domenica 26 giugno 2016

#centosettantotto #26giugno


Mio padre ricorda ciò che può, non ciò che vuole. E delle volte credo farebbe volentieri a cambio con chi invece ricorda ciò che vuole, ma non è questo il punto, non oggi. Si mette lì e quando gli gira dalla parte giusta si mette a raccontarti storie che non ti aveva mai raccontato, storie che chissà dove va a ripescare la sua testa con dentro un buco. Perché nella sua testa c'è un buco: non un buco vero, fisico, ma un buco spazio temporale che non c'è verso di rimettere in bolla con l'andamento delle cose e di come scorrono. Eppure se lo lasci parlare quando è lì con la canna pucciata nei ricordi e i ricordi abboccano, qualcosa la impari sempre. E son sempre cosine che ti si infilano fra le costole e non c'è verso di uscirne senza che tutto lo scheletro poi ti faccia male. Non si ricorda (e vorrebbe farlo) quali materie preferivi a scuola. Non si ricorda (e vorrebbe farlo) come diavolo ci è finito su quella sedia con le ruote che oramai è la sua casa. Non si ricorda (e vorrebbe farlo) come mai siamo qui a contare le briciole per fare finta che alla fine è una pagnotta. Si ricorda di episodi di un lavoro duro e disumano, toccato a lui come fossero tre uomini in uno, episodi dai quali sempre esce una piccola favola in cui l'ultimo uomo calzino del cantiere alla fine invece di lasciarlo a dormire fuori al freddo - laddove era destinato a dormire - se lo teneva in camera a dormire con lui; una ninna nanna la cui protagonista è una puttana che lo ringrazia perché di nascosto gli lascia fare la doccia nel suo bagno prima di tornare a fare la puttana nei corridoi senza cesso di posti assurdi; uno scioglilingua fatto di capre e panche, dove le capre sono persone e le panche mestoli di verze in brodo che a chiamarli pasti gli viene ancora da ridere. Si ricorda che le mani non gli facevano male, che le cose si facevano perché si dovevano fare. Non si ricorda (e vorrebbe farlo) i nomi e i cognomi di chi lo ha costretto a vivere tre vite così: non una, tre. Non si ricorda che sui muri non si disegna con i pennarelli, che non ci si deve arrabbiare per un errore di valutazione sulla lista della spesa, che delle volte basta un sorriso per andare avanti. Però poi si ricorda di dirti che ti vuole bene. Non si ricorda certi verbi, poi però ti accorgi che non sempre servono. Non si ricorda tutto, delle volte solo qualcosa, ma se una cosa è ingiusta lo ha sempre saputo e non l'ha ancora dimenticato, questo non lo dimentica. Si ricorda (e a volte non vorrebbe) la solitudine, la sua, una solitudine che non si è guadagnato, che non aveva voglia di pagare in contanti, eppure è lì, è tutta di proprietà e non viene nessuno a dirgli che non ha fatto un cazzo per meritarsela. E si ricorda alcune persone in particolare, non tutte, ma alcune sì e spesso sono quelle che aveva stretto fra le braccia gratis, perché gli era venuto così e adesso si guarda le braccia e sono lì, secche, macchiate e vuote. E poi ti dice di scusarlo se a chiacchiere ti ha fatto perdere del tempo. E nel momento esatto in cui si scusa per aver pescato una trota ricordo di venti chili tu ti alzi, gli sorridi e gli dici che hai da fare, che vi vedete dopo, perché piangergli in faccia sarebbe una cosa difficile da spiegare: il motivo del tuo magone è lì fra le cose che lui non può ricordare e non si piange per una pesca miracolosa ed è meglio stendere il bucato subito, prima che poi puzza.
A bientot.


