domenica 12 maggio 2013

il gesto che cura

 

Sei le mani che avrei voluto tenere fra le mani. Sei la voce buona di una canzone rotta. Sei il pudore spudorato del rosa quando tinge i tramonti a guardarli dal mare. Sei lo spacco della gonna che indossano i minuti. Sei il caldo, ma non l'afa. Sei il momento esatto in cui la sera diventa notte e i sogni iniziano a marciare sotto la pelle. Sei la faccia dell'uomo che hai scelto ogni volta che a pensarti una ruga lo ingentilisce. Sei la scuola, quella bella della polvere di gesso e delle lettere scritte a mano in lunghe file sbilenche. Sei il silenzio che riposa. Sei uno schiaffo che rimette in piedi. Sei la pazienza e le sfide, tutte. Sei il gesto della spazzola che cura i capelli. Sei l'amore gratis e la marmellata messa via in vasi piccolini. Sei una promessa disattesa e proprio per questo mantenuta. Sei la grammatica di un tempo che pare infinito, la sua geografia a carboncino, i contorni ripassati a china, la mania dell'ombra lasciata dalle nuvole sui prati, d'estate. Sei. E sarai sempre. Anche a non averti. La mia cicatrice e come un orgoglio. La mia mamma che non è mai invecchiata e allora io invecchio anche per te.

 

mercoledì 1 maggio 2013

il tuo dannato ballo

 

Ha danzato. C'è stato un momento in cui la vita mi ha danzato addosso con la grazia e la prepotenza proprie delle maree. Ha danzato, arrossiva, non temeva nulla. Ha mosso i fianchi, spudorata e sottile. Volava, potrei giurarlo. Ha volato, potrei raccontare i colori delle cose viste dall'alto. Un filo sottile la teneva attaccata alla coscienza e ai doveri, mentre non smetteva di danzare, non un minuto soltanto. Non un solo minuto. Corpo sì, corpo no. La musica erano la leggerezza e un senso primitivo di liberazione. Canzoni imperfette e traballanti, ma lei ci ha danzato sopra. Poi l'unghia ha graffiato il disco. Poi il disco è stato messo a riposare per un po'. Poi la polvere ha sporcato la puntina. Poi è saltata la corrente. Poi è tornata la corrente e lui era lì, un vecchio disco pieno di musica e di graffi. Trovare un panno umido come un abbraccio, questo occorre fare. Levare la polvere, con pazienza, e dal disco e dalla puntina. E se la musica è la tua musica la vita si rimette a danzarla. Se non lo è non c'è verso. Se è la tua musica, ci danzi sopra con grazia foss'anche che la pianta dei piedi l'hai lasciata chissà dove prima di arrivare lì. Se è la tua musica, prima o dopo vince sul rumore. Se non lo è hai voglia a ricamarci sopra parole e rime, a levare via polvere. Non gira. Puoi davvero fare del tuo meglio, ma lei non gira. La tavola non te la apparecchia. Ti tocca mangiare dalla padella e non c'è mai il pane per fare la scarpetta. Puoi aver pensato che ti calzasse bene, ma era la ciabatta di qualcun'altro e lo scopri sempre quando oramai l'hai già sformata col tuo piede. Siamo ostinati; volenterosi, inscatolati e ostinati. Hai contribuito al disordine dell'universo, hai lasciato cadere il tempo dall'orologio, hai ammonticchiato stagioni, eppure gli strumenti non si sono accordati: ti ha sempre lasciato un po' così quella stonatura di fondo, come quando vai a letto e i sogni ti svegliano, ma tu non sei capace di raccontarli. Poi ti accade di ascoltare la musica giusta e di vedere la vita che ci si agita sopra, come volasse, e non ti riesce più di tollerare la stonatura di fondo. Poi magari resti anche lì e balli la tua danza zoppa per abnegazione. Ma la tua vita ha danzato la sua danza meravigliosa, ora conosce i passi e il respiro che li segue e se ci pensi c'è davvero poco, credo niente, bello come quel ballo lì. È fatto di sgambetti, di pause, di abbracci e di silenzio. È imperfetto e umorale. Ma è il tuo dannato ballo e se te lo chiedessero, anche a tradimento, in questo preciso momento, sapresti raccontarli i tuoi sogni, tutti, uno ad uno. Alla fine anche la ciabatta che hai sformato è la metà di una coppia di ciabatte. Da qualche parte, dico io, ci sarà l'altra che la reclama. M'auguro. Auguriamocelo. Reclamiamoci. Che magari la vita in generale danza in eterno, noi invece, in particolare, no. Per dire.

