglio dipende da te e a chi invece no. A chi indica la luna e poi si cura il dito. A chi perde la vista e non si rassegna a sbattere contro i muri; a chi ci vede benissimo eppure i muri li prende in faccia uguale. A chi crede che si cura tutto e a chi ha paura delle cicatrici. A chi ama come gli viene e lo spazio è quello che è. A chi non sa essere due cose contemporaneamente e a chi invece non fa altro che provare ad essere ogni maledetta cosa. A chi giudica e a chi invece non lo fa. A chi la memoria lascia buchi enormi, ma solo quando conviene. A chi ricorda tutto e poi non serve a granché. A chi sperava e non smette. A chi sperava e si sente un coglione. A chi il dito che indicava la luna se l'è fotografato. A chi ha capito che preferiva sedersi davanti. A chi pelerà le patate da cuocere nel forno e a chi le mangerà senza domandarsi come abbiano fatto ad essere senza pelle. A chi giustifica tutto, ma solo se gli conviene. A chi non giustifica niente perché non sono le giustificazioni a servire. A chi non crede in niente di niente e poi scopri che ha più fede di te. A chi ti guarda dritto in faccia e ti confida un segreto e si riparte da lì. A chi crediamo di dover proteggere e invece ci stanno proteggendo loro. A chi non cresce. A chi nasceva qualche anno fa e a chi invece proprio oggi. A chi il mondo è un puntino e cosa vuoi farci e a chi invece è troppo grande e hai voglia a correre. A chi respira e non gli viene bene manco per se stesso. A chi respira e lo fa per due, a prescindere. Buona Pasqua e tante care cose. Che la resurrezione è una cosa rivoluzionaria, ma con la scusa che tanto poi in caso c'è sempre l'anno prossimo non ce ne rendiamo più tanto conto.



martedì 8 marzo 2016

sessantotto #8marzo2016


Stamattina mio padre mi ha fatto gli auguri. Era triste poiché è oramai qualche anno che non gli riesce di decorarci la vita con i doni delle occasioni: la rosa a San Valentino, la mimosa alla festa della donna, piccolissime cose che il tempo tende a svuotare di senso, ma che lui ha sempre saputo rendere eccellenti modi di esserci. ‘Ché i suoi hanno sempre voluto essere dei grazie detti in quel modo lì, colorato e profumato, che a dire grazie con la bocca non gli riesce bene. Però è grato. È un uomo grato alle sue donne, lo è da sempre. Grato di quella gratitudine sana e anche un filino paracula che rende bello sapersi diversi, vivi, complementari, necessari l’uno alle altre. Grato di quella gratitudine che ti permette di perderti su fiumi di rabbia quando la vita naufraga e non ti caga di pezza, piuttosto ti travolge, delle volte ti schiaccia, spesso ti lascia in mutande a guardare calare la notte delle occasioni perdute, poi però ti scappa un sorriso e accorrono gli occhi a spalare via il letame e a far sbocciare su quello che resta un fiore nuovo, nuovo ogni volta. Siamo in tre, qui, un uomo e due donne, ma non si è mai sentito solo, mio padre, nel suo essere l’unica baracca di testosterone in famiglia. Io non lo so da dove mi sono venuti i modi da portuale, la prepotenza dei bicipiti , quel prendere le cose di ghigna come in mano avessi sempre chiodi e martello, come se la guerra bastasse il coraggio per vincerla. Forse da lui, dal dovergli resistere accanto, dal bisogno di parlare una lingua che fosse nostra e non solo mia, dalla paura di non essere abbastanza nemmeno a furia di fare e fare e fare, dall’urgenza di lasciarle seguire ad altre le strade che la mia pancia voleva fatte anche per me. Forse da un ingenuo bisogno di affrancarmi da quell’essere moglie e madre senza via di scampo, dal doverlo essere, a prescindere. Forse per essermi fratello in tutto il tempo speso a fare altro. Forse per salvarmi. Ma che ne so. Quello che so è che gli uomini mi piacciono, con tutte le incoerenze che si portano addosso, con le loro debolezze, con quel modo nostrano di difendersi, di alleggerire le cose, di complicarle per poi dimenticarle. Mi piace somigliare un po’ a qualcosa che mi piace. Mi piace covare dentro le due facce della medaglia, proprio come ha sempre fatto mio padre.  Poi delle volte mi fanno paura, ma questa è un’altra storia. È la storia di uomini che confondono l’essere maschio con l’essere bestia e vorrei solo che quegli artigli la smettessero di strangolare le carni e le vite di troppe donne, mogli figlie madri meno fortunate di me. I miei uomini invece io un pochino li ho emulati e se quello che di mio somiglia a loro in certi occasioni fa sorridere, meglio così. Del nonno per esempio salvo ogni giorno la leggerezza, il rispetto e il barlume con cui sorrideva alle signore, con cui sapeva vivere nel mondo senza troppa paura, bello come un Dio e ferocemente alla mano. Io quella bellezza lì non ce l’ho, ma quella calviniana leggerezza l’ho rubata dai sui muri e appesa ai miei e cerco di salvarla quasi con ostinazione dagli sguardi che non la possono, non la vogliono comprendere. Insomma, se mi piace la donna che sono è anche perché c’è tanto maschile in me. Accanto alla resistenza e alla grazia (sì, si chiama così, c’è poco da ridere) che mia madre mi ha innestato fra le costole, respira colei che da ragazzo remava sul fiume come non ci fosse un domani, che da uomo ci ha messo mesi, spesso, per piangere via il dolore ‘ché non si poteva, non c’era tempo, cosa vuoi che cambi. E mi piace la donna che sono. E mi piace esserlo così, che delle volte sembro mio fratello, solo delle volte, e così sia, che mio fratello, a dirla tutta, è una gran donna.

P.S. grazie Valentina.