venerdì 13 maggio 2016

centotrentaquattro #13maggio2016 #stupori



Ora, succede che entro in camera da mio padre oggi alle tre e quarantacinque minuti e ne esco alle sei (minuto più, minuto meno). Che chiacchierare con lui è bello e delle volte la vita ti toglie il gusto di farle, quelle quattro chiacchiere. Sarà che l'ospedale ha un suo fascino dannato e abominevole che stimola quel farsi compagnia che poi a casa ti sembra una cosa da potersi rimandare. Sarà che abbiamo passato giorni di cacca purissima e alla fine ti incazzi proprio con chi la cacca la mangia con te, non con chi mediamente se ne frega della tua cacca. Sarà questo o quello, non saprei dire, ma queste due ore m'hanno restituito mio padre più giovane di dieci anni. Fiducioso, attento, capace di chiedere come diavolo stai e, su tutto, bello come il sole. Lo guardavo e aveva dieci anni di meno. Sarà la chimica, sarà quel che deve essere, ma pochi giorni di degenza e, trac, rieccolo IL bigMolt. Il tagliando gliel'hanno fatto per bene, a 'sto giro. Io poi non saprei domani cosa può succedere, ma oggi è stato bello e me lo voglio ricordare e lo faccio così, fermando un giorno come gli altri in quattro righe di niente, ascoltando una canzone che non ascoltavo da tempo, pensandolo immortale, spalmato di sfrontatezza, perché per sopravvivere a una quantità di sfiga come quella che gli è toccata in sorte o sei uno sfrontato senza fronzoli o un alieno. Propendo per il pensarlo alieno, ma solo perché un poco più poetico e perché essergli figlia mi risulta così un filino più cinematografico. In ogni caso, meglio un giorno da alieni che dieci da. (A ognuno il proprio termine di paragone).
Abbracci&Baci.





domenica 1 maggio 2016

centoventidue #1maggio2016 #imperfezioni

Che poi magari avevi anche fatto della fatica, così, per cercare di somigliare di più all'idea di perfezione che volevi regalare. Ti aveva punto lo stomaco quel disincanto che sentivi venirti addosso. E allora hai fatto delle cose, magari piccoline, non straordinarie, ma forti, tue, continuando a coltivare quel seme di fiducia quasi atipica nell'unicità di un darsi senza se e senza però. Accadeva la vita e tu cercavi di rimediare ai danni che tuo malgrado avevi esploso addosso al tempo. Ma il rimedio non serve se non c'è uno sguardo che lo coglie. Il rimedio allarga il buco se continuano a pioverci dentro le stesse diapositive, quelle degli errori, quelle foto di definizioni di lemmi cui è possibile dare interpretazioni diverse e se alle cose si danno significati diversi non possono diventare colla, c'è poco da fare. Che poi tu, di tuo, una volta affrontata la questione la ritieni risolta. Ritieni che snocciolare i perché e i percome serva a denudarli e una volta nudi è più facile contar loro le costole e capire se sono sempre adatte a suonare quella musica lì che chissà per quale motivo s'è presa una pausa da stagione di mezzo. E, sempre di tuo, animaccia che si tortura di domande e ne viene fuori divisa in due, ti metti lì a contare, a cantare, a stringere. Ma il mondo c'ha il sapone addosso. Il mondo scappa via, tace, dice quel che ne ha voglia, rimugina, si giustifica, rimbecca, fa come può. Tutto questo fare come si può, miracoloso e umanissimo, delle volte si traduce in grandi pacche sulle spalle che ci diamo da soli, quando invece la pacca sulla spalla migliore è quella che viene da un amore che non sia il nostro per noi stessi. Ma cos'è tutta quest'ansia di non essere capiti mai? Cosa diavolo ci dice il cervello nel momento esatto in cui prendiamo a calci nel culo proprio le cose, le sole, in grado di decorarci lo stare al mondo e di farlo come si deve? Ma dove l'hanno scritto e chi l'ha scritto che quel benedetto primo passo del cazzo lo devono fare sempre gli altri? Ma com'è che i miei errori sono valanghe che lasciano voragini e quelli degli altri invece sono cose che capitano, cosa vuoi farci, e le esperienze e la paura e la delusione? La storia del cane che si morde la coda non è una chiacchiera da bar. La storia del cane che si morde la code è una storia densa e foriera di dannazioni. per tutti, ma proprio tutti tutti. In amicizia, in amore, ovunque, sempre. Eppure ci gongoliamo dentro, ognuno cane a modo suo e coda quando serve. E poi ogni tanto è domenica e oggi piove e comincio ad avere fame e magari mi faccio un altro caffè. Indossare l'imperfezione con classe è un lusso che non tutti possono permettersi, altro che balle. Regalarsi l'inganno di riuscirci, ogni tanto, fa bene. Tutto il resto è come il fiato: fino a che ce n'è va bene così.