 

 

mercoledì 20 marzo 2013

Fra due giorni è Natale

 

Fra due giorni è Natale. Ho portato un libro, come sempre, ma non riesco a leggere. Mi deconcentro. Fra due giorni è Natale e io ho voglia di primavera. Guardo fuori da questo benedetto finestrino e mi fischiano le orecchie di primavera. Dev'essere che rielaboro a modo mio il bisogno di vacanza. Verona è bella anche d'inverno, ma io ci sono nata in primavera. Forse per questo quando torno verso casa mi vengono certe paturnie. O forse è perché sono del segno del Falcone, dicono i Maya: sono una donna molto esigente, dal carattere difficile, che ama la raffinatezza. Cosa c'è di più raffinato di un bocciolo in fiore? Tutto torna, come mi piace pensare. Chissà se s'accorge che indosso ancora l'ametista... Sarà tardi, come al solito. La notte fonda di Milano e lui non mi vedrà nemmeno. Un abbraccio, due chiacchiere, la macchina e via andare. Uff. Però mi aspetta, è questo quello che conta. Mi aspetta sempre. E cantiamo, cantiamo ogni volta. Se alla radio passano la Nannini rideremo su "camera a gas". Se passano Vita spericolata abbasseremo i finestrini. Ognuno ha i propri riti ed è bello così. Prima o poi però lo bacio, o la chimica mi perde di significato. E se lo baciassi stasera? Dai, Vale, smettila, smetti! Leggi Orwell o prova a dormire. Parole e sogni ti rimettono in bolla i sentimenti, lo sai. Sono le sette. Hai ancora tempo...

Ho pensato a Valeria*, 22 anni, seduta accanto ad un finestrino sul rapido 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano la sera del 23 dicembre 1984. Alle 19:08 il suo destino si sarebbe interrotto. Non poteva saperlo. Non lo potevano sapere Giovambattista, Anna Maria, Angela, Susanna, Lucia, Anna, Giovanni, Nicola, Pier Francesco, Luisella, Carmine, Valeria, Maria Luigia, Federica, Gioacchino, Abramo. Cosa Nostra ha messo la morte ad aspettarli in una galleria e loro non lo potevano sapere.  Ho pensato a Valeria per via di questo evento organizzato in occasione della giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Partecipate se avete un profilo facebook. O trovate un modo per aderire. Ricordare ha smesso di essere un semplice diritto: RICORDARE È UN DOVERE. Per cambiare la storia occorre conoscere la storia e scegliere, a voce alta, da che parte stare.

*Valeria Moratello (1962 - 1984)
Nata a Verona il 6 marzo 1962. Studentessa universitaria.
Vittima nella strage sul rapido 904 Napoli-Milano, a San Benedetto Val di Sambro (BO), il 23 dicembre 1984.

Alle 19.08 del 23 dicembre 1984, il treno rapido 904 proveniente da Napoli fu squassato da una esplosione violentissima mentre si trovava all'interno della galleria di San Benedetto Val di Sambro (BO), la "galleria degli Appennini", nei pressi della quale - dieci anni prima - si era consumata la strage sul treno Italicus. A causare la detonazione fu una carica di esplosivo radiocomandata, collocata su una griglia portabagagli mentre il treno era fermo alla stazione di Firenze. L'esplosione provocò nell'immediato quindici morti e circa trecento feriti. A distanza di qualche tempo e per conseguenza dei traumi allora subiti, i morti saliranno a sedici.
Dai processi e dalle relazioni della Commissione parlamentare d'inchiesta è emerso essersi trattato di una strage la cui ideazione ed esecuzione erano state il frutto di un intreccio di interessi e legami coinvolgenti, a vario titolo, criminalità organizzata comune e criminalità mafiosa. Dalle sentenze, è emerso con particolare chiarezza che la strage era stata organizzata da esponenti di vertice di Cosa Nostra per «allentare momentaneamente la morsa repressiva e investigativa» cui la organizzazione veniva sottoposta a seguito degli «effetti devastanti prodotti dalle rivelazioni» di alcuni collaboratori di giustizia, ai quali «gli inquirenti davano credito» emettendo «centinaia di provvedimenti restrittivi». «Di fronte a una situazione nuova» e per essa «destabilizzante», «Cosa Nostra» dovette ricorrere alla violenza indiscriminata propria dello stragismo terroristico, e «in tal senso non fu priva di significato la scelta della galleria degli Appennini, in quanto luogo storicamente scelto dalla eversione di destra (secondo il comune sentire) per i suoi attentati».
Appartenenti ai diversi versanti criminali saranno individuati e condannati per la strage o, talora, per i reati che, nel corso delle indagini, a essa si erano collegati (come quelli riguardanti il  procacciamento dell'esplosivo).