domenica 27 marzo 2016

ottantasette #27marzo2016 #BuonaPasqua

A chi perdona e a chi non gli riesce. A chi gli si spezza il cuore e poi rompe anche il tuo. A chi il suo meglio dipende da te e a chi invece no. A chi indica la luna e poi si cura il dito. A chi perde la vista e non si rassegna a sbattere contro i muri; a chi ci vede benissimo eppure i muri li prende in faccia uguale. A chi crede che si cura tutto e a chi ha paura delle cicatrici. A chi ama come gli viene e lo spazio è quello che è. A chi non sa essere due cose contemporaneamente e a chi invece non fa altro che provare ad essere ogni maledetta cosa. A chi giudica e a chi invece non lo fa. A chi la memoria lascia buchi enormi, ma solo quando conviene. A chi ricorda tutto e poi non serve a granché. A chi sperava e non smette. A chi sperava e si sente un coglione. A chi il dito che indicava la luna se l'è fotografato. A chi ha capito che preferiva sedersi davanti. A chi pelerà le patate da cuocere nel forno e a chi le mangerà senza domandarsi come abbiano fatto ad essere senza pelle. A chi giustifica tutto, ma solo se gli conviene. A chi non giustifica niente perché non sono le giustificazioni a servire. A chi non crede in niente di niente e poi scopri che ha più fede di te. A chi ti guarda dritto in faccia e ti confida un segreto e si riparte da lì. A chi crediamo di dover proteggere e invece ci stanno proteggendo loro. A chi non cresce. A chi nasceva qualche anno fa e a chi invece proprio oggi. A chi il mondo è un puntino e cosa vuoi farci e a chi invece è troppo grande e hai voglia a correre. A chi respira e non gli viene bene manco per se stesso. A chi respira e lo fa per due, a prescindere. Buona Pasqua e tante care cose. Che la resurrezione è una cosa rivoluzionaria, ma con la scusa che tanto poi in caso c'è sempre l'anno prossimo non ce ne rendiamo più tanto conto.



martedì 8 marzo 2016

sessantotto #8marzo2016


Stamattina mio padre mi ha fatto gli auguri. Era triste poiché è oramai qualche anno che non gli riesce di decorarci la vita con i doni delle occasioni: la rosa a San Valentino, la mimosa alla festa della donna, piccolissime cose che il tempo tende a svuotare di senso, ma che lui ha sempre saputo rendere eccellenti modi di esserci. ‘Ché i suoi hanno sempre voluto essere dei grazie detti in quel modo lì, colorato e profumato, che a dire grazie con la bocca non gli riesce bene. Però è grato. È un uomo grato alle sue donne, lo è da sempre. Grato di quella gratitudine sana e anche un filino paracula che rende bello sapersi diversi, vivi, complementari, necessari l’uno alle altre. Grato di quella gratitudine che ti permette di perderti su fiumi di rabbia quando la vita naufraga e non ti caga di pezza, piuttosto ti travolge, delle volte ti schiaccia, spesso ti lascia in mutande a guardare calare la notte delle occasioni perdute, poi però ti scappa un sorriso e accorrono gli occhi a spalare via il letame e a far sbocciare su quello che resta un fiore nuovo, nuovo ogni volta. Siamo in tre, qui, un uomo e due donne, ma non si è mai sentito solo, mio padre, nel suo essere l’unica baracca di testosterone in famiglia. Io non lo so da dove mi sono venuti i modi da portuale, la prepotenza dei bicipiti , quel prendere le cose di ghigna come in mano avessi sempre chiodi e martello, come se la guerra bastasse il coraggio per vincerla. Forse da lui, dal dovergli resistere accanto, dal bisogno di parlare una lingua che fosse nostra e non solo mia, dalla paura di non essere abbastanza nemmeno a furia di fare e fare e fare, dall’urgenza di lasciarle seguire ad altre le strade che la mia pancia voleva fatte anche per me. Forse da un ingenuo bisogno di affrancarmi da quell’essere moglie e madre senza via di scampo, dal doverlo essere, a prescindere. Forse per essermi fratello in tutto il tempo speso a fare altro. Forse per salvarmi. Ma che ne so. Quello che so è che gli uomini mi piacciono, con tutte le incoerenze che si portano addosso, con le loro debolezze, con quel modo nostrano di difendersi, di alleggerire le cose, di complicarle per poi dimenticarle. Mi piace somigliare un po’ a qualcosa che mi piace. Mi piace covare dentro le due facce della medaglia, proprio come ha sempre fatto mio padre.  Poi delle volte mi fanno paura, ma questa è un’altra storia. È la storia di uomini che confondono l’essere maschio con l’essere bestia e vorrei solo che quegli artigli la smettessero di strangolare le carni e le vite di troppe donne, mogli figlie madri meno fortunate di me. I miei uomini invece io un pochino li ho emulati e se quello che di mio somiglia a loro in certi occasioni fa sorridere, meglio così. Del nonno per esempio salvo ogni giorno la leggerezza, il rispetto e il barlume con cui sorrideva alle signore, con cui sapeva vivere nel mondo senza troppa paura, bello come un Dio e ferocemente alla mano. Io quella bellezza lì non ce l’ho, ma quella calviniana leggerezza l’ho rubata dai sui muri e appesa ai miei e cerco di salvarla quasi con ostinazione dagli sguardi che non la possono, non la vogliono comprendere. Insomma, se mi piace la donna che sono è anche perché c’è tanto maschile in me. Accanto alla resistenza e alla grazia (sì, si chiama così, c’è poco da ridere) che mia madre mi ha innestato fra le costole, respira colei che da ragazzo remava sul fiume come non ci fosse un domani, che da uomo ci ha messo mesi, spesso, per piangere via il dolore ‘ché non si poteva, non c’era tempo, cosa vuoi che cambi. E mi piace la donna che sono. E mi piace esserlo così, che delle volte sembro mio fratello, solo delle volte, e così sia, che mio fratello, a dirla tutta, è una gran donna.

P.S. grazie Valentina. 



venerdì 13 novembre 2015

trecentodiciassette #13novembre #letterina

 

Signora mia, a lei che al solo nominarmi viene una sincope e le viene a prescindere; a lei che mette l’articolo davanti al mio nome e io non me la sento di restituirle il favore; a lei che duole la vita come se dipendesse da me il niente di cui l’ha farcita; a lei che bercia ipotesi, ipotizza scandali, sente la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità; a lei che dice di gioire per la felicità altrui e intanto imbastisce bamboline piene di spilli ad augurare dolori atroci. Signora mia, sono io ad avere due cose che vorrei proprio dirle. In primis, lei non mi conosce affatto e se mi odia a prescindere non è un problema mio. Potrei augurarle di dedicare le sue energie a sport migliori, e per l’anima e per il corpo, ma non mi ascolterebbe, indi evito.  Lei non ha la minima idea di chi io sia, non per quanto riguarda la mia storia personale, non per quanto riguarda le mie scelte di vita. Non ha idea del se e del come credo in qualcosa, del se e del come mi approccio alla solitudine, del se e del come ho investito sulla qualità dei miei giorni. Lei non ha la minima idea neppure di quello che le capita sotto il naso, non vedo come potrebbe intuire me e la mia complessità di essere pensante. Lei non sa del mio utero, delle mie mani, del silenzio, della gioia, del tempo. Lei ignora non solo le sfumature, ma persino i colori primari del mio stare al mondo. Io, a differenza sua, non ho tempo da perdere a volerle male a prescindere. In realtà di lei non m’importa per niente, poiché nulla le ho tolto, nulla di quello che riguarda me la riguarda. Nulla. Ogni singola briciola che riempie il mio paniere di donna me la sono sudata senza rubarla dalla bocca di nessuno. Non posso dire altrettanto di lei, ma non ho voglia di perdermi in polemiche inutili. Ogni attimo che ricordo lo ricordo denso di onestà e rispetto. Mi permetta una domanda retorica: lei è certa di poter dire lo stesso? Non mi aspetterò mai una risposta onesta, stia tranquilla. Quanto oggi mi appartiene è mio senza che io abbia dovuto forzare serrature, approfittare di debolezze, scandagliare gli abissi della frustrazione per intrufolarmi e portare a casa. Signora mia, le cose accadono. La gente si incontra, impara a volersi bene, è così che capita: il mondo è di chi sorride, se ne faccia una ragione. Signora mia, a lei che vive di sembianze, io non mi metterò a spiegare la sostanza. Mi limiterò a continuare per la mia strada, che sia ben chiaro nulla ha a che vedere con la sua, e se il destino, che è sghembo e anche un po’ stronzo, ci dovesse mettere di fronte, sappia fin da subito che dovrà incazzarsi parecchio perché nemmeno in quell’occasione sbilenca perderò il sorriso. La vita è breve, signor mia, e semplicemente complessa e questa ci hanno dato: se la goda e si elabori i lutti senza rompere le palle a me, che io i miei me li smazzo da una vita da sola e non verrò certo a confidare a lei cosa può significare. La vita è una, signora mia, e sprecarla in rancore è davvero da sciocchi. Poi faccia come le pare. A bientot.