[In La strage del rapido 904, di Alexander Höbel (2012) ]

 

 


 

sabato 16 marzo 2013

[ko'radʤo]

 

Ci vuole coràggio. Molto. Il coràggio di dire, di tacere, di fare, di fermarsi, di trattenere, di lasciare andare, di osservare, di ri-cercare, di ri-cominciare, di r-esistere. Ci vuole coràggio ad amare ed anche a smettere di farlo o a non innamorarsi affatto.
"Coràggio! fatti coràggio! E adesso sputa! sputa! sputa tutto che magari ti aiuta" (Trenta, Virginiana Miller)
"Qualche volta il coraggio si presenta soltanto nel momento in cui non si vede altra via d'uscita." (William Faulkner)
"Coraggio ce l'ho. E' la paura che mi frega. " (Totò)
Ci vuole coràggio se brancoli nel buio, se ignori la complessità della macchina e la semplicità degli ingranaggi, se non sai scegliere un sapore preferito, un colore preferito, la vita preferita: ci vuole il coraggio dell'indecenza, quello dell'ignoranza, della paura, dell'alibi.
Ci vuole coràggio se alzi la testa, se ti impari, se ti scegli: ci vuole il coràggio della solitudine, quello della notte, dei rivoli di mare, della fatica.
In ogni caso, tocca essere coraggiosi o sarà tutto un gran fracasso di parole, di rivelazioni, di corpi e niente di niente finirà con l'aver lasciato un segno. Tocca essere coraggiosi per dirsi la verità, di qualsiasi verità si tratti, per guardarla nella faccia e non dover abbassare le ciglia, per sostenerla, saperla difendere, non trovarsi un giorno a singhiozzare per averla presa per il culo.
Ci vuole del coràggio, anche, per mettersi lì e predicare bene mentre stai razzolando tanto male da far ridere financo il caso; per impalarsi sul pulpito del dolore altrui elargendolo come fosse una preghiera autografa che ti sei sognato la notte prima; per crederti salvo, salvato dal tuo stesso destino di schiaffi e di un unico, solo, pronome personale soggetto.
Insomma, sempre di coràggio si tratta. Nel bene e nel male. A farne buono o cattivo uso. A lasciar pendere l'ago della bilancia verso il piatto della sfrontatezza o verso quello della misura. Si creano gli insiemi, i sottoinsieme e le intersezioni. Ci si incrocia, ci si osserva, ci si sceglie e poi magari ci si butta anche via. Solo una cosa credo di aver davvero capito: non si può avere sempre ragione, i vent'anni sono belli a vent'anni e, chiedo venia, ma non puoi vendermi perle come se il porco fossi sempre io. Questo non si chiama coraggio: questa si chiama cecità.
A bientôt.

 

martedì 19 febbraio 2013

di una bellezza devastante

 

La vita non ti aspetta. Lei passa. Che tu sia fermo all'angolo o corra nel trambusto delle strade, lei passa. Ed è il suo bello, alla fine. Provi a fermarla, a ridurla all'osso di qualche fotografia, ad azzopparla di parole, a infiocchettarla di regali, di silenzi: lei continua a passare. Puoi abbandonarla, ignorarla, mentirle, raccontarle storie straordinarie: lei ti guarda, se ne ha voglia ti sorride e continua a passare. È una certezza, questo eterno naufragio. Devi solo scegliere se salire sulla barca o restare a fantasticare sulla sua scia. Puoi avere o non avere carattere, puoi essere o non essere di buon umore, puoi credere nelle mani o no. Puoi avere paura o non averne, ritrovarti ad accendere il fuoco con i sassi o avere sempre a portata di mano un accendino, tremare per l'idea che ti sei fatto di buona o cattiva sorte oppure essere un guerriero del caso. Puoi una somma infinita di opzioni, fronzoli, sfumature, galere, concetti e preconcetti: lei passa e sarà sempre vestita ammodino. Conosce la grazia e la sfacciataggine, la biancheria delle sere d'amore e le mutande di lana, ma è come indossa i colori a fare la differenza. Potresti prenderla per una stracciona qualunque, ma a guardare bene scopriresti che sotto al pantalone logoro indossa un paio di calze di seta rossa, proprio lo stesso colore dei tramonti; che la sua giacca rattoppata nasconde un gilet di velluto a coste sottili, blu, proprio lo stesso colore del mare. Ama il pane fresco e le cose semplici, la marmellata di mirtilli e il colore verde, le invenzioni e i poeti. Perché dovrebbe aspettarti? Per sorbirsi il tuo circo di scuse, le tue ostinate paranoie? Ama le cose semplici e in virtù di questo amore non si spreca, non si incazza, scivola via. Inutile mandarle dei fiori, non saprebbe dove metterli. Lei passa ed è di una bellezza devastante. Nonostante tutto. Di una bellezza devastante...