canta che ti passa

domenica 9 agosto 2015

duecentoventuno #9agosto



Solo una questione non ha soluzione e ci vedrà orizzontali e senza respiro. Tutto il resto in qualche modo lo si affronta. Ci si lascia la pelle, le ossa, delle volte ci si lascia anche un pezzo di polmone, ma la soluzione la si trova. Magari toccherà disabituarsi a tutto, ricominciare da capo qualsiasi cosa, rinunciare ai vezzi, ai vizi, scordarsi la corona e imparare le spine. Magari toccherà scoprire che il dovuto che credevamo ci fosse toccato in sorte non era affatto dovuto, piuttosto era un dono e nella fretta non lo abbiamo nemmeno scartato. Ci toccherà prendere l’alfabeto e rimetterlo a memoria, il pallottoliere e disfarlo sino a far tornare due conti due, almeno quelli. Ci toccheranno insonnie, bestemmie, gastriti, abbandoni. Eppure sarà sempre un giorno alla volta, un passo alla volta, con addosso il cappotto di quello che sappiamo di non volere, quello che occorre accettare per forza di cose e quello che si deve sognare, ‘ché se smetti il sogno sei già orizzontale e senza respiro nonostante il diaframma dica ancora la sua. Perché sognare SI DEVE, accidenti. Non ammetto altra ipotesi. Magari sono solo una paracula dell’esistere a stento, ma se non sogni frani. Se non sogni la speranza è una chiacchiera da bar. Se non sogni sei solo ciò che fosti, lasci perdere il futuro a prescindere, abbandoni la nave prima che abbia tentato la rotta, giusto perché magari tirava un vento che aveva solo voglia di aprirti le orecchie, non di farti tornare indietro. Sognare si deve e A OCCHI BENE APERTI, magari un pochino di più il possibile e un poco meno l’impossibile, che un po’ di impossibile è roba frizzante, troppo è droga rancida. Sognare a occhi bene aperti il possibile che scegli. E se è una fatica chi se ne frega. E se è sfiancante vorrà dire che te la dovevi sudare. E se è una delusione, fanculo, avrai imparato un’altra cosa che adesso saprai di non volere più. E se il tuo sogno è un essere umano che passi con te la vita, sognalo solo se mai e poi mai lo hai fatto sentire subalterno a se stesso. Se il tuo sogno è un essere umano che ti guardi e ti colga, ti raccolga, guardalo bene prima di sognarlo per te, con te, ‘ché poi le sfumature fottono, le dimensioni contano eccome, quelle dello spettro dello sguardo contano più di ogni altra. 
Bene, ora posso concedermi una pennichella pomeridiana, ‘ché anche sognare stanca, soprattutto se fatto come si deve.
A bientot.