 

domenica 13 gennaio 2013

Cinque desideri

 

cinque desideri 2013

Cinque desideri per questo nuovo anno nuovo
(Grazie Zelda cara, sempre).

Inseguire la lanterna rossa, in volo
(proteggerla, coccolarla, avere fiducia in lei - scompare fra le nuvole, ma continua a volare)
Desidero proteggere, coccolare, avere fiducia nell'Amore, nelle mani che sanno dare all'Amore una forma e poi proteggerla. Soprattutto nelle mani che sanno proteggerla.

Ri-Cercare gli Altrove che salvano
(quelli vecchi e qualcuno nuovo, con gli occhi e il cuore bene aperti)
Desidero viaggiare, continuare a farlo, per tornare ai miei luoghi e alla mia gente, per scoprire qualche altro pezzettino di mondo (magari è lì e aspetta proprio me, voglio proprio scoprirlo)

La Bellezza, prima di tutto
Desidero difendere la Bellezza dalla polvere della storia di dovere e accidenti che è la mia quotidianità. La Bellezza delle piccole cose, la loro fragranza, le sfumature, i sorrisi, certe carezze, l'onestà; la bellezza salvifica di certe note, di certe immagini, i fuochi d'artificio, fotografie, attimi, dialoghi surreali, abbracci, quello che accade all'improvviso e devi essere attento per non perdertelo, farsi un bagno caldo una volta in più e accendere candele, mettere fiori agli angoli delle cose, salvare l'arancione da sguardi inopportuni.

Parole Parole Parole, ma solo quelle buone
(magari scritte a macchina)
Desidero leggere e scrivere molto, consumare il rito della lettura e della scrittura quasi come fossero una bulimia salvifica, di qualità. Desidero imparare dalle parole degli altri e non buttare nemmeno una delle mie. Nemmeno una. Voglio provarci davvero.

Non avere paura dei cambiamenti.
Un po' di paura me la concedo, però desidero non ritrovarmi vittima della paura. Tutto qui. Di qualsiasi cambiamento dovesse trattarsi.

Centro

 

Faccio la punta alle matite. Provo a smaltarmi le unghie (o quello che ne rimane). Riaccendo il fuoco sotto alla caffettiera e userò un'altra tazza, 'ché quella di prima era per il risveglio, questa è per ricominciare una volta di più. Alzo il volume e provo a cantare in rima con l'intonazione che la canzone ha tutto il diritto di pretendere. La voce vinta dalla sigaretta esce rugosa, eppure ha qualcosa di così vero questa grinzosità che finisco con il volerle bene. Il collo è a pezzi e lo amo così. Una pastiglia ancora e anche le vertebre avranno la loro domenica di pace. La protezione di queste quattro mura delle volte è quello che ci vuole. Questione di equilibrio, quello delicatissimo della routine delle ossa, le tue, che stanno bene da sole, mano nella mano con se stesse. Forse dovrei scusarmi per questo, per il modo che ho imparato, questo modo di salvarmi che non permette a certi passi di lasciare orme nel mio spazio. Forse. Non ne sono del tutto convinta. Ci penserò. Guardo i libri poggiati qui accanto. Ne sfoglio un paio in cerca di un gancio. Ritrovo Solomon Silverfish, la sua mole, la sua Sophie. Ma Wallace stamattina non mi è d'aiuto. Sorrido ad Ottilia e alle sfumature di viola di certo amore, ma nemmeno Goethe è la strada giusta. Cerco fra le pieghe di Sofia, della sua femminilità straordinaria, arrogante, fatta di trasparenza e lame. I miei uomini stamattina non hanno fra le mani lo schiaffo che vado cercando. Pazienza. Forse non è uno schiaffo quello che ci vuole, il gancio. Forse è un poco di abbandono, la fragranza di un sogno, gli ingranaggi poco oleati della verità nuda e cruda: forse è solo questo quello di cui ho voglia oggi. Lasciare lì l'urgenza di essere come vuoi che il mondo ti veda e fare un bagno alla te che senti il bisogno di salvare dal mondo. E se deve voler dire attesa, frasi sconnesse, parole buttate via, qualche bugia, parentesi quadre, va bene così. Va benissimo così. È solo una domenica più distratta di altre: non ho davvero tempo di stare qui a volerle male. Ciao.

 

Post scriptum:
Ci ho pensato: no, non devo scusarmi. Si scusi chi non può, non ha voglia di capire e si salva come gli riesce come facciamo tutti. Si scusi chi ha confuso il sonno con la veglia e non ha messo sale sulle proprie ferite. Si scusino i pavidi e gli assassini. Fosse anche solo per il coraggio che difendo con le unghie e con i denti, ho poco di cui scusarmi, solitudine compresa. A bientot.